Conchiudo alla prova, compiuto il calcolo, e spillato ogni centellino, dunque non arriviamo a dodicimila scudi per ciascuna galèa remeggiata da condannati, ai quali tra noi non si dava prezzo. Dunque ogni due anni calava la valuta di mille, prescindendo pur da ogni altro danno e sciupìo.
V.
V. — L'ultima partita del documento toscano conferma l'uso del secolo decimosesto di allumare non solo le maggiori artiglierie, ma ancora le manesche per mezzo della corda accesa, cui davano il nome di Miccio: e dico forte e marziale, al mascolino, come usavano dire comunemente i cinquecentisti. Nei primi tempi le artiglierie di ogni maniera, grosse, minute e portatili si accendevano colla bacchetta di ferro arroventata in un braciere; l'uncino della quale al bisogno si portava sul focone dell'arma voluta sparare. Appresso veniva il miccio: corda sottile e pastosa di infimo tiglio, poco torta, lissiviata nella cenere, e bollita per quattr'ore nella soluzione di nitro, colla giunta successiva di poco acetato di piombo. La qual corda, accesa che sia da una estremità, continua sempre a bruciare lentamente con fumo azzurrognolo e senza fiamma, fino a tanto che non sia tutta consumata. Nel maneggio delle artigliere incavalcate s'incastrava il capo acceso di questa corda della forcella d'un'asticciuola, chiamata Buttafuoco: il primo servente di destra, al comando dell'ufficiale, brandivalo sul focone del pezzo, e l'arma tonava. Per le armi manesche ciascuno archibugiere portava parecchie braccia di questa corda in pezzi, appesi alla tracolla; e nelle fazioni un capo sempre acceso nella mano sinistra: venuto il momento spianava l'arma, scoprivane il bacinetto, pigliava il miccio colla destra, scuotevane il ceneraccio, e finalmente il colpo partiva. Poi vennero il draghetto e il serpentino: figurette contorte a imagine dei detti animali, che stringevano la corda accesa tra le mascelle, e al tocco del grilletto la portavano sul focone. Con questo il soldato aveva le mani più spicce, e più sicura la punteria. Ma e' doveva star sempre sopra di sè coll'occhio alla guardia del fuoco: e spesso spesso ridare la corda, e più e più ricacciarne dalla bocca del fantoccino, secondo il consumo. Lunga noja di più secoli: al cui compenso forse introdussero i militari nelle capitolazioni la clausola del miccio acceso, come ultima testimonianza di solerzia e disciplina anche nei vinti. I marinari esposti più di ogni altro ai casi repentini di combattimento, e sempre più che altri guardinghi del fuoco, usavano il micciere, per allumare a un tratto due o tre cento micci. Era una specie di bacino metallico, che si teneva sulla palmetta o sulle rembate; concavo a mo' di clibano, e contornato da qualche centinajo di bischeri a forcella messi in più ordini, donde le cime di altrettante corde facevano capo nella scodella centrale. Bastava gittare nel mezzo un pugnetto di polvere e una scintilla per avere a un tratto tutte le cime accese, tanto che ogni soldato e marinaro potesse di presente pigliare in punto la sua. Ho veduto io di questi arnesi vecchi e rugginosi nel Museo dell'arsenale di Venezia. Ora indarno più cerchereste per le fortezze e per le caserme la corda cotta: solamente potreste trovarne sui bastimenti militari, dove i marinari continuano a tenersela sempre accesa, giorno e notte, dentro un barlotto di metallo per comodo di chiunque voglia allumarvi il sigaro, o la pipa.
