[2 ottobre 1556.]
VI. — Non successe lo stesso a Nettuno, donde i Romani ebbero a patire gran travaglio. Nettuno, patria del Segneri, è una grossa terra sulla riva del mare a quaranta miglia da Roma, abitata da bella e brava gente, tenace degli antichi costumi; e tanto nel tratto, nelle vesti, nella figura, e in ogni altra cosa singolare, che alcuni le vorrebbero attribuire l'origine araba[422]. Posta di mezzo tra la punta di Astura e il capo d'Anzio, nel fondo di un golfo arenoso, tornava di grande comodità al rifugio ed al riposo delle piccole barche da traffico e da presa, nell'andare e venire a Roma da Napoli e da Gaeta: tanto più che la città di Anzio da più secoli distrutta, e il porto Neroniano anche prima interrito, non potevano nè render servizio, nè richiamare l'attenzione di nemici o di amici. I Colonnesi possedevano Nettuno in feudo, ma non lo avevano ancora fortificato alla moderna: soltanto il duca Valentino al principio del secolo decimosesto, impadronitosi della terra, erasi pur dato gran cura di aggiungere alla antica cinta di cortine e di torri quella bellissima fortezzina, che, per essere uno dei più insigni monumenti dell'arte primitiva, sarà da me a suo tempo largamente descritta[423]. Insomma tanto amore i Colonnesi portavano a Nettuno, quanto gli Orsini a Palo. Le due grandi casate romane, di qua e di là dalla capitale, quasi ad uguale distanza, si appoggiavano sul mare; dove le due famiglie per diverse strade riducevansi a diporto, e dove i giovani dell'una e dell'altra si addestravano nei rudimenti dell'arte marinaresca. Da quelle rive scoccarono le prime scintille che dovevano accendere il genio di Marcantonio e di Fabrizio Colonna, di Virginio e di Flaminio Orsini, celebri tra i capitani del mare nel secolo decimosesto.
E perchè ho chiamati a rassegna questi signori mi è necessaria una breve fermata con loro per istabilire insieme con certezza alcuni fatti del nostro proposito, che non potrebbero trovare altrove luogo conveniente; e pur vogliono essere presentati ai lettori prima che ci avanziamo per le acque di Lepanto. Nel mezzo al secolo decimosesto cinque famiglie delle romane possedevano e navigavano bastimenti militari di loro privata proprietà: gli Orsini, i Farnesi, gli Sforza, i Colonna e i Vaccari. Dei tre primi ho largamente trattato nei libri precedenti, e mi continuerò infine alla fine di questo volume[424]. Degli altri due vuo' dire adesso come seguirono il costume dei grandi in Italia di correre il mare per conto proprio contro i pirati e contro i turchi; e di mettersi alla condotta dei principi maggiori alle occorrenze delle spedizioni generali. Per questo crebbero di potenza e di ricchezza in Genova i Doria, i Grimaldi, gl'Imperiali, i Centurioni: per questo gli Strozzi e i Martelli in Toscana, i Cicala e i Terranova in Sicilia, gli Spinelli, i Brancacci e gli Staiti in Napoli, ed altri in più parti.
Trovandosi in Roma ai sommi onori il conte Federigo Borromèo, nipote di Pio IV, e volendo il duca Cosimo di Toscana ingraziarsi con lui e cogli altri della famiglia, pensò nell'anno sessantuno donare al Conte due corpi di galere ignudi, come dire due scafi nuovi senza corredo e senza armamento. Di che sapendo il Pontefice quanto bene metterebbegli l'apparecchiarli alla difesa della spiaggia, alla sicurezza di Roma ed ai servigi della curia, con suo chirografo diretto al tesoriere generale Mr. Matteo Minali ordinò le provvisioni di compiuto fornimento pei medesimi nel porto di Civitavecchia; e di più la costruzione o la compra di altri otto, da formarne giusta squadra per ogni occorrenza[425]. L'anno appresso con lettera di motoproprio, ricordato pur lodevolmente il dono di Cosimo al conte Federigo, gliene aggiunse altri tre del suo per donazione spontanea, da valere in perpetuo a favore del medesimo e degli eredi. Pel qual titolo (essendo morto proprio nel novembre dell'anno medesimo il giovane Conte) le cinque galere passarono in proprietà del fratello, cioè del venerato cardinal Carlo; cui il Pontefice, con altre lettere specialissime, ne confermò il possesso. Qualche tempo le tenne il Cardinale sotto il governo di Niccolò Lomellino in continui viaggi a Napoli, a Genova, a Barcellona, dovunque meglio tornasse nei servigî di Roma e di Madrid: ma presto tediato dei fastidî che gli davano coteste faccende, prese il partito di venderle a Marcantonio Colonna, rientrato in grazia, rimesso nei feudi, e divenuto alleato della papale famiglia per gli sponsali di don Fabrizio suo primogenito colla contessina donn'Anna Borromèa, sorella del Cardinale[426]. Il trattato di compra e vendita tra le due famiglie, proposto e discusso nel sessantatrè, ebbe compimento il primo di gennajo dell'anno seguente per gli atti di Alessandro Pellegrini secretario e cancelliero della Camera, sì come altrove ne ho detto in compendio[427].
L'istrumento esprime tre galere, nominate la Capitana, la Padrona e la Borromèa, pel prezzo di trentasei mila scudi d'oro, e aggiugne in lingua volgare gli inventarî e le perizie[428]. Appresso l'archivio Colonna in più volumi ricorda le spese, i soldi, i viaggi delle galere medesime e del signor Marcantonio con esse[429]. Il quale al terzo dei suoi bastimenti mutò il nome, disselo la Fenice, posevi per luogotenente Giorgio Grimaldi, e raccolse una squadra di sette galere, aggiugnendo alle tre predette le altre quattro che governava in società coi Lomellini il capitano Vincenzo Vaccari di Roma. Il nome dei Vaccari, le case, l'arco, le lapidi e le parentele coi grandi della città, sono notissime[430].
