Il capitano Ermolai, qui sopra nominato, non fa gran comparsa nella guerra viva; ma primeggia negli apprestamenti e nella amministrazione, provveditore solertissimo, o come oggi direbbesi ufficiale generale di intendenza e di commissariato navale. Egli durante l'annata di guerra erasi con somma lode adoperato nelle provincie della Marca e della Romagna all'imbarco delle milizie papali per la Dalmazia; e più all'abbondanza del biscotto e delle vittuaglie per rifornire l'armata del Doria e dell'Orsino nello Jonio. Giacopo sovrastava ai magazzini e ai forni impiantati in Ancona ed in Fano, e facevane trasportare ogni bene dai legni di traffico delle città medesime, secondo le istruzioni ricevute direttamente dal Papa. Inoltre le sue commissioni si estendevano a mantenere la sicurezza delle provincie littorane sull'Adriatico contro qualunque scorreria vi potessero fare i Turchi in tanto sobbollimento di guerre vicine dalla Puglia, dalla Dalmazia, e dalle Isole Jonie[7].

Finalmente il vescovo di Pavia per delegazione straordinaria commissario nel porto e piazza di Civitavecchia aveva a fare ufficio di mediatore tra l'Orsino e l'Ermolai; e dar mano agli apprestamenti dell'armata per l'anno seguente, prevedendosi vicina la conclusione della lega. Il perchè si ponga ben mente al novero delle prime sette galèe che si allestiscono in Civitavecchia, colle quali dovranno poscia congiungersi le otto armate in Ancona, e le quindici prese a Venezia. Teniamo segnata la capitana, la padrona e la sensile della Camera, coi nomi di san Giovanni, san Paolo, e san Pietro: teniamo l'Orsina la Vittoria, il sant'Agostino, e il san Paolo del Conte; che tutte insieme tra poco saranno in Levante coll'Orsino che rassegna le galèe camerali, coll'Ermolai che le piglia, col Giustiniani che le rivede, con Giorgetto, Giovanni, Bartolommeo e Domenico che le giudicano, e con tutti quegli altri che appresso dirò[8].

III.

[Gennajo 1538.]

III. — L'invernata del trentasette rapidamente scorreva tra gli apprestamenti dalla parte dei Cristiani e dei Turchi, volendo gli uni e gli altri tornare più che mai gagliardi ai ferri nella buona stagione del trentotto. Al tempo stesso papa Paolo trattava l'argomento della lega, sempre desiderata, e non potuta mai fermamente stabilire tra i principi cristiani. Lettere, brevi, messaggeri, viaggi, maneggi, nunci per tutta l'Europa; e specialmente grandiose trattazioni in Roma tra il pontefice Paolo III, e i ministri di Carlo V, e del doge di Venezia al fine di conchiudere una lega stabile contro il Turco. Cosa facile in apparenza, perchè Paolo e Carlo già erano di fatto collegati contro Solimano; e i Signori veneziani pur di fatto già combattevano contro lo stesso nemico: quindi non si poteva dubitare che non avessero a volere la compagnia e i soccorsi di gente, di navigli e di danaro dal Papa e dall'Imperatore. Ma per venire con patti determinati alla conclusione dell'alleanza solenne bisognava superare non poche difficoltà tra i Veneziani e Cesare: gelosi i primi di conservare il loro dominio e la loro indipendenza, cupido il secondo di accrescere i suoi confini, e di avere tutti in Italia deboli e soggetti. Questi intendimenti rimaneggiati per ragione di stato, coperti sotto il manto dell'urbanità, e pienamente conosciuti dalle due parti, non potevano non portare diffidenza tra loro. Per vincere la quale il Pontefice adoperava tutto il suo gran senno, non perdonando nè a fatiche nè a dispendio. Spingeva i Veneziani, frenava Carlo, chiedeva fiducia e la mostrava, voleva spedizione gagliarda, e si offeriva pronto ad armamenti maggiori: ma non poteva togliere le conseguenze necessarie di funesti principî.

Carlo V già da un anno erasi impadronito del ducato di Milano, pretendeva altresì vecchi diritti sopra parecchie città del dominio veneto, perchè al tempo degli antichi erano appartenute allo stesso ducato. Carlo dominava direttamente nei regni di Napoli, di Sicilia e di Sardegna, indirettamente in Toscana, in Genova e in Piemonte. Nè a ciò contento, voleva anche di più: e sapeva che la soverchiante intramessa sua faceva afa a molti, specialmente ai Papi e ai Veneziani. Presso i primi si era sdebitato in gran parte col sacco di Roma, e il resto serbavasi alla guerra di Campagna. Il freno ai Veneziani lo ponevano i Turchi. Per ciò indirettamente la potenza di Solimano sosteneva quella di Carlo in Italia, tenendo abbasso la Venezia e la Sicilia, e dando pascolo ai Genovesi. Dunque il Turco per lui si aveva a comprimere, non a distruggere. Intendono meglio di me questa spezie di politica coloro che la praticano: coloro che assettano ogni cosa del mondo coll'equilibrio. Santa parola, e bellissima teoria, l'equilibrio sulle braccia della giustizia: ma sotto alle leve dell'interesse è stata e sarà sempre scellerata impostura. I Veneziani, maestri a chicchessia nell'arte del governo, conoscevano a fondo questi umori; e sapevano non doversi aspettare grandi soccorsi dall'amorevolezza di Carlo. Se non che assaliti con tutto lo sforzo da Solimano, e messi al rischio di perder tutto dalla parte di là; e di qua invitati dai ministri cesarei, sotto la mediazione del romano Pontefice, vollero provarsi a vedere cosa succederebbe, sostituendo alle teorie interessate dell'equilibrio la giustizia e la fede dei trattati. Parve miracolo che, dopo poche sedute, in due settimane gli ambasciatori di Madrid e di Venezia coi ministri del Papa in Roma dessero la lega tra loro per conclusa.

[8 febbrajo 1538.]

Produco qui i capitoli dell'alleanza senza preamboli e in compendio, perchè sono notissimi e da altri pubblicati. Chi li vuole per intiero, se li accatti dove facilmente si trovano, che io non do nè piglio noje inutilmente a talento di qualche arrogante[9]:

«Roma, otto febbrajo 1538.