[4 novembre 1556.]

IX. — Acquistati e fermi questi luoghi, e avendo già di sopra in poter suo Tivoli, Palombara e Monterotondo, mosse il Duca al primo di novembre da Grottaferrata; e in due alloggiamenti venne presso il Tevere non lungi da Ostia. Subito fatto gittare un ponte di barche per mezzo di Bernardo Buontalenti, ingegnere fiorentino di chiara fama che lo serviva di macchine e di fortificazioni, occupò di sotto l'Isola: e di sopra per mezzo di Vespasiano Gonzaga investì la città con un semicerchio di soldati in catena dall'una all'altra ripa per la sinistra del fiume. Orazio da sua parte si contrappose a Vespasiano: e volendo animosamente difendere anche la debole muraglia della città, lo costrinse ad allargarsi, gli uccise molta gente, e più ne ferì, anche dei principali condottieri, tra i quali il colonnello d'Abenante e don Mario suo figliuolo. Il dì seguente sottentrarono con impeto maggiore contro di lui a rinfrescar la battaglia Francesco della Tolfa e Gianfrancesco Caraffa: i quali, spintisi infino alla porta Romana, vi appiccarono il fuoco. Ma trovatala di dentro terrapienata, già erano in procinto di far venire le artiglierie, quando Orazio, che non doveva inutilmente perdere quivi la poca sua gente, dopo quattro giorni di bella difesa, abbandonava la città, e passava con tutti i suoi nella rôcca, alzava i ponti, e chiudeva il piccolo rivellino. L'assedio di questa rôcca presso il mare può dirsi il fatto di maggiore importanza nella guerra del primo anno; però merita essere ricordato coi suoi particolari, come abbiam sempre fatto in ogni altro caso simile per le nostre piazze marittime.

[8 novembre 1556.]

Il grosso dell'esercito ducale dalla sua parte attendeva ai lavori del ponte, del campo e delle batterie. Abbasso per trecento metri dalla rôcca, e nella risvolta del fiume, mettevano il ponte con buoni ormeggi in acqua e in terra, e forti ridotti alle teste da tenere aperte e sicure le comunicazioni tra l'isola e il campo. I fanti spagnoli guernivano le trincere dalla testa del ponte fino alle prime case della città dalla parte di levante; e da quelle case fino alla riva del Tevere sopra corrente gli italiani. Le maggiori artiglierie giocavano dall'isola, rimpetto alla fronte occidentale; e battevano cortina, faccia, fianchetto e torre corrispondente: sette cannoni rinforzati da cinquanta, coperti da buoni gabbioni terrapienati, colle bocche sul ciglio dell'argine, e discosti dalla muraglia per la sola larghezza del fiume, che non era in quel luogo più di venticinque canne romane, come dire all'incirca cinquantasei metri[444]. Finalmente la cavalleria in tre divisioni correva battendo le strade d'ogni intorno, fino alle porte di Roma.

X.

[12 novembre 1556.]

X. — Le notizie di queste novità, l'una dopo l'altra rapidamente succedenti, riportate in città, davano da pensare alla corte ed al popolo; massime per la memoria ancor fresca in molti dell'altra guerra cogli Spagnuoli, col Borbone, col sacco, e colle conseguenze: parendo a molti essersi tirata addosso una simile e forse più pericolosa sciagura. Però Piero Strozzi, volendo rinfrancare gli animi sbigottiti, uscì fuori con tremila fanti e trecento cavalli, costeggiando la destra del Tevere e dell'isola, fino alla foce di Fiumicino. Non già che sperasse con quelle deboli forze discacciare il Duca o soccorrere Orazio; ma voleva dare animo a questo e travaglio a quello, mostrandosi vicino e pronto ad abbracciare ogni partito che se gli potesse presentare.

Roma per questo restò quasi senza presidio di milizie regolari, senza nervo di cavalleria, e soltanto guardata dalle milizie cittadine. Indi presero viepiù di baldanza gli stracorridori del Duca, i quali, guidati da uomini arditi e praticissimi di ogni strada e traghetto intorno alla capitale, faceansi vedere per le vigne suburbane, e talvolta anche innanzi ed oltre alle mura infino alla valle dell'Aniene. Di che corse rischio nella persona l'istesso cardinal Caraffa; il quale pur dall'altra parte essendo uscito con alcuni gentiluomini e cortigiani a cavallo, più per ostentazione che per altro, ebbe incontro lungo lo stradone di sant'Agnese il conte Francescantonio Berardi, capo di ronda con una squadra di cavalleggieri. Dove correndogli appresso il Berardi a lancia bassa, e fuggendogli innanzi a tutta briglia il Cardinale, dierono insieme spettacolo insolito agli occhi dei Romani, spettatori ansiosi di quella caccia dalle ville, dai terrazzi e dalle mura. Tra le grida e le esclamazioni di questi e di quelli i due antagonisti, l'uno dopo l'altro, imboccarono il vicolo della Fontanella (notissimo ai cavalieri della città), e sempre galoppando per quelle tortuose viuzze, ebbe fortuna il Cardinale con più freschi e migliori cavalli di guadagnare la porla Salara, tuttochè incalzato quasi alle groppe dall'avversario; il quale non dubitò in quell'estremo di poterlo cogliere sparandogli contro una pistola, presa in fretta dalla fonda dell'arcione[445].

In somma la guerra era ridotta a corpo a corpo intorno a Roma e sulle due ripe del Tevere, dove si aveva a decidere la sorte dello Stato, del Regno e di tutta l'Italia. Sulla destra, da Roma in giù, Piero Strozzi alla guardia; sulla sinistra, dalla foce in su, il duca d'Alba all'attacco; e in mezzo a loro la rôcca d'Ostia presa singolarmente di mira, e Orazio alla difesa.

[16 novembre.]