VII.
[7 febbrajo 1550.]
VII. — La notte seguente al dì sette di febbrajo, compiuta l'elezione, Giulio III successe a Paolo III già mancato ai vivi nel precedente anno ai dieci di novembre: quindi molte novità di cariche e di ufficî nella corte e nelle province. Soltanto alla marina ogni cosa restò nello stato di prima, rifermata la condotta di Carlo Sforza; perchè egli, tanto esperto e chiaro, continuasse a difendere la Spiaggia romana, e desse sicurtà di navigazione ai pellegrini pel giubilèo intermedio del secolo, che quanto prima il nuovo Pontefice voleva felicemente aprire. Bisognavagli però guardare il mare; il cui dominio, almeno per metà, era in mano ai pirati della terza quadriglia, allievi ed eredi della seconda. A costoro ritorna sempre, anche a non volere, il discorso che ora son costretto riassumere. Cadde il Moro nel trentaquattro sotto i colpi dei Veneziani nelle acque di Candia[226]: Cacciadiavoli crepò nel trentacinque alla cisterna di Tunisi[227]: il Giudèo sdilinquì a Suez l'anno quarantaquattro tra le braccia del figlio[228]: Barbarossa il tre di luglio del 1546 da Costantinopoli scese sotterra intorno al Bosforo presso Terapia, dove tra le piante parasite ancora durano gli avanzi e la cupola della sua tomba[229]. Appresso cresceranno appajati Scirocco pascià di Egitto, e Luccialì re d'Algeri, ambedue pirati e comandanti principali a Lepanto dell'ala destra e della sinistra nell'armata di Selim[230]: ed ora s'imbrancano tra i novelli sovrani di Barberia gli altri due famosi Morat e Dragut. Il primo per sua conquista e per l'investitura di Solimano s'intitola re di Tagiora, l'antica Thagura di Vittore Uticense e dell'Itinerario di Antonino[231], a mezza via tra Tunisi e Tripoli; e di là corre schiumando il mare, specialmente ai danni dei Cavalieri gerosolimitani[232]. L'altro, non contento al principato delle Gerbe, volendo crescere nella stima dei Turchi e nella grazia dell'Imperatore, con inganni e per sorpresa si è impadronito della grande e forte città di Afrodisio, da qualche tempo governatasi a popolo[233]. Venuto in tal guisa più vicino alla Sicilia e al Tirreno, e posta in Afrodisio[234] la sua principale residenza, gli arsenali e i magazzini, da quel covo scioglieva per dar la caccia alle galere di Malta, e pigliavane una ricchissima con tutto il carico di danaro raccolto dalle corrisposte del comun tesoro in Francia[235]. Un'altra ne toglieva al visconte Giulio Cicala, sopra capo Passaro; sbarcava al Gozo, ardeva Rapallo, disertava la Liguria, la Corsica, le Baleari, la Catalogna, traendo roba e danari da ogni parte[236]. Più monta la schiavitù d'infiniti Cristiani, ai quali talvolta per violenza faceva pur rinnegare la fede[237].
Non parlo delle riviere di Calabria e di Sicilia, perchè Dragut non aveva più nulla a fare in quei luoghi. Dalle piazze forti in fuori era tutto un deserto. I popoli littorani fuggivano a turme. Quando le dolci aure della primavera mettevano il mare a tranquillità, essi abbandonavano le odorose convalli della marina, e riduceansi sui gioghi delle aspre montagne; donde più non discendevano se non colle sonanti tempeste dell'orrido verno, mescolando coi muggiti del mare i loro lamenti, nella speranza che alcuno avesse finalmente a francarli dalla obbrobriosa oppressione[238].
