XIV. — Crescendo il numero dei feriti e degli infermi, quelli di essi che potevano alla meglio sostenere il travaglio della navigazione andavano sui grippi trasferiti agli spedali di Sicilia, con ordine alle galere della scorta di rimenare al ritorno il supplemento di gente e di munizioni, quanto più se ne poteva. La buona stagione, il quieto mare, ed i Ponenti freschi prestamente gli conducevano all'andata ed al ritorno; sempre di buonbraccio sotto vela, senza altro fastidio che di cambiare le mure, o di rovesciare il carro dall'una o dall'altra banda. Coll'occasione dei ritorni, molti venturieri italiani continuamente sopravvenivano in Africa; tra i quali devo ricordare più che trenta gentiluomini romani, accordatisi tra loro di fare onore e spalla a Carlo Sforza nelle dure fazioni dell'assedio[282]. I foglietti volanti stampati in Roma di quel tempo manifestano la pubblica simpatia della città a loro favore[283]. Primo tra questi signori nominerò Giambattista del Monte, nipote del nuovo Pontefice, giovane desideroso di mostrare il suo valore in tanto onorata guerra, offertosi colla scelta compagnia dei suoi provvisionati[284]. Metterò appresso il signor Antimo Savelli[285], alla testa di molti amici e seguaci della principesca sua casa, il quale in questa e in tante altre imprese meritossi elogi universali, che fia ben ripetere coll'enfasi di Benedetto Varchi[286]: «Chi non ha sentito, non dico ricordare, ma portare insino alle stelle il signor Antimo Savelli, il signor Luca, il signor Antonello, il signor Troilo, e mille altri, tutti signori, tutti Savelli, tutti gran maestri di guerra?»
Il Ferramolino intanto, ricevuti i rinforzi dal Regno, e più dalla Goletta due altri cannoni grossi, due lunghe colubrine, ed un serpentino da breccia[287], aprì la seconda parallela, divisando portare le trincera coi loro rami, risvolte, e bisce, e batterie cento metri più avanti[288]. Per tutto questo cresceva la fatica ai soldati: guardia alle armi, al campo, ai pezzi; lavori di terra e di trincera; e la comandata in giornèa al bosco per la fascina. Ogni giorno una grossa brigata in arme andava a legnare in certi oliveti lontano uno a due miglia: la scorta coll'archibuso, i guastatori colla scure, i garzoni e i giumenti colle ritortole. Rimenavano pali e stecconi da trincera, ramaglie e schegge da salsiccioni, cepperelli e trucioli per le cucine, tronconi e mozzi da carbonizzare per le fucine. Conciossiachè sempre ardevano nel campo due grandi fucine, dove si faceva ogni lavorìo di ferro, occorrente alla giornata, massime in servigio dell'artiglieria: piastre, cerchioni, perni, chiavarde ed attrezzi[289]. Non erano bambini, nè aspettavano i maestri di ogni cosa, come alcuni presumono nel nostro secolo. Tutto è antico: la fucina di campo, lo stento dell'assedio e la gelosia dei Triumviri.
[20 luglio 1550.]
La mattina del venti di luglio cinque galèe piene di infermi e feriti, e alcuni grippi coi lettucci per gli aggravati sotto il comando e la scorta di Carlo Sforza salpavano verso gli spedali di Trapani: e di là le galèe corsero a Napoli per levarne gente e munizioni[290]. Vi giunsero la sera del ventidue a due ore di notte: e vedendo Carlo che qualche giorno sarebbe passato a caricare le polveri, i projetti, le provvisioni e i soldati, prese le poste e se ne venne a Roma, volendo dare direttamente al Papa informazione esatta di ciò che passava in Africa, perchè ne avesse a ricevere sicuro ragguaglio l'Imperatore, ed indi venirne il rimedio. Il parere dello Sforza intorno a questo assedio ci è stato conservato da uno di quei tanti diplomatici che il duca Cosimo teneva in ogni parte di Italia; il quale, dando conto allo stesso Duca del lungo discorso fatto col Capitano di Roma, ne ripete le parole in questa forma[291]: «Nell'esercito vi è tanto poco ordine, che non si può veder peggio.... perchè il governo è in mano di giovani e di persone senza nessuna esperienza; e quelli che alla ventura potrebbero sapere, non sono chiamati alli consigli, e se ne stanno da banda, senza ingerirsi in cosa alcuna, lasciando abusarsi a quei giovani intorno alla muraglia. Alla quale circa cinquecento Spagnuoli dettero un assalto da una parte che era andata a terra; e si portarono con tanta viltà, che ducento Turchi che escirono dalla terra gli seguitorono fino alle loro trincere, ammazzandone e ferendone quanti volseno[292]... Il signor Principe non esce di galera, e tutto giorno giuoca a tarocchi, e non manca andar qualche volta in villa con la brigata a piacere... Al priore Sforza ed al signor Giordano Orsino non è stata observata cosa che fussi lor promessa... Ed ogni minimo spagnolo ha avuto ardire di comandare alli Italiani ogni vile azione: i quali non hanno servito ad altro che per guastatori, tirar l'artiglieria, far gabbioni, e simili altre mercenarie opere: et al primo, quando si dette la batteria, andò un bando che i soldati italiani non ce intervenissino... In somma, s'el si tira questa posta, sarà grande: ma pare disperata, considerato il valore di dentro, e il poco ordine e manco experienza di fuori.»
