I.
[26 ottobre 1555.]
I. — E' parrà forse a taluno, per gli ultimi capitoli del libro precedente, che io mi sia troppo disteso nei particolari del capitano Carlo Sforza e della squadretta venturiera, messa al puntiglio tra i competitori francesi e spagnuoli. Ma checchè possa altri pensarne, si mi è avviso di non rimanermi nè anche da queste digressioni, quando si connettono coi maggiori successi, e ne disvelano le prime cause, o mi dànno campo a chiarire nel miglior modo la storia della marina e dei capitani. E quantunque non sia mio intendimento nè debito il tener dietro a tutti gli avvenimenti del tempo, nondimeno mi parrebbe mancare all'ufficio mio se non ricordassi i fatti più rilevanti delle persone di mare e delle città littorane: senza che la mia storia sarebbe meno grata, dove pel discorso dei successi medesimi deriva diletto colla varietà, e lume colle considerazioni, che non lascio di fare quando il destro me ne viene, condottovi dalla induzione dei casi particolari. Per esempio, dal precedente racconto ciascuno (riducendosi col pensiero a quei tempi) può ora facilmente vedere l'attitudine dei baroni romani al mestiero del mare, la simpatia dei nostri popoli littorani per chi lo esercitava, l'interesse che ne prendevano le altre nazioni, le strettezze dei camerali coi loro congedi, e il turbamento degli stranieri colle loro fazioni. Ondechè niuno voglia darmi biasimo se io sono sceso, e se scendo anche in questo libro, ai particolari di simile natura; e se per meglio acquistar fede produco talvolta a verbo le testimonianze dei contemporanei, o il sunto dei documenti che li riguardano.
E per tornare al proposito, le galèe furono rimenate in Civitavecchia, ma non per questo finì il rumore dentro Roma. I Colonnesi minacciati ed offesi aveano prese le armi coi loro partigiani, ed i protettori di Napoli ingrossavano ai confini. In Roma congiure, sospetti, prigionie. Ondechè il Cardinal nipote, già certo della rottura, e spinto alla guerra dai ministri francesi, non più per le vie secrete, o per le generali, come prima, ma apertamente e sotto determinate promesse; pressato di più in quei giorni quando si diceva scoperta la trama di certi Calabresi per ammazzare lui stesso e il Papa[399]; e quando insieme venivano di Madrid lettere agre e minacciose, fece entrare lo Zio nell'abortivo disegno di cacciare gli Spagnuoli da tutta l'Italia coll'ajuto volubile dei Francesi. In somma vane speranze in Roma, vanissime in Francia: e nel mese di ottobre di questo anno tre fenomeni di gran rilievo. I Caraffi in Roma sottoscrivono i capitoli contro la Spagna per uscirne colla peggio[400]; Carlo V comincia in Fiandra la rinuncia dei suoi stati per ritirarsi in un chiostro[401]; e Filippo II in Madrid inaugura i principî del suo regno colla guerra contro il Papa per beccarsi la riputazione di santimonia[402].
II.
[Nov. e dic. 1555.]
II. — Dunque grandi maneggi in Francia, in Spagna, in Italia. Annibale Rucellai, nipote del celebre monsignor della Casa, viaggia verso Parigi col carico di esporre al Re le offese pubbliche e le private della corte e dei ministri di Spagna contro il Papa; vengono di Francia confortatori e fiduciarî i due cardinali di Lorena e di Tornone, i Veneziani sconsigliano, il duca d'Urbino marcia, quel di Ferrara nicchia. Armamenti, sospetti, speranze, e fine dell'anno cinquantacinque. Entra di verno il seguente con più lunghe flussioni e freddure: confisca ai Colonnesi del ducato di Paliano, investitura a favore della persona e discendenza di Giovanni Caraffa, conte di Montorio e nipote del Papa, e principio degli atti fiscali in Roma contro la casa di Spagna per dichiararla decaduta dal feudo delle due Sicilie[403].
[5 febbrajo 1556.]
Tra tante stizze all'improvviso si pubblica il trattato di tregua sottoscritto in Vauxelles il cinque febbrajo tra la Spagna e la Francia[404]. Sembra la prima esser giunta a distogliere la seconda dalla lega col Papa; pare debba cadere lo strepito delle armi. Se non che il cardinal Carlo Caraffa, proprio sopra quelle due galèe restate in Civitavecchia dopo il tafferuglio di casa Sforza, piglia il passaggio, e corre in Francia a dimostrare la tregua essere già rotta per colpa degli Spagnuoli, i quali, proteggendo i ribelli di Roma, ne insultano il sovrano[405]. Ai Francesi la vendetta, ad essi la difesa dell'onore e della sicurezza di Paolo IV e della sua casa. In mezzo alle scabrose questioni, che tocco di volo, farò presto a mettere un po' di ordine e di chiarezza, volgendomi alla marina, dove mi tarda ogni momento che non incontro quel prode capitano, il cui nome sta in fronte di questo libro.