[20 ottobre 1556.]
Per queste stesse ragioni i Caraffeschi vollero provarsi alla riscossa. E senza tener conto dei proprî capitani e navigli, ne dettero il carico al baron della Garde, che era in Civitavecchia con cinque galere di Francia. Costui prosuntuoso al solito, e poco pratico della spiaggia romana, si presentò a Nettuno, fece baldorie, trasse cannonate. Ma il Moretto, i Calabresi e i terrazzani tennero duro, e risposero fieri; tanto che fin dal principio gli tolsero la speranza di pigliare la terra[438]. Provossi appresso di bruciare le barche, e fu lo stesso. I Nettunesi eransele tirale sotto al castello: e avendole rinchiuse dentro uno steccato con certa catena di botti piene di acqua, teneanle sicure dalle galèe nemiche per mancamento di fondo, e dagli schifi per abbondanza di archibugiate. Niuno dice che il Barone abbia messo artiglieria sulla prua de' palischermi suoi, niuno che abbia lanciato nel mandracchio barche di fuoco, niuno che siasi gittato all'assalto per terra o per mare: tutti al contrario ripetono la scusa del tempo cattivo, pel quale non potendosi sostenere alla spiaggia, pensò di ritirarsene, senza aver fatto nulla. Anzi dette occasione al Duca di mandarci artiglierie grosse, che prima non v'erano; e di fortificarsi maggiormente, e di assicurarsene meglio per ogni evento futuro[439].
VIII.
[23 ottobre 1556.]
VIII. — Dopo questi primi procedimenti il Duca, seguendo il filo dei suoi disegni, ordinò la mossa del campo verso Ostia, desideroso di chiudere con quell'acquisto la navigazione del Tevere, e di stringere sempre più da vicino la città di Roma.
Il Tevere tre miglia sopra la foce si divide in due rami: l'uno artificiale alla destra, oggidì navigabile, stava allora inutil corso d'acqua magra, e tutto ingombro di canne palustri e di rottami; l'altro naturale alla sinistra, oggidì abbandonato a sè stesso, serviva allora per la navigazione delle barche dal mare a Roma; e tra i due rami del fiume e la spiaggia marina quella sabbiosa isola nel mezzo, che formata dai continui interrimenti, e ricoperta di cardoni, di porracci e di ginepri, dal tempo di Claudio infino al presente sempre crescendo, mantiene tuttavia l'antico nome di isola Sacra. La città di Ostia (reale, repubblicana, imperiale e papale) sempre avete a cercare fuori dell'isola, ed alla sinistra del maggior tronco del Tevere; il quale seguendo l'antico letto e il primitivo cubito le bagnava le mura dal lato occidentale, ed entrava nei fossi delle sue fortificazioni: luogo scaduto dal pristino splendore, ridotto ad alquante case di povera gente, e chiuso da debole muraglia quadrata dei bassi tempi. Ma quanto fiacca la città, tanto troverete forte la rôcca, edificata da Giuliano di Sangallo nel 1483, come più volte ho detto[440]. Ora basterà ricordarne le principali condizioni. Mettetevi innanzi la figura di triangolo scaleno, la base verso il mare munita di due torrioni rotondi, e il vertice a borea verso terra difeso da un baluardo, che è il primo tra tutti i modelli dell'arte nuova, con due fianchi rettilinei a guardia delle due cortine di ponente e di levante. Muraglia soda di mattoni e calcina, grossa di cinque metri; ampio fossato pieno di acqua, e in comunicazione immediata col Tevere; batterie medie, alte e basse; e un compiuto sistema di casematte, legate da corridoj per tutto il giro del perimetro. Cosa in vero bellissima e degna dei grandi artisti del Risorgimento.
Già prima il cardinal Caraffa aveva mandato lo stesso baron della Garde a rivedere le fortificazioni della spiaggia: e confidando in lui, credeva che Ostia fosse ben provvista di quanto potesse bisognare in ogni evento. Ma si trovò deluso[441]. Imperciocchè quantunque di viveri non difettasse, di corredo al contrario era sfornita tanto da non poter andare oltre alle prime difese: molti pezzi di artiglieria le erano stati tolti per adoperarli altrove, il deposito della polvere quasi vuoto. In somma ogni cosa in confusione, nè il tempo bastò a ripararvi. Soltanto si potè, volgendosi il Duca a quella parte, mettervi dentro centoquattordici fanti romani, sotto il comando di Orazio dello Sbirro, giovane trasteverino di gran cuore, e da voler fare belle prove.[442] Non trovo altri riscontri di questo capitano, il cui cognome (quantunque poco armonico) resta tuttavia impresso in una torre sdrucita dell'isola Sacra, e nella lista dei cavalieri di soccorso all'assedio di Malta[443]. Quanto al numero dei soldati, tra le solite varianti, seguo la cifra del Ruscelli, del Campana, e principalmente del De Andrea, che gli ebbe in fine a contare a uno per uno.
[28 ottobre 1556.]
Il Duca intanto aveva stabilito il modo di farsi avanti con sicurezza, eliminando le due difficoltà che potevano in qualche modo impedirlo: l'una che i Caraffeschi preoccupassero l'Isola rimpetto ad Ostia; e di quivi, quantunque inferiori di numero, trincerati pur dalle ripe e protetti dalla profondità del fiume, stornassero l'assedio, e forse anche il costringessero a ritirarsi: l'altra che gli mancassero le vittuaglie, potendone patire difetto per essere la terra intorno deserta, e il mare per la qualità della stagione e della spiaggia poco praticabile. Per rimediare a questo ultimo inconveniente mandò innanzi Ascanio della Cornia con un corpo di cavalleggeri ad occupare Ardea e Porcigliano, luoghi ambedue vicini, e sulla linea da Nettuno ad Ostia: nel primo dei quali fece il deposito delle farine, che traeva da Gaeta e da Marino; e nell'altro i forni: così che l'esercito, tutto il tempo che là presso si trattenne, trovossi convenientemente provvisto.