Di più distaccati per diverse guarnigioni, altri dumila in Paliano, millecinquecento in Velletri, quattrocento in Tivoli, e un altro migliajo in piccole bande pei luoghi prossimi al confine[417]. Arrogi un corpo di settecento cavalleggeri, divisi in quattro compagnie a carico dei capitani che aveanle formate, così per ordine di nomi, Giulio Vitelli, Baldassarre Rangoni, il conte Brunoro e Matteo Stendardo.

In questa occasione comparve per la prima volta in Roma quella milizia speciale che ha poscia continuato fino ai nostri tempi col nome di Guardia nobile: conciossiachè agli otto di dicembre del cinquantacinque, nella cappella, Paolo IV creò cavalieri cento gentiluomini romani, e a loro commise la guardia della persona sua. Assegnò loro le stanze in palazzo; e stabilì che, ripartiti in dieci decurie sotto altrettanti ufficiali, non si allontanassero mai dall'anticamera, secondo il turno della guardia; e tutti insieme a cavallo dovessero accompagnarlo quando gli convenisse uscire solennemente in pubblico[418].

Le compagnie assoldate e le milizie cittadine che rondavano notte e giorno per le mura vedeansi queste innanzi presso a poco come adesso le vediam noi: cioè alla sinistra del Tevere la cinta Aureliana, più i due famosi baluardi del Sangallo sulla via Appia e sull'Aventino; ed alla destra la cinta bastionata di Borgo imbastita dal Castriotto, e i baluardi di santo Spirito murati dal Sangallo. Al castello Santangelo finalmente la necessità di questi giorni aggiunse il terzo recinto in forma di pentagono bastionato, secondo certi disegni anteriori di mezzo secolo, messi su alla meglio in quindici giorni da Camillo Orsini. Esso col figlio, alla testa degli ingegneri, dirigeva il compimento dei lavori di terra, e dava mano alle tagliate in città, e alla difesa dei ponti sul Tevere per assicurare il possesso di Borgo, dove grossa mano di soldati e di trasteverini stavano di presidio.

V.

[1 settembre 1556.]

V. — Mentre in tanto gran fare erano i Romani occupati, don Fernando Alvarez di Toledo, duca d'Alba, famosissimo nelle storie di questi tempi, era giunto in Napoli mandatovi dal re Filippo col titolo di suo Vicario generale, e con autorità sopra tutti gli altri ministri, capitani e soldati di Spagna in Italia. Figurate nella mente un uomo adusto, duro, lungo, allampanato, tutto d'un pezzo; lunga e stretta la fronte, e più lungo il ciuffotto rittovi in mezzo, lungo il sopracciglio e lontano dall'occhio grifagno e fiero, lungo il naso, strette le labbra, contorti i mustacchi, e un lungo pizzo di barba disteso pel lunghissimo collo infino al petto: vestitene le ossa e i muscoli induriti con maglia e piastra di ferro, e avrete il ritratto del duca d'Alba come fu scolpito dal Lioni, e come fu dipinto da Tiziano[419].

Vuolsi chiamare eccellente (sotto l'aspetto militare) il piano di guerra di cotesto Duca: prevenire, anzi che esser prevenuto; guerreggiare sull'altrui, anzi che sul proprio; attaccare all'improvviso, senza chiedere licenza; dar dentro, prima che giugnessero di maggiori rinforzi; circuir Roma, affamare la plebe, suscitare tumulti nella città, ridurre Paolo in Castello, e quivi alle strette costringerlo a capitolare. Con questo divisamento il primo giorno di settembre passò il confine, guidando dodicimila fanti e quasi dumila cavalli. Occupò di slancio Pontecorvo, Terracina, Frosinone, Anagni; e sottomise la provincia di Campagna, donde prese nome la guerra. Tutto a seconda da quella parte. Non così dalla parte del mare, dove io principalmente riguardo.

[14 settembre 1556.]

Considerata l'importanza del porto di Civitavecchia a volere isolar Roma; e non potendovi il Duca mettere assedio, tanto lontano dalla sua base d'operazione, pensò occuparla per sorpresa. A tal fine s'intese con Cosimo di Toscana: il quale, perchè sudava freddo al nome di Piero Strozzi, di Silvestro Aldobrandini, e di quegli altri che facevano quartier generale in Roma, udì volentieri la richiesta dello Spagnuolo, e mandò tremila fanti toscani a Portercole, apparentemente per guardare il confine, in realtà per dargli mano[420]. Al tempo stesso don Fernando chiamava di Lombardia e di Piemonte altri seimila tra Spagnuoli e Alemanni, ordinando loro di imbarcarsi alla Spezia, di venire a Portercole, e concorrendo insieme da mare e da terra Spagnuoli, Tedeschi e Toscani, dar sopra Civitavecchia e impadronirsene. Se non che la tardanza dei primi, la mala paga dei secondi, la perplessità degli ultimi, e più di tutto la diligenza del capitan Flaminio, fecero cadere la trama. Flaminio in pochi giorni avea già compiuti due viaggi da Marsiglia a Civitavecchia, portando gente in ajuto di Paolo; e si trovava con molti rinforzi di soldati, di marinari, e di provvisioni in punto di combattere, non solo per la difesa della piazza, ma anche per l'offesa de' nemici, se mai si fossero arditi venire da ponente. La sua diligenza tolse loro ogni speranza: e per quanto durò la guerra, tenne sicura da questa parte la capitale[421]. Non fa bisogno ripetere come in tutte le fazioni della guerra a favore degli Spagnuoli gagliardamente si adoperassero colle armi i signori Colonnesi, massime quel giovane Marcantonio, il cui nome doveva poscia divenire celeberrimo. Io non ho mai preso a scrivere per intiero la sua vita, ma solo gli egregi fatti suoi contro i Turchi alla guerra di Cipro e alla battaglia di Lepanto. Quanto ai privati dissidî di famiglia e quanto alle guerre intestine, compiango lui ed ogni altro nei tristi tempi costretti da misero e funesto fato; e lascio che ne dicano con documenti di gran rilievo i moderni guardiani dell'archivio, senza entrare io in questo campo, che del resto non tocca la marina. Bastami ora Flaminio Orsini a sfatare da questa parte le molestie dei nemici.

VI.