X. — Tutti intesi all'acquata, si accostarono per ordine a terra presso il Castello, fuori del tiro delle artiglierie: empirono il barchereccio di ciurme e di barili: e prevedendo ostacoli dai nemici, distaccarono a sostegno degli acquatori alcune compagnie di archibugeri. Presto si scambiarono i primi colpi, crebbe la scaramuccia, venne in terra don Garzia, concorsero in maggior numero i combattenti. In quella Astor Baglioni alla testa dei Romani caricò gagliardamente le fanterie sortite dalla piazza[253], i Musulmani volsero in fuga, i nostri in gran fretta ad inseguirli: in somma vinti e vincitori entrarono mescolatamente nella terra, e il Baglione la prese di soprassalto il ventotto di maggio[254]
[29 maggio 1550.]
Restava la rôcca, dove la maggior parte dei presidiarî eransi raccolti: però fu presa subitamente a battere dalla parte esterna da don Alvaro de Vega, e di dentro tra le case circostanti da don Fernando suo fratello, figliuoli di don Giovanni de Vega vicerè di Sicilia, alla testa delle milizie veterane che il padre loro aveva mandato in Africa: valorosi giovani, osteggiati ambedue dalle crescenti pretensioni di don Garzia. La stessa notte posero in terra alcuni pezzi da breccia: ai quali, mancando il traino, provvidero don Alvaro de Vega e Giordano Orsino con certi carrettoni di contadini, tanto che la mattina seguente messi al posto meglio degli altri servirono. Al tempo stesso si batteva la rôcca dalla parte del mare, giuocando a maraviglia i grossi corsieri delle galèe sugli affusti a scalone, anche colla punteria di rialzo a gran volata. Sotto le percosse delle galèe cadde in isfacelo il mastio: le trombe chiamarono all'assalto, e la bandiera della Croce comparve sulla rôcca. I pirati fatti a pezzi, gli abitatori prigionieri, le mura del castello demolite. Dei nostri dieci morti, ducento feriti, e due galèe perdute: chè l'una del principe di Monaco colò da sè in fondo, crepatone con gran rovina il cannone, o per mancamento di getto o per acciarpìo di carica: e l'altra del marchese di Terranova, malmenata da simile fracasso, dètte in secco[255]. Intorno a questi fatti più importanti della marineria oltre le testimonianze italiane aggiungo le spagnuole, tuttochè le edizioni a quattro colonne di mastro Mattia, e di mastro Bartolommeo per difetto di torcolieri e di legatori nell'ordinamento delle pagine e dei numeri, pajano fatte a posta per istancare la pazienza di chicchessia[256].
[Giugno 1550.]
Assicurata la comodità dell'acqua alle sorgenti ormai libere di Monastero, l'armata andò a porsi presso le Conigliere, guardando quel tratto di mare, e facendo qualche corsa infino alla Goletta, che dal tempo della spedizione di Tunisi erasi sempre tenuta con grosso presidio dagli Spagnoli. Risiedeva colà per governatore il mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, uomo di molto valore, di gran senno, e di lunga pratica nelle guerre e nei costumi africani. Esso approvò l'impresa di Afrodisio, posto che si facessero venire da Napoli artiglierie e fornimenti da breccia, e maggior nervo di fanti: offerì per sua parte tutti i rinforzi che si potevano cavare dalla Goletta, senza mettere a pericolo la difesa della piazza; e assicurò che, per mezzo del re del Caruano[257], suo amicissimo, non mancherebbe mai a giusto prezzo l'abbondanza delle vittuaglie e dei rinfreschi nel campo. Di che rallegrossi più d'ogni altro don Garzia, nella speranza di mettersi per supremo generale alle imprese di terra: e subito propose di correre in persona a Napoli, promettendo cavare dalla bontà di suo padre ogni fatta rinforzi. Nel vero andò e tornò sollecitamente, menando grosse navi piene di soldati, di artiglierie e di munizioni.
Se non che il Perez della Goletta, prima di separarsi, parlando all'orecchio di Andrea Doria, avealo ammonito e pregatolo di chiamare subito al campo il vicerè di Sicilia don Giovanni de Vega; e di affidare a lui, come a gran mastro di guerra, e secondo le leggi della monarchia, il supremo comando dell'assedio, prevedendo altrimenti non lieti successi. Andrea eziandio di ciò persuaso, e pensando ancora che il Vicerè da sua parte accrescerebbe forza alla spedizione colle armi della Sicilia, gli scrisse, lo richiese, e promisegli di fare una corsa a Trapani per imbarcarlo. In somma alla fine del mese tutti erano in punto, secondo questi concerti, salvo il furore di don Garzia. Il quale, trovato all'improvviso il Vicerè sull'armata, cioè un altro in procinto di occupare quel primo posto di onore e di autorità che esso nell'animo aveva fin allora tenuto per suo, tutto stizzito tirossi da parte, dicendo volersene andare colle sole galèe di Napoli ad inseguire Dragut pel Mediterraneo, senza mettersi in terra ad altri stenti[258].
Si ebbe a durare gran fatica per quietarlo alla meglio: e si potè soltanto ritenerlo colla promessa di formare un triumvirato, dove Andrea, Giovanni e Garzia starebbero alla pari; niente si farebbe senza il beneplacito dei tre, e le leggi andrebbero col nome soltanto dell'Imperatore[259].
[24 giugno 1550.]
Stabilite queste convenzioni, l'armata sciolse da Trapani alli ventiquattro di giugno: cinquantadue galere, ventotto navi, quaranta pezzi di batteria, e quattro mila uomini da sbarco; senza sfornire menomamente le galere, che dovevano sempre tenersi in punto per qualunque fazione, se mai comparisse squadra nemica sul mare o con Dragut o con altri. Davano speranza gli Arabi divenuti nemici dei Turchi, e la postura della piazza, che poteva essere con poca gente assediata dalla parte di terra. Il mare istesso ed i venti secondavano le aspirazioni dei marinari e dei soldati, i quali prestamente in due soli giorni navigando si facevano la mattina delli ventisei innanzi alla piazza voluta espugnare.