Intanto i guastatori, come se nulla fosse intorno, avevano compito il lavoro della fascina, e preso il carico delle legne e delle ramaglie: però il Vega ordina che dalla stessa parte, cioè dalla sinistra, si ritiri al campo la colonna, ed esso stesso mettesi alla coda per sostenere i suoi, e per tirarsi appresso i nemici sotto al fuoco delle trincere[304]. Marciano in ritirata: sempre colla faccia volta al nemico, sempre combattendo, e sempre incontrati da gente fresca di soccorso. Notevole in questa ritirata il ricordo dell'artiglieria di campagna maneggiata sui carretti, per tenere addietro la piena dei barbari[305].
In quel momento Assan-rais che dalle sue torri vede lo squadrone in ritirata, Dragut sulla pesta, e le trincere più che mai sguernite, caccia fuori della piazza il presidio, risoluto a fare l'estrema prova di spianare i lavori, di chiodare le artiglierie, e di dar mano agli amici, secondo le istruzioni da tre giorni ricevute. Se costui fosse riescito nell'intento, la campagna di Afrodisio sarebbe a ricordare funesta quanto quella d'Algeri. Ma don Garzia è sul posto, e quivi di piè fermo sostiene l'assalto di Assano: il Ferramolino dirige i fuochi sulla fronte delle trincere, fiancheggiate per filo radente, e munite di molte artiglierie e di archibusoni da posta. Ambedue scopano d'infilata a metraglia; e il Vicerè, trovandosi oramai vicino, rimanda dentro mano mano maggior rinforzo. Fatte inutili e disperate prove con molta strage de' suoi, Assano si ritira in fretta, e tanto prestamente fa chiudere le porte innanzi al rincalzo dei nostri, che molti dei suoi, per rientrare nella piazza, sono costretti gittarsi a nuoto nel mare[306].
Dragut collo sguardo di pirata aveva seguite tutte le fasi del combattimento. Vedeva intatto lo squadrone, rimessa la fascina, ricacciata la sortita, assicurate le trincere. Tutto al rovescio dei suoi disegni. Nè in principio per sorpresa, nè appresso per forza, nè in fine pel concorso del nipote, non aveva mai potuto venire a capo di nulla. Molto meno confidava di vincere l'accampamento, munito di argini, di fossi e di numerose artiglierie. Pressato dalla volubile accozzaglia della gente raccogliticcia, tirossi indietro. Spese la notte in consulte inutili, e il giorno seguente sciolse le bande dei Mori, e se ne tornò coi Turchi verso le Gerbe. Di là tanto meglio, quanto da luogo più vicino e sicuro, attese a considerare il procedimento dell'assedio: sempre pronto ad ogni occasione che mai potesse la fortuna mettergli avanti.
Così passò la grande giornata del venticinque, nella quale si parve in tutto il suo splendore la bravura e la fermezza delle fanterie spagnuole, che non avevano pari in quel tempo per stabilità sul terreno, secondo gli ordini con che le aveva disciplinate Gonsalvo. Si parve eziandio l'antico metodo delle milizie deputate a combattere alla spicciolata, in branchetti o in cordoni distesi oltre alla fronte di battaglia, come fanno oggidì i bersaglieri. Di più ci ritornano le artiglierie minute da campagna coi loro carretti; e notiamo i bei tiri di rimbalzo delle galere a distanza di più che due miglia. Nè vuolsi tacere la savia direzione di tutti i capitani dal mare, sul campo, alle trincere; e l'intrepidezza dei guastatori nel compiere il loro servigio sotto il fuoco del nemico.
XVIII.
[30 luglio 1550 ]
XVIII. — Dato il primo governo a circa dugento feriti, e resi gli ultimi onori a un'ottantina di morti, specialmente al prode don Luigi Perez, tornò nell'esercito e nell'armata la consueta giovialità, cresciuta dalla speranza di successi migliori. E perchè gl'infermi in cura avessero a essere meglio provveduti, senza crescere fastidio ai combattenti, ordinarono a Marco Centurioni, luogotenente del Doria, di portarli con dieci galere agli spedali di Trapani; e poi esso scorresse infino a Napoli, a Livorno, alla Spezia e a Genova, per raccogliere da quei centri gente e munizioni, secondo l'ordine dell'Imperatore a tutti i suoi ministri in Italia, tanto che l'impresa d'Africa giugnesse a buon termine[307]. Quando salparono le dieci galèe del Centurioni, si aspettavano di ritorno le cinque dello Sforza; e al tempo stesso Dragut sguinzagliava alcune delle sue fuste per codiarne i movimenti, e per non lasciarsi cogliere, come il vecchio maestro, con tutti i legni in un punto solo.
