L'armata navale dei collegati, alli sei di maggio sull'ora di vespro, entrata nel golfo di Napoli, metteasi a remo in bella ordinanza. Il Doria nel mezzo, a destra lo Sforza coi Romani, a sinistra l'Orsino coi Fiorentini, e di qua e di là gli altri legni. Ecco intanto don Garzia di Toledo uscir fuori del porto tre miglia colle galèe del Regno incontro ai vegnenti. I quali, avendolo oramai vicino, allargano le righe per aprirgli il passo, e spalano i remi per fargli onore. Egli al contrario colla sua capitana, preso l'abrivo, come se volesse girarsi alla destra tra la reale del Principe e la capitana del Papa, svolge una gran curva, e prolungandosi a un tratto addosso allo Sforza, gli fracassa tutti i remi di banda sinistra[247]. Minor vituperio sarebbe se il Cane de' Tartari in carrozza andasse a rompere le gambe d'uno squadrone di cavalleria che stesse a salutarlo in parata. Atroce ingiuria! Ma non chiedetene altra riparazione: anzi rendetevi persuasi che è stata una piccola disgrazia. Così sono rimeritate dai superbi le cortesie e i servigi!

Dunque pazienza, e non si faccia zitto, nè per parte del capitano di Roma, nè dello storico. Il lettore sapiente pensi ad altro, e ciascuno di noi ringrazi la sorte e l'educazione del nostro paese, che ci aprono innocenti e nobili distrazioni coi classici. Qui si fa luogo a postillare la celebre frase marinaresca di Livio e di Cesare: Detergere remos[248]. Intorno al che non pochi si smarriscono per manco di vigoria, non bastando loro la lena di levarsi dal senso proprio al metaforico, quando il contesto lo richiede, secondo la speciale esigenza del subbietto. La citata frase marinaresca, nel senso dei classici, non indica, nè può esprimere l'atto proprio del forbire o dello asciugare i remi: funzioni che non voglionsi attendere dai nemici nel combattimento. Ma quel Tergere ironico ti mena a paragonare il palamento dell'avversario all'imbratto, ed a conchiudere ricisamente di scoparlo via; come di tante altre cose analoghe eziandio nel volgar nostro diciamo. Pertanto Livio e Cesare scrivevano sulle carte il fraseggio poetico dei marinari: i quali di vivace ironia condivano gli stenti della caccia contro il remeggio dell'avversario. E se riuscivano a levargli la forza motrice, a tarpargli le penne, ed a lasciarlo deriso e immobile, diceanlo terso e ridotto al pulito. Bastava a ciò una passata di contrabbordo rapida e vicina: perchè essendo la parte esterna o pala dei remi tanto lunga e sottile, quanto altrove ho ragguagliato; e il braccio interiore o girone più corto, grosso, fermo allo scalmo, e tenuto dai rematori, con piccolo sforzo alla punta le pale andavano in pezzi, come cadrebbe l'erba sotto al colpo della falce, o il pelo sotto alla menata del rasojo: di che ben si direbbe altresì pulita la guancia, e sbrattata l'ajuola.

Non sempre gli antichi bastimenti di guerra schermian di rostro: ma talvolta correvano al palamento, come oggidì si accenna all'elica o alle ruote del nemico per togliergli la forza motrice, per batterlo dalla parte più debole, e per ghermirlo. Similmente i difensori, a divertire il danno, faceano di tener sempre la prua sull'offensore, e coprivano i fianchi, o almeno acconigliavano e nascondevano i remi; che altrimenti non potevano per la loro fragilità non essere spezzati. Infino ai modellini di questi legni (se attendete) quasi sempre fallirà qualche remo scavezzo o franto. Nella cui previsione i maestri hanno usato mettere in forma gentile i remetti di due pezzi, uniti al cartoccio di sottil bandone, perchè all'occorrenza vi si possa alla pala magagnata sostituire la sana, senza il fastidio del rifare tutto il remo di nuovo. E per la stessa ragione amici e nemici, come ora portano fucine e macchinisti per racconciare elici e ruote, tubi e caldaje; così al tempo dei nostri maggiori portavano faggi di rispetto e maestranze speciali per rimettere in buon assetto il palamento. Ogni galèa infino agli ultimi tempi, oltre al calafato e al mastro d'ascia, imbarcava due maestri per lavorare di nuovo o di vecchio sui remi; e si trovano chiamati nei documenti (quantunque le voci manchino nei vocabolari) il maestro Remolaro, e il fante Remolarotto[249].

