[6 febbrajo 1556.]

III. — Flaminio Orsini, signore di Stabia in quel di Nepi, non so per qual destino, sfugge del tutto sconosciuto nella genealogia della sua principesca famiglia romana. Il Sansovino, il Gamurrini, l'Ughelli, l'Albasio, il Ratti, il Bicci, l'Amideno, e tanti altri stampati e manoscritti, che direttamente hanno trattato della casa Orsini, non fanno motto di lui: e il tanto diligentissimo e recente genealogista conte Pompeo Litta o lo ignora, o lo confonde con altri o Fabî o Flamini della stessa casata, ma di rami e di tempi diversi[406]. Per questo, quando me n'è venuto il destro, ho calcato a bello studio il nome di Flaminio; e specialmente nella mia storia di Lepanto, ne ho messa di rilievo l'importanza, per dare addentellato alle ricerche dei nostri archivisti e degli studiosi di storia patria, se per avventura qualche più larga contezza da loro me ne fosse potuta venire: metodo più volte tornatomi utile intorno ad altre ricerche. Rispetto a Flaminio un solo, per quanto mi sappia, si è mostrato inteso della domanda; e dopo due anni a me frate Alberto esso, non monaco nè terziario, ha risposto pubblicamente da Livorno, toccandone alcuni particolari, di che io volentieri me gli professo obbligato come meglio e a suo luogo dirò.

Ciò nonpertanto sopra fondamenti sicuri, secondo il mio costume, mi confido di mettere insieme la storia di questo prode romano, e di rivendicare dall'oblio uno dei più bei nomi del nostro paese. Cominciando dai precedenti, lo trovo del ramo di Bracciano e dell'Anguillara, nato intorno al 1512, e signore di Stabia, antico feudo e notissimo della casa Orsina presso a Civita Castellana[407]. Appresso l'incontro allievo nella scuola di Gentil Virginio suo congiunto, del quale altrove si è detto. Cognato del maresciallo Piero Strozzi, e seguace delle sue imprese; collega sul mare del celebre Lione Strozzi, e successore nel comando di quelle galèe. Lo trovo soldato di Francia, dei Farnesi e degli Estensi, condottiero nella guerra di Siena, governatore di Chiusi, generale delle fanterie romane, e finalmente castellano di Civitavecchia, e capitan generale dell'armata marittima di due Pontefici, oltre al resto che ne vedremo appresso[408]. Ecco gli uomini messi in non cale dai genealogisti ed archivisti nostri.

Sotto gli ordini del nuovo capitano si raccolsero quindici galere, altre prima, altre dopo; e vi stettero quanto durò la guerra, sempre intente a impedire il troppo libero scorrazzamento delle squadre spagnuole, ed a sostener Roma dalla parte del mare in quelle fazioni che or ora si vedranno[409]. Eccone qui sotto la lista[410].

Abbiamo dunque le due già tolte agli Sforzeschi con Niccolò Alamanni, più volte nominato, e Pandolfo Strozzi, che poi si troverà tra i romani alla battaglia di Lepanto. Quattro galèe del maresciallo Piero Strozzi, che non avevano pari sul mare per armamento, disciplina e grandi fatti nel Mediterraneo e nell'Oceano, dove erano state condotte in servizio della Francia contro gl'Inglesi dal celebre Lione fratello del maresciallo, e con esse il capitan Melchiorre di Belmonte, e il capitan Giovanni Moretti da Villafranca, del quale avrò a dire specialmente in alcun capitolo seguente. Scipione Fieschi, fiero nemico del Doria e della Spagna, militava al soldo di Roma sotto l'Orsino con due galere[411]. Due altre seguivano Baccio Martelli, fuoruscito fiorentino. Finalmente cinque eran venute di Francia col barone della Garde, e i capitani Sciarluz, Daramon, Cabazolles, De Carses, e Fouroux; i cui nomi e navigli così per punto sono segnati nelle note del cardinal Caraffa scritte di Roma addì sei del mese di febbrajo al duca di Mommoransì e al cardinale di Lorena; meno il Fouroux, del quale però avremo appresso certissime prove.

