Tra gli imparziali metto il fiore dei dotti e religiosi uomini, e primo il cardinal Pallavicino, con queste parole[75]: «Della Lega seguirono successi inferiori alle speranze, bastando ad Andrea Doria mandare a vuoto gli sforzi dell'inimico senza combattere, eziandio che la vittoria apparisse molto più verosimile della sconfitta: poichè dall'una si prometteva egli leggier vantaggio del suo principe, e dall'altra gli prevedeva grandissimo detrimento. Il qual consiglio gli partorì l'odio appresso i collegati e l'infamia appresso la moltitudine.» Dunque non si procede conforme alle esigenze della cristianità e del comune vantaggio dei collegati, ma a seconda dei privati interessi di Cesare. Ciò conferma con poche e circospette parole il cavalier Giacopo Bosio nella storia dell'Ordine suo, dicendo[76]: «Avvegnachè il principe Doria in quella giornata nell'opinione di molti dall'acquistata riputazione sua non poco cadesse, ne assegnò egli nondimeno all'Imperatore ragioni tali, che per sicurezza degli stati suoi di lui soddisfattissimo rimase.» Con maggiore intrepidezza, e per zelo di religione, leva la voce Odorigo Rainaldo dell'Oratorio, continuatore del cardinal Baronio, e storico ufficiale di Roma, negli Annali ecclesiastici, scrivendo[77]: «In verità io mi vergogno di raccontare nell'anno presente i fatti dell'armata cristiana.... Mancò al dover suo Andrea Doria, anche nel momento di combattere, quando si vedeva più certa la speranza di vincere; quantunque sollecitato a battaglia dai generali di Venezia e di Roma. Esso al contrario, facendo sul mare inutili giravolte e più vana ostentazione di arte marinaresca, prese finalmente il turpe partito della fuga, e se ne andò deriso dai barbari, che gli ciuffarono sette bastimenti tra navi e galèe, e ne fecero falò in mezzo al mare.... Furono sparse voci sinistre intorno alla sua condotta; ma dicono che Andrea non ne facesse niun conto: perchè egli riduceva la somma delle cose al comodo di Cesare. Il quale, avendo accapigliato i Turchi contro i Veneziani, non aspettava altro che vedere quest'ultimi stremati di forza e di sostanza, per gittarsi sopra di loro, e spogliarli del dominio di terraferma.» In questo modo gli imparziali rincalzano l'argomento: e dalle basse regioni delle ingiurie personali montano alle sublimi ragioni di stato, dove assicurano l'assunto della infedeltà fuor di controversia. Ma perchè sarebbe ingiustizia condannare chicchessia senza udirne le difese, volgiamoci ai due che hanno scritto di proposito in favore di Andrea.
Udiamo il Sigonio discolparlo così[78]: «Noi non cerchiamo di investigare le cose occulte, gli ordini dati in secreto, gli intimi pensamenti dei principi, e le oscure volontà degli uomini.... Per voler di Dio il Doria non fu favorito dalla fortuna, perchè tutti confessano che il vento mancò.» A mezzodì pel desinare, signor Carlo, mancò il vento; non all'asciolvere, nè alla merenda, quando Andrea lo sciupò prima in consigli inutili, e poi in fuga vergognosa. Col vento fresco di Scirocco in poppa sciolse le vele, fece orecchie di lepre alla marinaresca, si allargò dai Turchi, fuggì verso Corfù e piantò i Cristiani in confusione. Menollo il vento. E voi ravvolgetevi quanto che sia per quella notte senza lumi, abbarcate cose occulte, secrete, intime e oscure quantunque vi pare, che noi vediamo i fatti più chiari delle parole; anzi per la medesima filatessa di scuse non ricerche vediamo più che altro manifesta l'accusa. E quanto alla temerità di interpretare a rovescio la volontà di Dio... Passiamo all'altro, commensale di Andrea e segretario dell'Altissimo, il quale al modo istesso non trovando nè per mare nè per terra scuse sufficienti alla difesa; e non sapendo dove che siamo noi piantar chiovello da carrucolare il convincimento nostro, si volge al cielo dove ci ha lasciati il collega suo, ed esclama[79]: «Il grande Iddio, che vide la strage che si faceva quel giorno di sangue umano, se due sì potenti armate combattevano alla Prèvesa, levò di animo.... che si combattesse.... Di maniera che qualunque esaminerà quel successo (dirittamente giudicando) confesserà che fosse permissione divina che quelle due armate non si azzuffassero insieme.» Caschi adunque il diritto di guerra e pace, esultino i codardi, tremino i prodi, si rompano i giuramenti, si tradiscano le alleanze. Chi potrà trovarci biasimo? Sono permissioni divine! Vedi il sistema delle discolpe personali come mena alla negazione dei principî eterni della giustizia, e quindi quanto importi alla storia di mettergli il freno. Non sono mai mancati, nè mai saranno per mancare nè sofismi, nè bestemmie, nè ciurmerie al fine d'imporre alla moltitudine e di mettere gli stolti in confusione. Ma quei che hanno l'intelletto sano non possono non vedere che, quando i difensori per scusare i falli di un uomo intorbidano le massime supreme della morale, della difesa e delle battaglie; e di più mettono in compromesso a favore dei Turchi la provvidenza divina, secondo gli umori del loro cervello; in somma quando spiegano dall'alto al basso coperchioni tanto fatti, e' deve esserci sotto gran magagna da nascondere.