Quando dalla necessità mi trovo costretto alle digressioni, sempre temo che possano parere inutili o tornare nojose a coloro, cui piace trascorrere avanti senza mai restare: per ciò me ne guardo il più che posso. Ma la speciale condizione dell'argomento mio, non mai trattato da altri, e il gran difetto di storia nel nostro paese, di che tanto pur si doleva il Tiraboschi[431], mi fanno violenza talvolta, e mi conducono ad allargarmi: perchè non avendo nè che supporre già noto, nè a chi rimettere il lettore, mi è pur mestieri far tutto da me; trovare le notizie, dimostrarne la verità, raccogliere gli accessorî, incarnare il racconto e colorirlo. Per esempio, e tutto del caso nostro, a proposito di Marcantonio Colonna, un cotale, che avrebbe pur dovuto per la sua professione insegnarne a me ed agli altri, pieno di dubbî, proponea l'ombroso quesito, chiedendomi come e dove mai avesse potuto quel romano campione tanto apprendere di marineria da vincere gl'invincibili Turchi a Lepanto. La quale paurosa domanda, avvegnachè di ordine secondario, se io lasciassi correre senza risposta, mi troverei nel subbietto principale della mia storia così menomato da non poter sostenere la più bella e gloriosa giornata della nostra marina. Perciò ora a lui ed ai suoi pari, ricordando le costumanze del secolo decimosesto, posso dire presto e bene che Marcantonio Colonna col suo gran senno infin da fanciullo in Nettuno e negli altri feudi marittimi di casa sua apprese il mestiero, e da giovane colle galere sue proprie per l'ampiezza dei mari lo esercitò.
In fatti trattandosi l'anno medesimo dal re di Spagna di ricuperare la importantissima fortezza del Pegnone in Africa, perduta da don Narciso, quando si fece ammazzare dai ciurmadori arabi sui fornelli dell'alchimia, corrispose tra i primi il signor Marcantonio con le sette galere. Esso di persona le condusse a Malaga, dove era intimata la raunanza di tutte le forze marittime: e sarebbe passato al Pegnone, se le altrui gelosie non avessero impedito il carico proporzionato alla sua grandezza[432]. Andarono nondimeno in Africa le sette galere della sua squadra col Grimaldi e col Vaccari[433]: ed ebbero il merito di ricuperare quel baluardo avanzato della cristianità, pel quale tanto salirono le lodi del vincitore, quanto era stato grande il merito dei concorrenti[434]. Grato il re Filippo, ne scrisse la sua soddisfazione al Colonna; e in premio gli concesse la tratta libera dei frumenti dal Regno, pel sostentamento della sua squadra[435]. Ma crescendogli gravose attorno le altrui gelosie, ed alcune differenze pur col Grimaldi, Marcantonio piegossi alle istanze del duca di Firenze che desiderava comprare quegli eccellenti bastimenti per l'Ordine di santo Stefano da lui istituito. Caratate adunque e rivedute dai periti le due che restavano di libera proprietà alla casa Colonna per cura e diligenza del possessore salirono di prezzo infino a venticinque mila fiorini d'oro, e il dì tredici di marzo del 1565 furono consegnate nel porto di Civitavecchia ai ministri del duca di Toscana[436]. Del giovane Federigo Colonna, del cavalier Papirio Bussi, del nobile Lorenzo Castellani, e di altrettali romani, che nei tempi successivi la patria e sè stessi onorarono di belle imprese coi loro navigli, avrò luogo opportuno a discorrere altrove. Ora fermiamci pel mese d'ottobre del cinquantasei a Nettuno.
VII.
[12 ottobre 1556.]
VII. — Quando la casa Colonna fin dai primi rumori di questa guerra si fu dichiarata in favore della Spagna, papa Paolo le tolse il ducato di Paliano, la privò di ogni altro feudo, e fece occupare Nettuno dalle sue genti. Ma non avendo i Caraffeschi messo nel castello più di una ventina di soldati, atti bensì a difenderlo dalle soppiatte insidie di qualche fusta barbaresca, ma non a sostenerlo dagli assalimenti di grosso esercito condotto scopertamente dal duca d'Alba, all'avvicinarsi degli Spagnuoli, i Nettunesi per vedersi poco sicuri con quel misero presidio, ed anche per l'affezione che nudrivano vivissima all'antico Signore, cacciarono via quei pochi soldati, e chiamarono casa Colonna. Di che lietissimo il duca d'Alba si congratulò con quei cittadini, e mandò loro in ajuto di grandissima prestezza con cencinquanta fanti il Moretto Calabrese, capitano sovente ricordato pel suo valore in questi tempi, e diverso dal Moretto Nizzardo che stava al comando di una galèa in Civitavecchia. Il Calabrese per via mise in rotta alcuni soldati di Velletri che marciavano per ricuperare Nettuno, e senza altro contrasto entrò nella terra, e vi si stabilì con tanta fermezza, che il Duca trasportovvi la base secondaria delle operazioni sue, finchè si trattenne campeggiando per quelle spiagge. Là raccolse le barche del contorno, e là fece venire da Gaeta quelle che si erano costruite a disegno per gittare i ponti sul Tevere: barche di solida ossatura aggarbate a un modo simile di poppa e di prua, lunghe di nove metri e larghe di tre[437]. Oltracciò pose in Nettuno il deposito delle provvigioni per sostentamento dell'esercito; e lasciò il Moretto colla sua compagnia a custodire la piazza, i magazzini, i ponti e il castello.