[26 giugno 1550.]
XI. — Eccoci dunque un'altra volta dopo cinque secoli coll'armata cristiana a fronte degli islamiti sotto le mura di Afrodisio: le stesse ragioni ci guidano ora nel mezzo del cinquecento contro Dragut, che già ci guidarono nello scorcio dell'undecimo secolo contro Timino[260]. Sovrani ambedue del medesimo stato, e simili tra loro nelle crudeltà, nelle rapine, nell'infestamento dei mari e dei nostri paesi. Identica la città antica e moderna nel medesimo sito: perciò le conservo l'istesso classico nome, comunemente usato dai contemporanei. Nome più dolce, e non soggetto ai sospirosi squarci gutturali nè agli equivoci grossieri, come gli equivalenti arabi e medievali di Mêhdiah e di Africa[261]. Ricordate una rupe circondata dal pelago per ogni parte, meno che dove una lingua di angusto passaggio sporge sull'altipiano dalla terraferma alla città? Mettetela coll'asse maggiore di due chilometri dentro il mare da Ponentelibeccio a Grecolevante, datele un mezzo chilometro di larghezza, coronate il ciglione di torri, e avrete il prospetto della capitale di Timino e di Dragutte, come tuttavia si mantiene colle antiche sue cupole, co' suoi minaretti, e colle altre bizzarrie dell'architettura moresca, conforme agli avanzi tuttavia conservati in Sicilia, nelle Spagne, e più che altrove in Egitto.
Volendo ora rendere chiaro il racconto, mi bisogna dire con precisione lo stato militare della piazza; perchè i fatti dell'attacco sono intimamente connessi coi dati della difesa, ed ambedue colle opere della fortificazione. Gran disdetta, per chi scrive dopo tre secoli, il silenzio e talvolta la confusione dei primi scrittori, i quali o per oscitanza, o per difetto di cognizioni tecniche, non si spiegano a dovere intorno alle condizioni principali di questo genere. Essi mi hanno tenuto più giorni perplesso, e quasi direi sfiduciato di poter spiegare prima a me stesso e poscia agli altri l'andamento dell'assedio. Se dovessi metterci io una cinta di mio genio, avrei pronto il disegno, acconcio alla qualità del sito: chiudere l'istmo, dove è più angusto per trecento metri; mettere due baluardi reali simmetrici e casamattati alle estremità; cinquanta metri alle facce, venticinque ai fianchi, dugento alla cortina; tre cavalieri a scoprire la campagna; fosso, opere esteriori, e batterie per tutta la fronte e di rovescio sulle due ripe del mare. In somma vorrei ripetere per Afrodisio il lavoro fatto per Nepi dal Sangallo: il quale in questo modo ha fortificato l'angusta fronte, donde soltanto si può avere l'accesso alla città, per essere ogni altro lato sopra dorso di rupe isolata tra precipitosi abbissi[262]. Ma nel fatto di Afrodisio non troviamci così: e checchè ne dicano i cinquecentisti di baluardi, di bastioni, di rivellini e di fianchi, non eravi nulla della nuova maniera. I fatti dell'assedio escludono la stretta interpretazione delle parole: e certamente la grandezza della spesa deve aver ritenuto Dragut a contentarsi delle antiche mura in quel luogo, come ritenne i cavalieri di Malta in Tripoli al vecchio sistema[263]. Dopo il conquisto soltanto vedremo i disegni nuovi degli ingegneri per ridurla alla moderna.
Dunque non abbiamo ora a cercare novità di architettura militare, ma soltanto la durata delle antiche difese. Sulla fronte di verso terra da un mare all'altro per lo spazio di sopra a trecento metri una muraglia alta grossa e soda, difesa da sette torri: quattro di pianta rettangolare, due rotonde, ed una di mezzo chiamata il Rivellino. Vuolsi intendere un torrione più grosso, più sporgente, coll'angolo rivolto alla campagna, di faccie e fianchi ugualmente grandi, e di pianta pentagonale[264]. Niuno pigli maraviglia di antica torre pentagona col sagliente alla campagna: poco comune invero, ma non ignota del tutto. Bastami citare in conferma la torre del mastio in Astura, più antica dei Frangipani[265]; le cinque o sei torri egualmente pentagone del tempo di Federigo II alle mura di Viterbo[266]; le due fiancheggianti la porta di Silivria presso Costantinopoli, certamente anteriori a Maometto II; e le tre di Lucera del tempo degli Svevi[267]; senza mettere a conto le molte di Nola, perchè fabricate alla fine del quattrocento, che è epoca pel nostro proposito troppo recente[268]. Continuandomi intorno ad Afrodisio, trovo la grossezza dei muri infino a quindici piedi, equivalenti nella sezione a cinque metri per tutto il ricinto principale; e innanzi al medesimo trovo una seconda cinta di muro esteriore in figura di barbacane, grosso per metà del primo; e tra i due muri il fosso largo e profondo[269]. Sistema da essere ricordato, perchè serve come di preludio ai pensamenti del Machiavello sull'arte della guerra. Una sola porta verso terra, aggirata a più risvolte di androni ciechi tra ponti e trabocchetti, da non potersi passare senza i brividi[270]: e per tutte le altre parti la città difendevasi da sè, stante la sua posizione inaccessibile di precipizî tra il mare e i dirupi, aggiuntovi pure al sommo un giro di muraglione turrito. Restami a dire del porto nascosto in una insenata tra due rupi pel rombo di scirocco sulla linea centrale della città: porto capace di contenere i suoi trenta o quaranta bastimenti da corso a stazione sicura, e ben munita di torri e catene[271]. Arrogi il parco di numerosa e bellissima artiglieria: cannoni di grosso calibro, e colubrine di lunga passata per ogni parte.