Ora esaurite le testimonianze imparziali, e pesate le accuse e le difese, non sarò io giudice singolare a proferire la sentenza: ma volentieri seguirò la formola del magistrato e legislatore supremo Carlo V imperatore, alla quale senza appello tutti devono colla debita riverenza sottomettersi. Pensate in quel primo fervore quanta gente intorno a Carlo per dire, per sapere, per consigliare: gli ambasciatori dei principi, l'oratore di Venezia, il nunzio del Papa, i grandi di Spagna, i ministri, gli ammiragli, cento ronzoni pel gabinetto: ed egli, non volendo mettersi in contradizione con alcuno, aveva pronta per tutti una sola risposta, che ci ha conservata nei precisi termini il Cappelloni segretario del Principe. Diceva Carlo, semprechè alcuno parlava dei successi della Prèvesa[80]: «Per mia fede, Sua Santità in quell'impresa ha mancato. Io ho mancato, et i Vinitiani mancarono; et niuno ha fatto il debito suo, se non il principe Doria.» Dunque erano d'accordo: e Andrea ha obedito agli ordini di Carlo. Ecco tutto.
Che maraviglia dunque se Andrea diviene sempre più grande, più accetto al padrone, più potente alla corte? Carlo non naviga se non lo porta Andrea, non entra in Genova senza alloggiare in casa d'Andrea, non move foglia, nè fa alleanza, senza metterci alla testa Andrea. Soltanto il Doria conosce e soddisfa al debito suo. Lo stento dell'arrivo, la metà del contingente, la molestia del rinforzo, l'infingimento dei consigli, il rifiuto di combattere, la fuga innanzi al nemico, l'abbandono degli alleati, il trionfo degli infedeli sono tutti doveri di Andrea; tutti servizi resi all'Imperatore. Carlo è soddisfattissimo per comodo suo: così può tenere abbasso Venezia per mezzo del Turco, abbasso Milano per l'impotenza dei Veneziani, basse le Sicilie per la paura dei pirati, bassa Roma pel bisogno del soccorso, basso il Turco per la minaccia della lega; ed alto solamente Carlo e la sua corte. In somma gli Austriaci di Spagna volevano che il Turco ci fosse per contrappeso ai Veneziani, i Borboni di Francia che ci fosse per contrappeso agli Austriaci, altri che ci sia per contrappeso ai Moscoviti. In ogni tempo la stessa politica dell'equilibrio, ordinato soltanto al proprio interesse ed alla altrui depressione, ha tenuto Maometto in Europa. Carlo, Filippo, Francesco e Sempronio han sempre fatto e faranno la medesima cosa, e per le stesse ragioni. Dunque stian cheti gli eccentrici difensori dell'Escuriale (non dico del muro, ma delle persone in quella cerchia appostate) a proposito di queste faccende dei Turchi. Filippo ha seguìto la politica tradizionale della sua casa, incominciata dal bisavolo alla Cefalonia, e continuata dal padre alla Prèvesa. Ciò risulta dalla catena dei fatti, dal raziocinio, dai documenti: e quanto più se ne pubblicano, tanto meglio si conferma questa verità, che è l'unica chiave per entrare nel laberinto di cotali maneggi, senza di che non si capirebbe più nulla.
XIV.
[30 settembre 1538.]
XIV. — Qui cade in concio di contrapporre agli studiati artifizî delle ingordigie politiche una lettera scritta proprio di quei giorni da un giovane venturiero dell'armata romana: il quale avvegnachè non potesse entrare tanto addentro nei fatti e nei giudizî di quella giornata, e qualche volta anticipi e posticipi come gli viene alla penna l'ordine dei fatti, nondimeno con schiettissima semplicità, non disgiunta da qualche arguta ironìa di sale romanesco, ripete i parlari di tutti, e mostra pur di sapere da sè alcuno arcano e pauroso secreto da non potersi confidare nè allo scritto, nè alla cifra: ma da essere riservato a bocca quando che sia. Ecco la lettera inedita, che pubblico colle stesse scorrezioni, delle quali chiede scusa per più ragioni esso stesso lo scrittore, Miniato Ricci da Corfù addì 30 settembre[81]:
«A monsignor Parisani, tesoriero di N. S.
»Non ho scripto a Vostra Signoria Reverendissima più tempo fa, pensando de voler tornare costà più presto che non è stato. Et il mio tardare l'ha causato la venuta del signor principe Doria, et il mio desiderio di vedere l'armata turchesca, e di che modo si combatte in mare: essendo che in terra havevo veduto per l'ultima alla Prèvesa. Et così spettando, venne quello glorioso Messìa[82], che fu alli otto del presente. Che per honor della Christianità fusse piaciuto a Dio che non se fusse per quest'anno partito da Genova: che haveria riportato molto più honore in quelle bande de Ponente, che credo fora de queste di Levante, per quest'anno. La causa bisogna la dica abbreviata per non far volume. Et haveria dire a bocca[83]; sendo che la vergognia me fa restare de qua.
»Vostra Signoria Reverendissima ha da saper come alli 25 del presente partissimo dal canale de Corfù in tre battaglie, come il signor principe haveva ordinato. Cento quarantuna galèra, et sessanta o più navi[84], fra le quali erano tre galeoni che portavano più di quattrocento cinquanta bocche d'artiglieria di bronzo, nel qual numero sono più di cento cannoni[85]. Et andassimo quel dì sopra il canal della Prèvesa, largo tre miglia. Et surgessimo tutti, con vento tutta la notte assai fresco. Et perchè nel canale ovvero golfo della Prèvesa era l'armata turchesca, non possette riuscire il disegno di far smontare le genti, come s'era disegnato. Perchè per gente che andarono la notte a riconoscere fu giudicato esser di troppo gran pericolo per più rispetti, che non accade il contarli.