Carlo d'Austria aveva firmato da poco tempo con Solimano una tregua: non voleva nè doveva romperla. Ma saviamente distinguendo le obbligazioni sue verso un sovrano di fatto, non giudicò doverci comprendere i ladroni ricalcitranti contro qualunque trattato; i quali rubando a tutti, sempre a un modo, così dopo, come prima della tregua, da sè stessi poneansi fuori della legge. Il perchè costretto di soddisfare al pubblico desiderio, ordinò al principe Doria di mettersi sulle tracce del ribaldo, e fare ogni prova per cacciarlo almeno dal covo appostato a ruina della società.
VIII.
[Aprile 1550.]
VIII. — Per questo l'Imperatore richiese al duca di Firenze l'ajuto delle sue galere, e con maggiore istanza ne scrisse al nuovo Pontefice, sapendosi da tutti la perfezione, alla quale coi viaggi e colle esperienze degli anni precedenti aveva condotto Carlo Sforza il suo armamento[239]. Il nome dell'egregio cavaliero gerosolimitano, capitano generale delle galèe romane, scusava ogni elogio[240]: e gli crescevano riputazione attorno i suoi compagni d'arme, Filippo Orsini da Vicovaro, Francesco de' Nobili da Lucca, e Antonio Fani da Bologna capitani delle tre galèe; e i giovani ufficiali di Civitavecchia Francesco Andreotti[241], Filippo Filippetti[242], e Trajano Biancardi[243]; che poi divennero capitani di chiara fama, specialmente il secondo nominato sovente nei documenti Colonnesi a Lepanto, e il terzo che nello scorcio del secolo salì al grado di colonnello. A questi poscia si aggiunse fiorita schiera di giovani perugini, tra i quali ricordo Ruggiero e Grifone degli Oddi, Luca Signorelli, Lodovico Monaldi, il cavalier Ranieri, Camillo Perinelli, Livio Parisani, ed altri molti, sotto la condotta di quel prode rampollo di valorosa famiglia che era Astorre Baglioni, eletto comandante delle fanterie da sbarco; il cui valore aveva a sostenere degnamente in Africa la riputazione della scuola braccesca, ed a crescere poscia sublime nella difesa di Famagosta in Cipro[244].
Il principe Doria, partitosi dalla Spezia con venti galèe, passò di Livorno per congiungersi colle tre dei Fiorentini, che erano a carico di Giordano Orsini di Roma e di Chiappin Vitelli di Castello. Notissimo il Vitelli nelle storie toscane per tutto il regno di Cosimo, e ne avremo a parlare più volte pei tempi seguenti. L'Orsino del ramo di Monterotondo, ancor giovane di venticinque anni, allievo di Gentil Virginio, e della marineria romana, dopo il generalato della fiorentina, militò coi Francesi alla Mirandola e a Siena, tenne per loro la Corsica, e finalmente acconciatosi coi Veneziani, morissi governatore di Brescia, lasciando ai posteri onorevoli memorie del suo valore e del suo ingegno[245]. Con questi signori il Doria se ne venne nel porto di Civitavecchia per unirsi allo Sforza. Felice presagio di lieti successi contro Dragut, come già la venturosa riunione quivi medesimo contro Barbarossa. Ma non avranno questa volta le fazioni dell'armata a procedere tanto spedite e concordi, come quando presedeva in persona l'Imperatore; anzi le vedremo arruffate pel capo di tre maestose figure, non troppo simili tra loro, che sono don Giovanni di Vega, vicerè di Sicilia, e generale dell'impresa; Andrea Doria, principe di Melfi, e generale dell'armata; e don Garzia di Toledo, figlio del vicerè don Pietro, cognato del duca Cosimo, e generale delle fanterie di sbarco. Nojosissimo quest'ultimo a sè stesso ed agli altri: pensava in gran sussiego tanto più rendersi orrevole, quanto meglio potesse senza suo carico mortificare gli ausiliari. Però cattiva cera all'Orsino di Firenze[246]: ed allo Sforza di Roma tale un tratto di perfidia, da disgradare quasi direi il feroce tumulto degli arrabbiati nemici in Malta contro di lui.
[6 maggio 1550.]