Al governo della piazza presiedeva Assan-rays nipote di Dragut, giovane di gran coraggio; e con lui milletrecento veterani tra soldati e marinari, più altri quattrocento venuti di Alessandria in soccorso con due navi, proprio di quei giorni che l'armata nostra (espugnato Monasterio) erasi gittata a Trapani per levarne il Vicerè e le munizioni già dette. Presidio sufficiente alle sortite, e sovrabbondante alle difese: poteano metterne mille alla campagna, e sulla linea di attacco otto per metro.
XII.
[28 giugno 1550.]
XII. — Due giorni stette sulle àncore l'armata cristiana per dare ai soldati il consueto riposo prima di esporli alle fazioni di terra, dopo il travaglio della mareggiata: e intanto consigli di Triumviri, e apparecchi di equipaggi. Tutti vedevano la facilità di bloccare la piazza dalla parte del mare con sì gran numero di bastimenti che stavanle intorno; ed anche capivano la facilità di bloccarla da terra, tanto solo che chiudessero le angustie dell'istmo. Alle spalle gli abitatori dei monti e delle campagne vicine, Arabi, Mori, Beduini, amici del re di Tunisi, amici del Caruano, amici del Perez eransi apertamente dichiarati contro Dragut, contro i Turchi, contro i Pirati. Dunque sicurezza di stazione e di vittuaglia al campo, e bevanda vicina in gran copia di acque dolci da molte fontane. Non restava altra difficoltà che l'espugnazione di viva forza sopra una sola fronte di attacco, chiusa da due fortissime muraglie col fosso in mezzo; e difesa da numeroso presidio concentrato in un punto solo.
Ciò non pertanto, confidando più nei proprî che negli altrui vantaggi, gittavansi risoluti a compiere prestamente il disegno. La mattina del ventotto alla guardia della diana erano all'ordine cencinquanta palischermi, e trenta barconi: questi carichi di ventiquattro pezzi da batteria colle munizioni e coi carri necessarî, quelli abbarbati alle scalette dei maggiori navigli pigliavano ciascuno venticinque soldati in arme[272]. Le tende, le riserve, le provvigioni pronte in coverta per la seconda passata. Si issano le bandiere, squillano le trombe, e il barchereccio in due stuoli corre inverso il lido africano, dove senza contrasto piglia terra sopra due senetti arenosi. Un'ora dopo potevi vedere correre squadronati in ordinanza quattromila cinquecento soldati: la vanguardia con don Garzia occupare la montagnetta rimpetto all'istmo, e gli altri colle artiglierie nel centro, girando fuori del tiro attorno alla piazza, seguirli e sostenerli nella medesima direzione. Potevi vedere i palischermi tornarsene spediti ai navigli, e apparecchiarsi al secondo e al terzo ritorno, perchè nulla avesse a mancare nel campo.
Intanto che ferveva l'opera dei marinari e dei soldati, un uomo di genio, architetto e matematico, condotto di Sicilia dal vicerè Giovanni de Vega, squadrava il terreno: metteva il quartier generale sopra un'altura solitaria in fondo alla gola dell'istmo, cinquecento metri dalla città; disegnava una grande traversa con fianchi e bastioni regolari da contravvallare la piazza, e a tergo un argine ugualmente bastionato per circonvallare il campo e assicurarne le spalle in ogni evento. Tra le due linee i quartieri, le poste dell'artiglieria, i magazzini delle munizioni e delle vettuaglie, e gli sbocchi disegnati sul posto per andare avanti cogli approcci e colle batterie.