XXII. — Felice presagio il non aver trovato di mezzo a queste vicende il rispettabil nome di Flaminio Orsini, protagonista del libro presente: nome giustamente tenuto in serbo per tornare da quinci innanzi onorato nella maggiore e finale impresa contro i pirati.
Durante l'infausta guerra di Campagna, Flaminio erasi limitato strettamente al dover suo: difendere la città marittima, e governar le galèe camerali. Commissioni ambedue fedelmente eseguite. Ora egli co' suoi ufficiali si dispone alle ultime prove in campo più degno contro Dragut, che ci ritorna dinanzi.
Il terribile pirata, del quale più volte abbiamo favellato, ed altresì promesso in alcun luogo di dirne l'origine, ebbe i natali da povero pastore in un paesello della Caria rimpetto a Rodi, chiamato Montisceli: nome di patria, col quale più spesso lo incontriamo nella sua prima ed oscura gioventù. Preso per fante e allevato da un bombardiere ottomano, che di là passava per andare in Egitto, crebbe eccellente nel maneggio delle artiglierie; e come tale entrò nella società dei pirati egiziani raccolti alle Gerbe, luogo molto acconcio ai loro disegni, per la sicurezza della stallia, e per l'abbondanza della panatica. Fece parte col Giudèo per una quarta di un piccolo brigantino, che in pochi viaggi fu tutto suo. Indi armò una galeotta maggiore, divenne amico di Barbarossa, ottenne carichi principali nella armata di Solimano, comparve di vanguardia alla Prèvesa, e levossi tanto alto da mettere insieme venticinque e trenta bastimenti da remo, coi quali scorreva da padrone pel Mediterraneo[508]. La sua storia sarebbe finita alla Girolata, dove fu preso da Giannettino e dall'Orsino, se il principe Doria non lo avesse liberato[509]. Dopo quel tempo divenne più fiero e potente: ed essendo morti il Giudèo e Barbarossa e gli altri della seconda quadriglia, toccò a lui il principato della terza con Morat, Scirocco e Luccialì. Occupò per tradimento la città di Afrodisio, e se ne fece tiranno: venne, per mantenerla, a quelle prove che abbiamo vedute nel settimo libro; e per vendetta delle perdite cacciò da Tripoli i Cavalieri di Malta, padroni già da vent'anni della piazza, ove pose la sua residenza principale. Là per concessione di Solimano alla morte repentina in que' giorni di Morat-Agà, prese il titolo di Sangiacco, come dire in nostra favella gonfaloniere, governatore e principe. Tutti i suoi passaggi suonano spaventosi per fatti crudeli a rovina di Cristiani per terra e per mare. Ai Veneziani, oltre infiniti danni di navigli da carico, predò cinque galere armate, non ostante la tregua solennemente pattuita con Solimano[510]. In Malta sbarcò più volte, e dal Gozzo in una notte prese e menò via quasi tutto il popolo. Non parlo di insulti sulle riviere di Italia, perchè non vi è luogo aperto da Reggio a Sorrento, ed oltre infino a Rapallo, che non sia stato messo da lui a ruba e a fiamme. Prese al vecchio Doria sette galere nelle acque di Ponza; altrettante ne acquistò di Sicilia, uccidendovi il generale; una di Malta predò a Pozzuolo, carica di danari: leggiamo lo stesso e peggio pei lidi di Spagna, e talvolta anche di Francia.
Uomo cupo e di poche parole, non ha lasciato ricordo de' suoi detti, se non pel brevissimo dialogo col cavaliere della Valletta, altrove riferito; e pel colloquio con monsignor Caracciolo vescovo di Catania, cui concesse il riscatto per tremila ducati, sotto giuramento di pagare il doppio se mai gli avvenisse di esser fatto papa.