IX.

[20 maggio 1550.]

IX. — Per opera delle maestranze Carlo Sforza prestamente si rifornì di palamento: e deposto quel po' di broncio, che a un uomo d'onore era impossibile celare nel primo giorno, fece legge a sè stesso di non pensare ad altri nemici che a' Musulmani, e di non vendicare altre offese che le patite dal cristianesimo. Però stette come prima al suo posto, e seguì l'armata contro Dragut in Africa, dove si voleva abbattere a un tratto la pirateria, se venisse mai fatto di cogliere lui, e i suoi navigli, e i seguaci nella nuova residenza. Ma costoro, ammaestrati per le lezioni di Barbarossa, eransi celatamente sottratti con quaranta bastimenti; e già da lungi scorrevano le acque della Sardegna e di Spagna, quando l'armata cristiana addì venti di maggio presentavasi innanzi alla piazza di Afrodisio.

I maggiori capitani andarono a riconoscerla dalla parte del mare, ronzando a piccola distanza dall'una e dall'altra parte intorno alla penisola; e dopo alcuni colpi di cannone ricambiati, con qualche morto e ferito di soldati e di ciurma, si allargarono per consultarsi tra loro. Pareva difficile l'espugnazione, bisognandovi grosse artiglierie da breccia, e fanterie numerose da campo, più che non erano sull'armata. Perciò volendo anche lasciare aperta a Dragut la via del ritorno in quelle parti, dove lo aspettavano; e insieme pensando di chiamare da Napoli, da Palermo, e dalla Goletta maggior nervo d'armi e di armati, deliberarono per suggerimento del Baglioni e dello Sforza di occupare un castello tenuto dalle genti di Dragut poco più di venti miglia lontano inverso maestro, e luogo opportuno a fermare l'uno dei capi della rete che gli si voleva tendere[250]. Questo castello, chiamato Monastero, comparisce da lungi ai naviganti proprio sulla punta sporgente che chiude la baja di Susa dal lato meridionale: un isolotto gli sta presso da tramontana, e le Conigliere per dodici miglia da levante. Alcuni mettono in quel punto l'antica colonia romana di Adrumeto, i Turchi infino al presente lo chiamano Monastir, e i nostri comunemente suppongono essergli venuto tal nome da una badia di Agostiniani, anteriore all'invasione degli Arabi[251].

Si principiò dall'acquata, sapendo essere presso al castello, dal lato di tramontana, ricche sorgenti di acqua dolce, tanto necessaria al sostentamento della gente[252]. Le galèe (come altrove in alcun luogo ho detto, e qui devo ripetere per non rimandare il lettore di qua e di là; oltre che non sarà male rimettere il discorso a nuovo, secondo il bisogno) le galèe per la qualità della loro costruzione non potevano imbarcare vasi di grande capacità; ma bisognava tenerle al barile. E quantunque i piccoli recipienti industriosamente ripartiti a tre e cinque per banco tra l'armatura del posticcio, senza ingombrare nè la coverta nè le camere, sommassero a due o tre cento in ciascuna galèa; nondimeno alla moltitudine della gente nell'arsura delle continue fatiche non sopperivano di bevanda che per quindici o venti giorni. Dopo i quali bisognava di necessità accostarsi a terra, e attignere a ogni modo da qualche fontana o ruscello, e di più combattere nel paese nemico, se venivano a impedire. Oltracciò più lungo tempo nei vasi di legno l'acqua non si sarebbe conservata, sapendosi per esperienza il pronto venirvi della medesima a nausea, a corruzione e a vermi: cause di pericolose dissenterie. Singolarissimo beneficio ha recato ai marinari colui che ha proposto le casse di ferro, dove l'acqua si mantiene lungamente freschissima e sana. Oggi tutti i bastimenti, massime i militari, usano vasi di bandone laminato; e mette letizia di refrigerio il vedere sul ponte la tromba per attignere, e la chiavetta della fontana sotto alla mano di tutti. In mezzo alle armate navali, nei grandi porti e nelle rade, senza che niuno si affatichi per acqua, da sè vengono le cisterne galleggianti condotte dalla macchina a vapore, e si mettono sotto il bordo di chi ne vuole, e gittangli la manica conduttrice. Il motore dimena le trombe, e ciascuno empie le sue casse a talento.

X.

[28 maggio 1550.]