Nel fervore delle pratiche, trattandosi la lega, e dovendosi mettere in sesto dalla parte di Roma il primo fondamento alla futura squadra marittima del Legato infino a trentasei galere, i Ministri camerali deliberarono riprendere dall'Orsino le tre della condotta: e trovandosi egli in Civitavecchia, mandarongli colà il vescovo di Pavia con un brevetto papale del tenore seguente[2]: «Al diletto figliuolo, nobil uomo Gentil Virginio Orsini conte dell'Anguillara. — Figlio diletto, salute ed apostolica benedizione. — Mandiamo costà in Civitavecchia il venerabile fratello Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, per rivedere e riconoscere l'amministrazione delle nostre galere. Ed esso da parte nostra ti avrà altresì a dire certe cose. Però tu presterai piena credenza alle parole di lui, come presteresti a Noi medesimo. — Dato a Roma, presso san Pietro, addì cinque novembre 1537, del nostro pontificato anno quarto. — Fabio Vigile.»

Parrebbemi villanìa entrare in camera dove parlano da solo a solo il Vescovo e il Conte, coll'intenzione di riferire altrui i loro discorsi. Detesto l'origliare di certuni al bucolino, molto più sotto le speciose apparenze di rendere servigi. Ma se ad alcuno verrà vaghezza di sapere i trattati dei due personaggi, secondo il brevetto, aspetti che quei signori escano in pubblico, e vadano al notajo, e allora con tutta dicevolezza saprà che il Conte pel buon andamento della lega, e per la maggior quiete dei contraenti, riconosce la convenienza di mettere il Legato sull'armata: quindi lascia (per poi riprenderlo a suo tempo) il titolo di capitan generale e di commissario in Civitavecchia, scrive l'inventario e la perizia delle tre galèe papali, le consegna ad un altro capitano, e se ne resta colle quattro galèe sue proprie, come venturiero capitano assoldato nella armata papale sotto gli ordini e lo stendardo del Legato per la prossima spedizione generale contro il Turco[3].

II.

[11 novembre 1537.]

II. — Ecco il tenore dell'istrumento[4]: «Giorno di domenica, undici di novembre 1537. — Civitavecchia, nel palazzo camerale. — Perchè il reverendissimo in Cristo padre e signore Giovanni de Rossi, vescovo di Pavia, presidente e chierico della Camera apostolica, e commissario delegato da nostro Signore nella terra di Civitavecchia; ed insieme con lui il reverendo don Guido Pacelli commissario della Camera predetta, ed Alessandro Benci computista, intendono ritirare dall'illustrissimo ed eccellentissimo signore Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, le tre galèe di nostro Signore, con tutti i loro armamenti e corredi ed altre cose appartenenti alle medesime, e appresso intendono consegnare le istesse tre galere al nobile signore Giacopo Ermolai, cameriere secreto di sua Santità, eletto capitano delle dette galere, secondo che la Santità sua verbalmente ha espresso al predetto reverendissimo Signore vescovo e chierico; il quale similmente ha ricevuto la istessa commissione verbale dal reverendissimo signor vescovo riminese, Tesoriere generale di nostro Signore e della Camera apostolica, e nondimeno essi non vogliono accettare la consegna delle predette tre galere senza il lodo di alcuni periti e pratici marinari, e senza la visita del predetto signor Ermolai con altri due marinari di sua fiducia e da lui nominati, i quali concordemente attestino che le dette galere sono atte a navigare e pronte a qualsivoglia combattimento marittimo, non avendo i predetti Vescovo, Commissario, e Computista niuna esperienza di queste cose; per ciò fecero chiamare alla loro presenza il signor Paolo Giustiniani di Venezia, Giovanni da Milano padrone della galèa sant'Agostino e Giorgetto Camilli comito della galèa medesima, i quali dinanzi agli stessi signori Vescovo, Commissario e Computista affermarono aver visitato le stesse galere di sua Santità, ora ormeggiate nel porto di Civitavecchia, e chiamata, l'una san Pietro, l'altra san Paolo, e la terza san Giovanni, ed essere veramente atte alla navigazione e pronte al combattimento, secondo l'uso di mare, posto che siano fornite di ciurma e di panatica: e così dissero doversi le stesse galere tenere e giudicare, come essi tengono e giudicano.

«Questi Atti furono compiti in Civitavecchia nel palazzo camerale, giorno ed anno come sopra.»

[12 novembre 1537.]

«L'altro dì seguente venne il predetto signor Giacopo Ermolai, e disse ed affermò di avere già da quattro giorni veduto bene ed accuratamente le tre galere designate negli atti presenti, e di aver visitato tutti gli armamenti, corredi ed altre cose attenenti alle dette galere, sempre accompagnato da due marinari pratici e sperimentati, fedeli ed amici suoi, per nome Bartolommeo di Gallipoli padrone della capitana di nostro Signore, e Domenico da Genova padrone della galèa san Paolo, ambedue chiamati dal medesimo signor Giacopo e insieme con lui revisori e giudici; ed ora afferma di aver riconosciuto e giudicato le dette tre galere per buone, atte a navigare, pronte a qualunque fazione ed esercizio marittimo, ed anche a battaglia navale.»

Dopo il preambolo delle testimonianze e dei giudizî, segue in lingua volgare l'inventario delle tre galèe[5]. Non lo ripeto, perchè niuno ci troverebbe cosa che non fosse già prodotta e dichiarata nei documenti precedenti, specialmente trattandosi del capitan Salviati nel quinto libro[6]. Comincia l'inventario sulla galèa san Giovanni, capitana della squadra papale, continua sulla galèa di san Paolo, poi sul san Pietro; termina colla quietanza a favore del conte dell'Anguillara, e colla consegna delle tre al capitano Giacopo Ermolai.

Dunque il Conte al suo ritorno, dopo navigazione piena di combattimenti e di vicende, còlto all'improvviso, rende buona ragione del materiale affidato alle sue cure; e si piega volentieri a tutte le esigenze del governo pel miglior servigio della cristianità nella guerra contro il Turco. Le galèe sono giudicate perfette anche per la battaglia navale, conforme al parere di un capitano e due ufficiali dalla parte del Conte; Giustiniani, Giovanni e Giorgetto: di un capitano e due ufficiali dalla parte della Camera; Ermolai, Bartolommeo e Domenico. Testimoni intelligenti, perchè del mestiero; e imparziali, perchè scelti a disegno da province lontane. Patisce eccezione la panatica, perchè si prende quando bisogna, e nei porti si compra alla giornata: resta la difficoltà perpetua tra noi di trovare gente da remo.