Là successe, e al fermo non poteva mancare, lo screzio tra le albagìe francesi e le avarizie musulmane. I barbari disgustati del re Enrico, se ne andarono a menare il randello sui paesi del re Filippo. Gran rovina per le marine di Spagna, e principalmente nell'isola di Minorica, dove stettero a ricovero: e finalmente carichi di preda e di schiavi cristiani se ne tornarono ai loro paesi.
Dragut principalissimo conduttore della tregenda, più che mai tronfio, raccolse in Tripoli lo squadrone de' satelliti; e con essi celebrò feste strepitose in dispregio del nome cristiano. Le quali ingiurie, per le lettere dei prigionieri ripetute e diffuse in Europa, non è a dire quanto incitassero gli animi dei popoli a chiederne giusta vendetta per riscattare i perduti, e per affrancare tutti gli altri dalle minacce e dagli insulti dei ribaldi. Nè andò guari che si cominciò a trattare da senno la pace tra Francia e Spagna. Primo già tra i rivali in pace perpetua si pose quel Carlo, di cui abbiamo tante volte favellato, e dobbiamo ora ricordarne (per accomiatarci da lui) il giorno della morte, avvenuta nel suo ritiro addì ventuno di settembre[518]. Poi Filippo ed Arrigo, tediati e stanchi dei marziali travagli, e più quest'ultimo più volte rotto infino a Gravelinga, si accordarono per una tregua, che alla fine si ridusse a solenne trattato di pace, col nome del castello Cambrese, dove addì tre aprile del cinquantanove fu sottoscritta[519].
[18 agosto 1559.]
Sciolto adunque il re Filippo da ogni altro impaccio, e sollecitato dai clamori dei sudditi, deliberò l'impresa di Tripoli contro Dragut; ed ebbe da papa Paolo conforti e promesse di ajuti per la spedizione ardentemente dall'uno e dall'altro e da tutti desiderata[520]. Ma poi quasi improvvisamente venuto Paolo a morte il diciotto di agosto, pei tumulti susseguenti ogni cosa restò sospesa; ed i più si condolevano pur di questo, temendo non forse lo stendardo papale avesse a restar fuori della grande raunanza che si apparecchiava.
XXIV.
[Settembre 1559.]
XXIV. — Se non che il collegio dei Cardinali nella sede vacante, non volendo mancare agl'impegni del Pontefice defunto, ed alle pressanti richieste del re Filippo, confermò al capitan Flaminio Orsini il governo della squadra; e gli commise di mettersi in punto per essere a Tripoli cogli altri[521]. Flaminio, come tutti i capitani solerti e prodi, aveva bene in assetto i suoi legni; e specialmente leggiadra sopra qualunque altra galèa, di scolture, d'intagli e di dorature adorna e bellissima la Capitana, dove esso risiedeva[522]. Nè meno corredate e forti le due conserve; l'una a carico del prode giovane Galeazzo Farnese, e l'altra del veterano Filippo Orsini da Vicovaro. Di Filippo si è fatta menzione più volte al tempo della guerra di Afrodisio, e nei diversi successi delle galere di Carlo Sforza e di Orazio Farnese[523], insino all'ultimo e recente periodo del capitan Moretto in Malta, dove esso colla grazia e saviezza sua stralciò gli estremi viluppi nell'intrigato affare del Venturiero[524]. I genealogisti per loro solito non dicono sillaba di lui[525]. E ne perderebbe ogni traccia chi non sapesse il costume di quel tempo di chiamare anche i grandi signori col nome del feudo, anzi che con quello della famiglia: dicevano, per esempio, di Vicovaro a Filippo; come di Cere, di Pitigliano, di Nola, e simili, dicevano agli altri Signori della istessa e numerosa famiglia.
Presso a poco mi accade altrettanto parlando dell'altro romano Galeazzo Farnese, quarto discendente in linea retta dal fratello maggiore di Paolo III. Mettete in men d'un secolo quattro generazioni, e presto intenderete che Galeazzo, di Pierbertoldo, di Galeazzo primo, di Pierbertoldo primo, e di Bartolommeo (stipite dei signori di Latera), doveva essere ben giovane di circa vent'anni: e ciò per evidente ragione naturale, corroborata dalla testimonianza concorde degli scrittori contemporanei, a dispetto dei genealogisti seguenti[526]. Ai quali ora per l'appunto mi conviene opporre un'altra recente e non sospetta eccezione, venutami da Livorno per la stampa di Milano, quasi in risposta alle mie ricerche intorno ai più negletti dei nostri capitani, come in alcun luogo qui addietro ho promesso di ricordare colla dovuta gratitudine[527]. Ecco le parole del Guerrazzi per quanto basta al presente proposito, senza precipitare le notizie dei successi futuri[528]. «Sopra la galèa capitana del Papa, governata da Flaminio dell'Anguillara, capitano eccellente e di molto giudizio nelle faccende navali.... si rammenta Galeazzo Farnese, nobile giovanetto, che prode fu, ma non operò atti eroici, mentre la storia, più che altri non crede, e a lei stessa non paia, piaggiatrice, lascia innominato un paggio dell'Anguillara, il cui caso pieno di pietà come mi riusci grato raccogliere, così non mi sarà grave raccontare.» Vedremo il resto, e adesso attendiamo all'Odorici, il quale nei supplementi al Litta, facendo i conti sulle spalle del nonno, ci darebbe il nipote per decrepito nella presente spedizione delle Gerbe[529]. Non così il Salazar che, distinguendo meglio le quattro generazioni, e i due Galeazzi, avo e nipote, parla di quest'ultimo nella forma che segue[530]: «Galeazzo, secondo di questo nome, e diciannovesimo signore di Farnese, nipote del primo Galeazzo, segnalossi grandemente nella milizia; e dopo impiegato alcun tempo nei primi studî dell'arte, servì Filippo secondo[531], l'anno 1560, alla giornata delle Gerbe, nella quale cadde prigioniero, essendo ancora tanto giovane che Mambrino Roseo lo chiama Nobile giovanetto. Ricuperata la libertà continuossi nella gloriosa professione delle armi, donde col suo ingegno e studio cavò tal frutto, che nell'anno 1571 ottenne dai Veneziani il generalato delle loro milizie in Dalmazia. Colà fu maestro a Mario suo minor fratello, e poi in Napoli tolse per moglie la nobilissima Lucrezia Tomacelli, zia di quella principessa che con lo stesso nome portò l'eredità dei Tomacelli in casa Colonna, maritandosi a don Filippo duca di Tagliacozzo.» In somma la prima spedizione del giovane Galeazzo viene segnata alle Gerbe; ed il primo tirocinio della marineria infin dai teneri anni vuolsi ricercare sulle galèe della sua famiglia, e sotto la direzione de' suoi cugini Orazio Farnese e Carlo Sforza, ricordati nei libri precedenti come capitani marittimi, e come possessori di bastimenti militari di loro proprietà.
Di che avendo detto altrove a sufficenza per gli Sforzeschi, ma non egualmente pei Farnesiani, quando mi stringeva il bisogno di avacciare in mezzo alle furie delle congiure e delle vendette, ora qui sembrami migliore partito il compiere con qualche documento che torni al proposito, e comprovi il magisterio domestico del giovane e valoroso Farnese. Ecco in lingua volgare l'atto di vendita delle quattro galere della famiglia: originale documento e raro, che ora mi dice bene a ripieno, intanto che lenta lenta si apparecchia nel Regno la spedizione per l'Africa[532]:
«MDXLV adj XXIII di ottobre.