Qui mi vien bene aggiugnere alcuni fatti minuti di costoro presso la spiaggia romana, durante l'anno del giubilèo: fatti narrati da scrittore contemporaneo[308]. Tre ladroni, sciolti dalla brigata di Dragut, eransi messi in società tra loro, e in busca pel Tirreno: chiamavasi l'uno Cametto, l'altro il Bagascia, e l'ultimo il Bollato. Ladri nomi, come ognun sente, e certamente imposti dai nostri e loro amici, conforme ai meriti. Essi venivano con tre legni, due fuste e un brigantino: e insieme di notte al primo abbordo presso Napoli cattivarono una grossa nave carica di vini, che il vicerè don Pietro mandava in Africa a don Garzia suo figlio. Fecero schiavi il capitano e i marinari, e mandarono alla Gerbe marinato il bastimento e il carico. Poi volsero all'isola di Ventotiene per racconciarsi e dividere i guadagni minuti. Dopo cinque giorni alzarono la vela alla volta del Circèo: ma sorpresi da grosso fortunale rifugiaronsi a Ponza, dove stettero dieci giorni a ridosso. Indi ripigliata la via per maestro, presto ebbero l'incontro di una tartana con venti passeggeri, usciti anche essi al buon tempo da Gaeta, e vôlti cheti cheti alla Fiumara di Roma ed alle indulgenze del giubilèo. Pensate rubalderia di Turchi! presero a un tratto pellegrini, marinari e tartana; e consegnarono ogni cosa al Bollato, perchè col suo brigantino di scorta menasse gli schiavi e il naviglio al mercato della Maometta. Le due fuste vennero avanti alla foce del Tevere, cercando se altri volesse entrare od uscire senza spese di rimburchio: ma scoperti dalla torre Bovacciana, allora più propinqua al lido, e salutati di alcune cannonate, tirarono oltre. Non furono guari lontano, che si parò un bastimento di Civitavecchia diretto al Tevere: ed i pirati addosso. Allora il padrone non potendo tornare addietro pel vento di Ponentemaestro, nè volendo allargarsi a mare, animò la sua gente, distese tutto il cotone, aggiunse sei remi, e prese a correre verso la Fiumara, sempre tenendosi dalla parte di terra il più che poteva. Le fuste più leggiere, e fornite di maggior remeggio, dopo strettissima caccia già già erano per investirlo; e allora il padrone, che aveva anche a questo provveduto, mollava la scotte, dava fondo a due ferri, e abbandonava il bastimento, fuggendo collo schifo e con tutti i suoi marinari a salvamento in Ostia. I pirati nondimeno salparono le áncore, menaronsi il bastimento, rubarono ogni cosa, e poi l'abbandonarono quaranta miglia al largo.
Questo fatto pose di mal umore Cametto contro il Bagascia, perchè costui sconsigliato nella caccia aveva troppo stretto il nemico alla spiaggia, in vece di sforzarlo ad allargarsi; e con ciò cresciuto favore alla fuga delle persone. Ebbero tra loro di male parole, e si separarono, dicendo il Bagascia volersene tornare in Barberia per bisogno di panatica. Al contrario se ne andò solo all'Elba, dove scoperto dalle guardie, e assalito da due barconi dell'isola col rinforzo di molti soldati, combattè lunga pezza, dette e toccò le busse: ma in fine gli riusci di smucciar via, tuttochè mal concio; e corse a ripararsi prima in Bona, poi in Algeri, dove fece mercato del bottino e dei prigioni.
Cametto altresì solo restò sulla Spiaggia romana per due giorni, e poi navigò a Talamone. Colà ebbe incontro quattro galeotte di Dragut, appartenenti alla schiuma di un altro stuolo: e tutti insieme quei furfanti fecero gran baldoria per l'allegrezza di essersi incontrati; dandosi a vicenda l'uno l'altro le notizie di quanto avevano lasciato in Africa, e trovato in Italia. Andarono quattro giorni insieme, fino a capo Côrso; poi si divisero, continuando le galeotte a ponente verso la Spagna; e tirandosi Cametto a ostro per la Corsica e per la Sardegna. Nella prima isola prese un povero prete di campagna nella stessa sua pieve, fuggitone a precipizio il vicario più destro e più giovane. In Sardegna ghermì due fanciulli che nuotavano per sollazzo alla riva. E prolungandosi per quelle costiere, ogni notte gittava in terra dieci o dodici uomini a far preda per le campagne, attaccandosi a tutto, posto che si potesse trasportare. Ma essendosi i Sardi riscossi chi a piè chi a cavallo per ricuperare le persone e le cose perdute, indarno Cametto spese altri otto giorni a ronzare intorno a quelle rive: tutto era guardato e difeso. Però volse la vela verso Biserta, rendendo suo malgrado onorata testimonianza alla virtù dei Sardi[309]. Trista condizione della dimora, dei viaggi e dei commerci per le nostre marine.