Dei suoi pensieri e del suo ingegno nelle strategie pronte ed astute, e nei calcoli degli effetti lontani, fanno fede tutte le opere della sua vita. Ma tra i suoi ripieghi sublimissimo e da essere sempre ricordato quello che con piena riuscita eseguì alle Gerbe sul lido della Cantèra, quando nell'estate del cinquantuno, bloccato con forze maggiori dal vecchio Doria, lo lasciò da lungi confuso e beffato alla guardia di una ventina di vecchie tende tanè, incavalcate all'uso marinaresco sulle grabbie, che parevano bastimenti a scioverno; mentre esso carrucolando le sue galeotte usciva libero di là sotto per un canale che aveva con pertinace lavoro cavato di notte tra le sabbie, infino a sboccare in mare dall'altra parte dell'isola, due chilometri lontano[511].
I tratti della sua fisonomia ci restano scolpiti al vivo sul metallo di una medaglia, nella quale Andrea Doria per la mano maestra di Giovannangelo Montorsoli fece ritrarre sè stesso nel diritto, e nel rovescio il suo prigioniero[512]. Andrea comparisce a capo nudo, col nome in giro, il tosone al collo, il serpentello abbasso, e il tridente marino a tergo, senza dimenticare il titolo di Padre della patria. L'aspetto di lui torna simile a quanto ne abbiamo di bellissimo ricordo in bronzo, in marmo e in tela[513]. L'immagine scolpita sul rovescio non porta nè scrittura nè nome: ma l'Olivieri, l'Avignone, e tutti ormai convengono nel riconoscervi il busto di Dragut[514]. Egli ha intorno al campo quattro catene, allacciate da altrettante maniglie, a tergo la galeotta piratica, e sulla spalla la mazzetta ed i ceppi: simboli certamente allusivi a famoso prigioniero barbaresco, che non può essere altri da Dragut infuori. Ed io tanto più me ne persuado, che, avuti in mano i bellissimi esemplari della medaglia, custoditi in Roma negli stipetti di casa Doria; e riguardata attentamente quella bella testa d'uomo in sui trent'anni, non ho visto il rigonfio del tipo africano, nè lo smilzo dell'arabo, nè il paffuto del turco; sì bene le forme gentili del greco asiatico, donde era Dragut: forme che ancor durano nei nativi del paese. Cranio rotondo, chioma folta a crespe naturali, collo carnoso, poca barba, labbra strette, naso perfettissimo, pomelli rilevati, liscia la pelle, e l'occhio fisso; indicio dell'animo facilmente volto dalle cose sensibili ai pensieri trascendenti nell'ordine del suo mestiere.
XXIII.
[13 giugno 1558.]
XXIII. — Quell'occhio per questi tempi tutto affissavasi verso la Francia. Dopo il rovescio del Sanquintino, e per conseguenza della guerra infelice contro la Spagna, di là vagheggiava il richiamo e l'occasione di acquistarsi in Italia altre ricchezze e meriti maggiori[515]. E così fu: chè re Enrico, trovandosi al disotto, non volle mancare di equilibrarsi col consueto contrappeso dei Turchi; ed ebbe in suo ajuto l'armata di Costantinopoli e le squadre di Barberia, agli ordini dal pascià Pialì e dal sangiacco Dragut. Costoro con centoventi galèe, e molti altri legni da carico, pigliarono un'altra volta e bruciarono Reggio. Indi dalle Eolie gittatisi nel golfo di Salerno, ebbero Sorrento e Massa, e disertarono il paese infine alla torre del Greco, menandone maschi e femmine, contadini e signori, a migliaja. Dragut gli spartiva, o donava a questi e a quelli, o li mandava a vendere in Africa[516]. Da Piombino scrissero a Genova, mettendo alla scelta di quei Signori la pace o la guerra. Ciò s'intende alla maniera dei Turchi: come dire pace a prezzo vergognoso, guerra a oltranza barbarica. I Genovesi mandarono danari e vittuaglie; e gli Ottomani passarono oltre in Provenza[517].
[21 settembre 1558.]