Or noi leviam di terra il mal ferito Orsino, e rimeniamlo a bordo per curarlo: che avrà a fare tra breve più degna prova[295]. E perchè tutti sogliono volgersi alla storia, e da lei aspettare giudizî, e lode, e biasimo, secondo le opere, mi sia concesso di soddisfare al debito mio e al desiderio delle onorate persone, rendendo a nome dell'Orsino e dell'inclita sua casa pubbliche grazie, non vendute nè compre, ad Astorre Baglioni. Le povere parole di romito scrittore faccian ghirlanda al caro capo del gentil Cavaliero perugino; e restino scolpite attorno al suo nome in vece della corona di quercia che da altri avrebbe dovuto ricevere per avere salvato sul campo la vita di un cittadino romano[296].
XVI.
[22 luglio 1550.]
XVI. — Volgiamci adesso al principale avversario contro chi si fa la guerra. Dragut già da tre mesi batte il mare da lontano, facendo il più che può insulto, danno e vergogna ai naviganti ed ai paesi littorani della cristianità, coll'intendimento di strapparne l'armata dall'Africa. Ma non per questo i soldati e marinari nostri rallentavano l'assedio, sapendo che il tristo non potrebbe arrischiarsi sulle coste d'Italia, senza correre pericolo di restarvi avviluppato da forze maggiori; e che sulle coste di Spagna troverebbe in guardia con dodici buone galere don Bernardino di Mendoza a tenerlo in rispetto. Perciò lo strattagemma non produsse effetto favorevole ai disegni suoi: anzi l'espose a parecchi rovesci, tra i quali gravissimo lo scacco toccatogli sulle coste occidentali della Sardegna; dove essendosi arrischiato a sbarcare per far preda e per espugnare una terra, quei terribili isolani si levarono a stormo, e non solo ricacciaronlo alle navi, ma gli ammazzarono circa quattrocento scherani[297].
Dopo cotal fazione più che mai avvilito, e abbandonato dagli Algerini stanchi di lui, si trovò molto basso con soli quindici o venti piccoli bastimenti. Nondimeno rilevando quanto degli antichi spiriti gli restava, e risoluto di spendere per sua salvezza i tesori corseggiando in tanti anni accumulati, tornò celatamente in Barberia, e si diè a correre le maggiori città, picchiando alle porte degli amici suoi: rappresentava a tutti il pericolo, che egli diceva comune; prometteva e donava largamente, intendeva scioglier l'assedio e far gente. Scrisse al re di Tunisi e a quello del Caruano, fu a Sfax, a Tagiora, alle Cherchere, e specialmente alle Gerbe, tanto che raccolse da ogni parte un tremila settecento Mori, ottocento Turchi, e sessanta cavalli. Indi scrisse al Nipote in Afrodisio di tenersi pronto pel venticinque del mese, che egli verrebbe dalla parte di terra a soccorrerlo, ed a congiungersi con lui.
Le lettere di Dragut entrarono nella piazza, come poi si seppe, portate di notte da esperto marangone; il quale durante il giorno, tenutosi nascosto nell'oliveto, e poi tra le tenebre messosi a nuoto, prese la direzione del porto facendosi riconoscere alle guardie per quello che era. L'esercito dei Mori similmente, marciando a gran giornate, giunse al sito convenuto, cinque miglia lungi dalla piazza assediata, e Dragut la stessa notte del ventidue, venuto per mare con alcune sue galeotte, gittossi in terra con ottocento Turchi, per mettersi alla testa della sua gente. In somma grossa tempesta si addensava sul capo degli assedianti, senza che niuno ne avesse sentore: salvo che si udivano aggressioni più del solito frequenti contro i soldati o contro cavalieri sbandati intorno all'oliveto[298].
XVII.
[25 luglio 1550.]
XVII. — La mattina del venticinque tre compagnie di dugencinquanta uomini l'una, spalleggiando ducento guastatori siciliani, condotti in Africa dal Vega, eran sull'incamminarsi agli oliveti per legnare, secondo il consueto, quando il Vicerè informato allora allora di certe dicerie correnti tra i Mori alleati faceva uscire con loro altre tre compagnie, e tutti sotto due sole bandiere, per coprire il numero, e metteavi per mastro di campo don Luigi Perez di Vargas, governatore della Goletta: uomo che, per essere più di ogni altro pratico delle insidie e delle scaramucce moresche, era stato fatto venire a posta, e trattenuto al campo[299]. La colonna marciava in bell'ordine: ottanta file per diciassette righe. I picchieri armati di corsaletti alla vanguardia e alla retroguardia, nella battaglia gli archibugeri, alla coda i guastatori, a destra e a sinistra due catene di moschettieri. Queste genti, appressandosi all'oliveto, vedevano qua e là Mori e Turchi in piccoli drappelli, massime intorno a certe muraglie diroccate pei campi: ed essendosi avvicinate al bosco consueto, scoprirono finalmente il grosso dei nemici, che a primo aspetto fu stimato di quasi tremila fanti. Dragut, la cui presenza era ignota ai nostri, e ignota restò fino al termine della giornata[300], erasi tenuto nascosto perchè la colonna si allontanasse più e più dalle trincere: ma avendola oramai vicina con suo gran vantaggio di numero e di posizione studiosamente scelta, faceva dar nelle trombe, e assaltava il fronte dello squadrone. A quello scontro don Luigi Perez da bravo spagnuolo correndo avanti a cavallo gridava: «Animo, amici, avanti, e dagli alla trista canaglia: Santiago, e dagli!»[301].
Si attacca la scaramuccia alla destra e alla sinistra, cresce la mischia sul fronte, e al rumore tutti si riscuotono dal campo, dalla piazza e dal mare. Tutti vorrebbero esser là: e non potendo altrimenti, ciascuno manda l'ajuto ai suoi e lo sgomento ai nemici con altissime voci e col rombo del cannone. Le galere specialmente, accostatesi di fianco, tengono coi loro corsieri in rispetto i barbari: e non ostante la grande distanza al secondo o al terzo rimbalzo squartano o maciullano fanti e cavalli[302]. Il Vega, veduta l'azione impegnata, lascia don Garzia alla guardia delle trincere, e si avanza colle riserve, opportunamente giugnendo a sostenere la colonna sul terreno, dove non cede un palmo. In quella le maniche dei moschettieri si spiegano con soverchia larghezza, intesi a coprire le spalle dell'ordinanza, sì come i nemici minacciano girarla; e il Vicerè manda Luigi Perez a raccoglierli a segno. Già don Luigi ha rannodato il cordone di sinistra, e già galoppando trapassa alla destra, dove trova maggior difficoltà, e più fiero riscontro: mentre chiede soccorsi per ricongiungere allo squadrone l'altra manica, una palla di schioppo di un beduino appostato sugli alberi lo coglie nel petto, e gli esce dagli arnioni[303]. Sentendosi ferito a morte, volge le briglie per mettersi tra suoi: ma prima di potervi arrivare, cade morto in terra, e il cavallo gli si ferma allato. I Musulmani in furia per avere il cadavere, gli Spagnuoli in furore per ricuperarlo. Si viene alle strette: scimitarre contro spade, lancie contro picche, schioppi contro archibusi, saette contro pugnali. Contuttociò gli Spagnoli raccolgono la salma, rimettonla di traverso sul cavallo, e si rannodano allo squadrone.