Niuna cosa giugne improvvisamente alla perfezione. Dalla bacchetta rovente e dalla corda cotta si venne al draghetto, al serpentino, e poi al fucile a ruota: progresso reso necessario dagli inconvenienti dei primi metodi, i quali nella pratica, come si è veduto in Algeri, rendevano qualche volta difficilissimo il maneggio delle armi da fuoco. Gli ingegni si scossero: e dall'attrito sprizzarono le prime scintille sulle artiglierie di terra e di mare. Tutti sapevano cavar faville percotendo insieme la selce e l'acciajo: non restava se non trovare il modo di portare la percossa sicura e spedita vicino al focone dell'arma. Indi l'acciarino a ruota: gentile macchinetta, composta di un cane che stringe tra le mascelle la pietra focaja, e a volontà la porta di taglio sul bacinetto dell'arma: sotto al taglio della pietra una rotella di acciajo a tamburetto girante alquanto eccentrico tra due colonnini con dentrovi una striscia di molla avvolta sull'asse; molla simile alle consuete degli orologi. Caricata la detta molla con una chiavetta, e frenata a segno con un dente, si faceva poscia scattare al tocco del grilletto; e girando rapidissima la rotella sul taglio della pietra, cacciava sprazzi di scintille sul bacinetto e colpi di fuoco dagli archibusi. Le armi fornite di questo arnese chiamavansi a ruota. Dicevansi pure a fuoco morto; perchè non ardeva sempre, nè si consumava come il miccio: e nondimeno era fuoco sempre pronto al bisogno sotto al braccio di chi voleva usarne. Gran passo di vantaggio: ma pur sempre gran difetto il lungo frullio rotatorio, l'incertezza del momento efficace, e quindi la perplessità nella mira. L'origine di questa invenzione si ha a cercare tra la fine del quattrocento e il principio del cinquecento, segnata dallo spavento dei principi e dei popoli per l'abuso dei traditori nelle private vendette. Alfonso da Este, duca di Ferrara con un bando del diciassette febbrajo 1522, richiamando più altri bandi e gride anteriori, proibiva sotto pene gravissime l'avere e il portare gli archibugetti a ruota[218]: ed io stesso nelle prime pagine di questo libro ho accennata l'uccisione di un cavaliero spagnolo, l'anno 1547, per mezzo dell'archibugio a ruota; donde il tumulto, e la massima indignazione in Malta contro la terribilità dell'arma usata dall'omicida[219].
L'invenzione in principio restava limitata agli usi e agli abusi delle private persone, non essendo stata adottata nè dai soldati, ne da' marinari. Ciò si fa manifesto della spedizione di Algeri del 1541: dove essendo insieme il fiore delle milizie di Europa, specialmente Tedeschi, Spagnuoli e Italiani, e tra loro l'istesso imperatore Carlo V, non si potevano adoperare le armi da fuoco, perchè tutti i micci erano spenti dalla pioggia[220]. Nondimeno due anni dopo, Piero Strozzi fiorentino, che poi fu maresciallo di Francia, armava lo squadrone della sua cavalleria italiana d'archibugetti a ruota[221]; coi quali ajutava la vittoria di Ceresole addì 14 aprile 1544. Tre anni dopo nelle guerre d'Ungheria contro Solimano, dove erano milizie di tutto l'Oriente, i soli cavalieri tedeschi avevano cominciato a portare attaccato all'arcione l'archibugetto a ruota. I Turchi, dice il Giovio[222]: «Osservarono la capitolazione, e niuna cosa fu tolta ai cavalieri tedeschi di loro privata proprietà, tranne gli archibugetti che in forma nuova portavano appesi alla sella. Queste armi smaniosamente i Turchi volevano per sè, maravigliandosi della novità e del sottile artifizio, pel quale a talento, senza bisogno di miccio, per mezzo di piccola rotella girante attorno alla pietra focaja, di presente si accendevano e sparavano.»
Queste cose dovevo io dire con più ragione del Giovio, per chiarire la mia storia tecnica rispetto all'armi ed alla amministrazione: massime in quella parte che per la sua vetustà è oramai entrata nel dominio della storia, e che intanto si svolge intorno alle persone, ai fatti e ai tempi, dove col racconto ci troviamo. Altrove si avrà a parlare delle invenzioni seguenti, specialmente del fucile a martellina, durato infino alla nostra fanciullezza; e poi delle chimiche preparazioni fulminanti, messe nei cappellozzi, nei cannellini, o nelle cartuccie, per accendersi col percussore, colla stratta, o coll'ago.
VI.
[Aprile 1549.]
VI. — Intanto il capitan Carlo Sforza, che tra le nevi e i ghiacci ha passato l'invernata al pari di noi, rivedendo armi e artiglierie, cifre, carati e corredi delle nuove e delle vecchie galèe, ci richiama con un tiro di cannone alla partenza sua e della squadra sui primi di aprile. Egli non solo prode, ma savio e di bell'indole, piglia a sbrattare i mari circostanti dalla schiuma dei ladroni, e a favorire i naviganti, il commercio e l'abbondanza nella capitale e nelle province. Dove vedendo che i pirati non si sarebbero ormai più arditi nella stagione corrente rivolgere la prua, pensò di fare una corsa in Levante, come era già solito; e così farsi rivedere in Malta, e riconciliarsi coi nemici, da cavaliere cristiano. Di più voleva mostrare che nè esso nè altri in Roma avevano prestato ascolto alle voci sparse contro del Grammaestro, imputato da alcuni di occasione o consenso alle violenze commesse contro di lui.
[21 maggio 1549.]