Dunque dissensioni tra i comandanti: lo Sforza, l'Orsino, e anche il Doria in disparte per l'arroganza di don Garzia[293]. Disperato in quel modo l'attacco dalla parte di terra; e la vittoria riservata ad altro metodo di batteria per la parte del mare, con quelli ordini e ingegni che vedremo al ritorno in Africa del nostro Capitano.
XV.
[21 luglio 1550.]
XV. — Intrattanto cannonate continue alle mura, scaramucce perpetue col presidio, e giornèa quotidiana per la fascina. Nel tempo di quest'ultima più umile fazione si aveva spesso spesso a menar le mani, o all'andata o al ritorno, contro certe imboscate di Mori e di Beduini attizzati da Dragut con lettere, promesse e minacce. Fra gli altri erasi reso celebre un Cavaliero africano, che non fu mai veduto uscir fuori di caverna o di bosco o di altro riposto nascondiglio, che non ottenesse alcun segnalato vantaggio. Costui compariva solo or qua or là improvvisamente; e talvolta alla testa di otto cavalli e di circa trenta pedoni, tutto ammantato di bianco, e cavalcando nobile corsiero di bianco mantello, chiazzato di bajo alla criniera e alla coda. Il giorno seguente alla partenza dello Sforza toccò a Giordano Orsino farne la conoscenza, e portarne i ricordi. Imperciocchè Giordano proprio in quel primo giorno, privo della consueta compagnia, pensò distrarsi con Astorre Baglioni e alcuni altri gentiluomini fiorentini e romani, seguendo la carovana dei taglialegna: desideroso pur di osservare meglio la campagna, e di vedere da presso la qualità e i prodotti delle terre africane. Se non che la cavalcata andò più lontano che non si conveniva; tanto che volendo ritornare tutti insieme a cavallo di piccoli, ma briosi barberi, si avvidero essere l'ora già tarda, e i guastatori colla scorta partiti dall'oliveto. Per maggior disdetta vennero veduti all'Orsino certi volatili pellegrini di bei colori tra quelle solitudini posarsi sulla cima degli alberi non molto lontano dalla via: ed egli, che aveva seco sospeso all'arcione l'archibusetto a ruota, col quale era uso fare bellissimi colpi, s'appartò con quello in mano alquanto dai compagni, seguendo copertamente tra le macerie la direzione della preda. Quando ecco uscir fuori improvvisamente il Moro dal bianco mantello, e con tal prestezza investire di zagaglia l'Orsino, che in un subito gli trapassò il braccio sinistro e lo gittò da cavallo, senza dargli tempo di voltare nè faccia nè arme[294]. E già messo piede a terra e sguainata la scimitarra gli avrebbe troncata la testa, se Astorre ratto come suona il suo nome, a briglia sciolta e chiamando ad alta voce i compagni, non si fosse gittato pel primo e risolutamente contro l'offensore, costringendolo a risaltare in sella, e a fuggir via: non tanto però confusamente, che colui non si portasse al guinzaglio il cavallin di Giordano, e non gridasse a più riprese: Cristiani, un'altra volta più attenti! Il Baglione tuttavia e gli altri, desiderosi di dargli la risposta più che di parola, galoppavangli appresso a spron battuto; sì che il Moro per salvarsi fu costretto di rilasciare all'istesso Baglioni, che eragli quasi ai garetti, il cavallino predato; e senza altra novità si sottrasse. La brigata di ritorno pensava alla necessità della vigilanza e circospezione, quando si è in guerra pel paese nemico; e come ogni diletto, ancorchè onesto, può divenir fatale, se distoglie l'uomo dall'attendere alle cose di maggior momento ed alla guardia di sè stesso.