Questo egregio uomo, come tutti gli ingegneri militari del suo tempo negli eserciti di ogni nazione, era italiano, nativo di Bergamo, allievo del Martinengo, e di nome Lodovico Ferramolino[273]; quantunque alcuni con isconcio di lingua e di giustizia lo chiamino Hernan Molin[274]. Parlerò appresso di altri due ingegneri fatti venir di Sicilia: e non lascerò di rilevarne le opere principali nell'assedio, tanto per la loro importanza, quanto per la finale risoluzione, che darà la vittoria ai marinari ed alla loro macchina, degna di speciale ricordo. Intanto ciascuno può ripensare da sè il lavoro delle trincere, l'intreccio dei gabbioni, l'ammasso dei terrapieni, lo stabilimento delle piatteforme, le risvolte degli approcci, e tutto quel resto di opere che si usano comunemente in ogni assedio[275].
XIII.
[1 luglio 1550.]
XIII. — Ventisei bocche, tutte di grosso calibro, aprirono il fuoco la mattina del primo giorno del mese di luglio, alla distanza media di quattrocento passi, che a parer mio possono essere altrettanti metri, valutandoli alla pari, secondo il discorso di quel tempo: e ciò senza altre ripetizioni valga per ogni simile ragguaglio in questo libro. Tre pezzi rinforzati alla montagnetta, dieci cannoni grossi e due colubrine sulla fronte del campo, otto cannoni ordinarî alla destra, e tre mortaj da bombe alla sinistra, tonavano insieme[276]. I capitani, intenti a notare le percosse di ogni palla ed a cercarne gli effetti sui muri, presto ebbero a persuadersi della difficoltà di abbatterli: antiche costruzioni, massicce e durissime, che non volevano lasciarsi andar giù: e dove pur qualcosa intronavasi era peggio; perchè i rovinacci e le macerie della prima muraglia pigliando i colpi, riparavano la seconda. Arrogi la diligenza e la prontezza dei difensori nel contrabbattere, nel riparare, ed anche nell'assalire con gagliarde sortite le nostre trincere, e potrai intendere con quanta fatica e mortalità passarono i primi dieci giorni della batteria.
[11 luglio 1550.]
Dopo i quali parve al Ferramolino di poter arrischiare l'assalto: o per impadronirsi del rivellino, o almeno per veder meglio da presso a qual termine fosse ridotta la piazza, e come più giusto si avesse a indirizzare il fuoco e l'attacco nel proseguimento. I capitani si accordarono del modo e del tempo: e la notte seguente al dieci sopra l'undici di luglio lanciarono tre compagnie scelte verso quella parte della prima cinta che sembrava più praticabile, coll'ordine di scavalcare il muro, e per la via di dentro occupare il rivellino, e stabilirvisi. Salirono ardimentosi sulla contragguardia, vi piantarono sette bandiere, trovarono innanzi profondissimo fosso, e di rimpetto la seconda muraglia intatta. Però quando volevano irrompere nella punta del gran rivellino, trovarono i Turchi svegliati e pronti a mietere le teste. I sette alfieri delle bandiere, venti cavalieri di Malta, e sessanta soldati a pezzi: gli altri quatti quatti si ritirarono, portandosi appresso in gran numero i feriti[277].
L'infelice successo di quella notte crebbe le difficoltà e le discordie nel campo: chi voleva levarsi di là, chi mettersi ad altra impresa, chi compier l'opera incominciata continuando la batteria di fronte, e chi la dava per finita battendo di fianco alla marina[278]. Tutti chiedevano munizioni di guerra, polvere e palle: chè, dopo dieci giorni di continuo trarre, cominciava a mancare ogni cosa. Passava il tempo, crescevano attorno le dicerìe, e molti oppressi dallo stento e dal calore di clima disusato languivano. Oltre ai feriti, che ogni giorno crescevano, moltiplicavansi, come sempre in simili casi avviene, le comuni infermità, le dissenterie, le congestioni e le febbri maligne. Vorrei io qui far contenti i medici che leggono: e appresso ad Omero sarebbemi ventura citare i nomi dei Podalirî e dei Macaoni del tempo seguente. Ma le istorie tacciono, ed io non trovo altro nome più antico del dottor Niccolò Ghiberti, medico delle galèe di Nostro Signore, cui sulla fine del cinquecento il Crescentio con molte lodi deputava a lettore amico della celebre sua Nautica[279]. In ogni tempo i medici e i chirurgi hanno seguìto, o volontarî o condotti, gli eserciti di terra e le armate di mare: le storie e i documenti ne parlano solo per le generali. Più spesso in vece ritornano sopra quei praticanti la bassa chirurgia, cui davano il nome di Barbieri e di Barbierotti; titoli che durano ancora nei bagni penali dei paesi marittimi. Ciò non pertanto posso aggiugnere pei tempi più recenti non esservi bastimento militare senza il medico o chirurgo a bordo, i quali hanno grado di ufficiali, ed entrano nei ruoli dello stato maggiore. L'esperienza e la storia dei viaggi negli ultimi due secoli dimostrano la stranezza degli ufficiali sanitarî, e le cattive conseguenze della loro caparbietà. Se chi legge appartiene alla rispettabile classe dei Dottori, tolga l'avviso pel suo e pel comun beneficio: faccia di uniformarsi alla disciplina degli altri ufficiali, e di seguire i suggerimenti del comandante.
Tra i sacerdoti la nostra storia nomina il padre Laynez, celebre Gesuita, cappellano maggiore e presidente dello spedale in Africa, il quale aveva ducenquaranta infermi alla sua carità affidati; e nomina il socio della stessa Compagnia padre Martino da Estella; il fra cappellano di Malta don Matteo; fra Michele da Napoli, e fra Alonso Romero, dei Minori: e quattro Cappuccini, due de' quali vi morirono insieme a tanti altri, e due presso che morti furono rimenati in Sicilia[280]. Sugli afflitti, lungi dalla patria e dai congiunti, scenda propizio il sollievo della religione; e le parole di pace per la bocca de' sacerdoti, partecipi delle stesse sofferenze, confortino l'animo virtuoso di chi non si perita professare pubblicamente la sua fede. Ecco come di questi soldati e marinari in procinto di partenza per la spedizione africana scriveva un diplomatico ad un sovrano[281]: «Tutta la fanteria, capitani, maestro di campo, ed ogni sorta di gente jeri mattina si confessò e comunicò con molta devozione: e credo che avranno fatto bene, per essere questa un'impresa da restarcene assai.... Ogni uomo va risolutissimo di avere a combattere, e di avere a morire.»
XIV.
[15 luglio 1550.]