A similitudine dei primi capitani della guardia nel cinquecento, Flaminio riteneva colle galere anche il carico di castellano, o com'oggi direbbesi, di comandante della piazza in Civitavecchia: punto molto geloso per la vicinanza del duca Cosimo, e per la strategia del duca d'Alba. Aveva per difesa dalla parte del mare i due torrioni rotondi di opera reticolata, che ancora esistono alla punta dei due moli, uno a destra, uno a sinistra del porto, come furono edificati dallo imperator Trajano; e si chiamano i fortini del Bicchiere e del Lazzeretto: i quali signoreggiano le bocche tanto da non potervisi accostare legno niuno, senza esporsi a essere dal primo o dal secondo, o da tutti due insieme, fatto in pezzi, per le batterie alte e basse messevi a giuoco. Sulla base del porto aveva a destra la rôcca vecchia, ridotta a palazzo sovrano, ma non tanto che, per la sua posizione a cavaliere, e per la piazza interna aperta verso il mare, non potesse allogare una buona batteria, e chiudere il passo della darsena: e aveva sulla sinistra la rôcca nuova di Bramante e di Michelangelo, ammirato modello di architettura militare, secondo lo stile dei grandi maestri che mai non disgiungevano la leggiadria dell'arte dalla fortezza dell'opera[412]. Verso terra in giro dall'una all'altra rôcca aveva una cinta bastionata con sette baluardi reali, disegnati per Leon X dal giovane Antonio da Sangallo, e da lui stesso cominciati a imbastire di terra con qualche principio di muratura, continuata poscia da Giulio III, e ridotta a compimento dal quarto e dal quinto Pio[413]. Attorno a cotesto perimetro erasi adoperato Flaminio con felice successo, mettendo all'opera le ciurme, sui terrapieni e intorno ai carri delle artiglierie per ogni sbocco, e sui fianchi, e sul fronte: così che mandatovi da Roma Piero Strozzi a rivedere il progresso dei lavori ebbe a restarne pienamente soddisfatto[414]. Prospero Boccapaduli, commissario delle armi, comparve nel fornimento della piazza, delle fortezze e delle galere, quale tutti lo riputavano, diligentissimo[415].

IV.

[Marzo-agosto 1556.]

IV. — Maggiori apparecchi faceansi in Roma, dove si erano raccolti tutti gli esuli di Napoli e tutti i fuorusciti di Toscana. Primo di autorità nei consigli Silvestro Aldobrandini, padre di quell'Ippolito che poi fu papa Clemente VIII: primo di comando nelle esecuzioni Piero Strozzi, figlio di quel Filippo, cui toccò l'eccesso di lasciarsi morire anzi che essere straziato dal carnefice di Cosimo. Con questi consentivano tutti i nemici dell'Austria, dei Medici e dei Colonnesi; come dire gli Orsini, Torquato Conti, Ascanio della Cornia prima che mutasse bandiera, Adriano Baglioni, Matteo Stendardo, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro Campeschi da Forlimpopoli, Giulio Vitelli, Giovanni Guasgoni, Tommaso da Camerino, Lorenzo da Perugia, Giulio Cesare Brancaccio da Napoli, il duca di Somma, Alessandro Colonna, il capitan Mario Particappa, Prospero Boccapaduli, il Rucellai, il celebre della Casa, e tanti altri[416].

Fin dal principio il cardinal Caraffa aveva comandato che si descrivessero nei ruoli tutti i Romani atti alle armi, e si ordinassero in compagnie e legioni, assegnata a ciascuno la posta di convegno. Si trovarono alla mostra, sotto gli occhi di Paolo IV, ottomila uomini ben armati: e prima quei del rione di Ponte, più numerosi di ogni altro, in una legione alla guardia del Campidoglio, ed alla riscossa dovunque sarebbe maggiore il bisogno. Degli altri rioni a quattro a quattro si formarono tre legioni: la prima in battaglia sulla piazza di Termini, la seconda sulla piazza del Laterano, la terza al Circo Massimo: tre punti spaziosi e strategici per soccorrere prestamente tutto il perimetro delle mura cistiberine, quando si tentasse invasione da quelle parti, o balenassero i difensori della prima linea. Alle porte e alle muraglie i soldati e i capitani distribuiti così: dal Popolo alle alture del Pincio, monsù di Lanzac con mille Guasgoni; dalla porta Salaria alla Nomentana (non ancora Pia), il duca di Paliano con mille Tedeschi; dalla Tiburtina alla Maggiore ed oltre, Paologiordano Orsini con sei compagnie di Italiani, in tutto millecinquecento uomini; dalla Latina all'Appia il cardinal Carlo Caraffa con mille parimente Italiani; e finalmente all'Ostiense il Montluc con cinquecento Francesi. In tutto per le mura cinquemila soldati, ed ottomila per la città.