XIX.
[31 luglio 1550.]
XIX. — In quella Carlo Sforza, speditosi da Roma, e ripresa a Napoli la capitana e le munizioni che ho detto, veniva a golfo lanciato verso l'Africa, non senza cacciarsi dattorno lo sciame dei pirati, dalle cui mani alle Eolie pur riscuoteva una fregata napolitana con tutta la gente[310]. Il suo ritorno all'armata ed al campo, che fu il trentuno dello stesso mese di luglio, ravvivò la speranza di sollecita espugnazione, e più che mai rivolse i pensieri altrui alle batterie di costa verso la marina, sul debole della piazza, secondo che egli aveva sempre proposto. Di questo suo pensamento, con lunghi e stringenti discorsi, durante la traversata, erasi studiato di far capaci i due ingegneri che aveva preso seco a Palermo: coi quali per maggior convincimento, e prima di mettere piede in terra, scórse a bello studio tutta intorno la penisola fortificata, segnando col dito a quei signori i punti che meglio degli altri potevano essere con buon successo battuti; e pigliandone i rilievi dalla poppa del suo schelmo[311]. Seguo in questa parte la perizia di Carlo Botta, che usa la voce Schelmo per sincope di palischermo, quasi a ogni pagina del Viaggio intorno al globo: e per questa stessa ragione mi sembra termine molto acconcio ad esprimere per eccellenza la barca assegnata all'uso personale del comandante: perchè come si distingue per la ricchezza e nobiltà delle forme, così anche vada per la concisione e forza del nome meglio in armonia colla dignità della persona[312].
I due ingegneri, chiamati con gran pressa dalla Sicilia dopo la battaglia dell'Oliveto, e indi menati al campo dalla prima galèa di passaggio per quelle parti, che fu proprio la capitana di Roma[313], passano ambedue presso che ignoti nella storia dell'arte; e però più meritevoli di special ricordo, come abbiam detto del Ferramolino. Il primo, chiamato Andronico Arduini, oriundo di nobile famiglia messinese[314], nato in Rodi, bombardiere di vaglia in quell'assedio, fattosi poscia seguace del Martinengo, divenne eccellente nel maneggio delle artiglierie, negli ingegni delle macchine, e nelle dottrine della nuova fortificazione militare[315]. Dunque di origine e di scuola italiana, quantunque per andare meglio a' versi dei padroni di Spagna si facesse chiamare col nome di capitano Spinosa, sì come ripetono sempre gli scrittori di quella nazione[316].
Dell'altro parlano quasi tutti implicitamente; ma il solo Orazio Nocella da Terni, attore e testimonio dei fatti, nei commentarî stampati in Roma, esplicitamente ricorda il nome, dicendo[317]: «Presa la città di Afrodisio, tra le molte provvisioni del Vicerè vuolsi ricordare la proposta di renderla più forte, e più difendevole, anche con poca gente. Laonde al signor Prato, nobile architetto, di cui si serve continuamente per le sue fabbriche, e per le fortificazioni delle città e d'altri luoghi, die' commissione di farne il disegno, e di mandarne la figura all'Imperatore, lavorata e finita come si costuma per mostrarne l'artificio.... Il modello, prestamente composto, fu presentato a Cesare da Giovanni Ossorio di Quignones, insieme colle notizie della felice espugnazione e conquista.» Dunque anche il Prato era presente al campo, e pigliava parte all'espugnazione, e aveva il carico dei lavori, quantunque non sia espressamente scritto dal Salazar e dagli altri[318]. Il nome del Prato è certamente italiano, come ognun vede, e forse di quella stessa famiglia da Lecce, donde un secolo prima si era generato Leonardo Prato, cavaliere gerosolimitano, cui i sovrani aragonesi avean dato il carico di riparare le fortificazioni di Otranto, dopo la celebre cacciata dei Turchi[319]. Ora che abbiamo fra noi il Ferramolino, l'Arduino, ed il Prato, passiamo a considerarne le opere magistrali.
XX.
[4 agosto 1550.]
XX. — Dei lavori precedenti sul campo non fa bisogno altro commento: gabbioni, fascine, terrapieni, fossi, trincere, e due parallele, secondo il metodo ordinario. Dalla parte della piazza due muraglie, l'una a riparo dell'altra, il fosso in mezzo, la breccia difficile, l'assalto impossibile. Il Ferramolino si volge alle mine: ma non può camminare di lungo sotterra, dove a ogni passo incontra due ostacoli insuperabili; pietra viva, ed acqua morta[320]. Condizioni geologiche necessarie del sito, quando si dice rupe presso al mare sottoposta a monti più alti e vicini. Venuti gli altri ingegneri, deliberano insieme di accostarsi alla piazza e di attaccarle il minatore per mezzo di una galleria di nuova forma, e acconcia quanto più si può alla qualità del terreno. Cavamento fino a trovare il macigno, ripari laterali di terra e fascina, e copertura superiore di travate e panconi da nascondere e difendere i lavoranti e i minatori.
[18 agosto 1550.]