Abbiamo già valica la mela del secolo decimosesto, e ci troviamo oramai vicini al termine dell'ultimo libro, e la marineria militare in niuna parte del mondo ancor non ha fatto il gran salto eccezionale dal remo alla vela. Nessuno fin qui conosce i vascelli di linea, come poscia furono chiamati, quando Francesco Drake nello scorcio del medesimo secolo per la prima volta li condusse in battaglia sull'Oceano, aringando l'armata navale coi soli bastimenti di alto bordo ed a vela. Prima di lui, e nel tempo ove ora ci troviamo col discorso, parlando di battaglie, di spedizioni e di viaggi, coi grandi ammiragli e coi maggiori sovrani, non troviamo altri legni di linea che i bastimenti da remo, secondo la perpetua costumanza di tutti i tempi e di tutti i popoli, stante la necessità tattica del movimento libero, tornataci ora gigantesca col vapore. Gli è questo un pensiero in più occasioni espresso e svolto: ma non tanto che basti per la sua importanza, e per l'ostinazione al contrario di molti a rimpiangere e a richiamare dannosamente la tattica militare della vela. Nacque per cause eccezionali, durò poco, e finì per sempre. Anche sull'Oceano, la marineria armata faceva supremo assegnamento sui bastimenti da remo: i Normanni, i Teutoni, i Britanni e gli Scandinavi combattevano a remo coi loro dracarri[543]. Così i Romani, i Bizantini, gli Spagnoli, i Genovesi e i Veneziani colle galèe di Londra e di Fiandra[544]. Al quale proposito altresì merita essere ricordato il capitano Benedetto Zaccaria di Genova, il quale sulla fine del secolo decimoterzo proponeva a Filippo il Bello il modo di costruire e di equipaggiare un'armata per combattere sull'Oceano contro gli Inglesi e per invaderne il regno: armata di galere in battaglia, e di uscieri al trasporto[545]. E similmente sarà bene toccare qui dei fatti più moderni di Leone Strozzi, al cui ardimento sembrò piccolo vanto il passare colle sue galèe oltre allo stretto di Gibilterra, anzi pur volle a remo spingersi avanti, e battersi contro gli Inglesi nel mare di Piccardia per difendere il porto e la piazza di Boulogne da loro assediata; o poi nei mari di Inghilterra e di Scozia, dove colle galèe medesime fece cose mirabili di combattimenti e di espugnazioni[546].

Non mica tanto vanto allora delle galèe, perchè i navigli a vela fossero, come alcuni pensano, piccini piccini; ma per la ragione fondamentale del motore libero, sempre cercato, come sa il lettore, a preferenza della incerta e mutevole forza del vento. Si costruivano cocche, caracche, e navi grandissime, di tre e di cinque coperte, capaci di portare infino a mille cinquecento viaggiatori, agiatamente collocati nei corridoj in più ordini, per i lunghi passaggi di oltremare, colle loro bagaglie e provvigioni; navi di quattromila tonnellate; navi colle scuderie e fornimenti per cento cavalli, da metterli a bordo ad uno squillo di tromba, e da cavarli fuori sellati ed armati per gli usci di poppa sopra ponti volanti che avevano da ciò[547]. Insomma tutti vedevano sul mare navi a vela di sovrana grandezza, secondo il bisogno; non mai per questo come legni di prima linea in battaglia, ma solo come bastimenti di convoglio e di carico, massime pel trasporto dei cavalli nei tempi cavallereschi: materia più studiata dai nostri maggiori, perchè più necessaria ai loro costumi. Fabbricavano uscieri grandissimi con tre ruote e due porte di poppa, capaci di uno squadrone compiuto di cavalleria; e talvolta per non arrischiarlo tutto insieme, anzi per ottenere il medesimo intento con dispendio minore, più presto, e in più parti, usavano costruire molte tartane, capaci ciascuna di trenta cavalli in due file di quindici a destra e di altrettanti a sinistra, sotto coperta: di che abbiamo documenti importantissimi del secolo decimoterzo nel grande archivio di Napoli, pubblicati almeno in parte da quegli Ufficiali a conforto di chiunque desidera conoscere il linguaggio della marineria antica e moderna, che dura sempre lo stesso[548].

Noi abbiamo veduto sul principio del cinquecento al blocco di Genova caracche armate di lunghe colubrine da cento libbre di palla, e palischermi che giocavan di prua con pezzi da trenta; abbiamo veduto navi strepitose, come la caracca corazzata di Malta, navi pei cavalli alla impresa di Algeri, navi per convoglio a Corone, per munizioni alla Prèvesa, ed ora ne troviamo per la impresa di Tripoli; sempre messe alla coda, non mai in prima linea: e abbiam veduto e vedremo la difficoltà di tenerle insieme colle galèe. Valga per tutti la sentenza di Antonfrancesco Cirni, testimonio di veduta, che pei fatti di questa medesima spedizione di Tripoli scriveva così[549]: «Hanno da sapere che il condurre armata di navi, massime di verno, non solo è cosa difficile, ma difficilissima. Il che si è visto sempre in tante imprese che per mare si sono fatte: chè prima bisogna fornirle d'acqua, poi rimorchiarle fuori dei porti, soccorrerle nei tempi fortunevoli, ed ajutarle quando non possono afferrare; di modo che il travaglio dietro a loro non ha mai fine: e con tutto questo arrivano poi dove bisogna, quando piace al vento.»

XXVI.

[7 settembre 1559.]

XXVI. — Dato uno sguardo all'assembraglia delle navi di alto bordo, messe in un canto nel porto di Messina, e fatti i saluti militari alle galèe capitane ed ai loro comandanti, fior di cavalieri delle prime famiglie d'Europa, Flaminio si accostò al Medinaceli per intendere le disposizioni della prossima campagna. Conobbe per le generali il proposito di partirsi quanto prima coll'armata, e di riscuotere Tripoli, come già si era riscossa Afrodisio, volendosi conquidere Dragut nella nuova sede, ed estirpare anche di là le radici della pirateria. Tenesse, dicevagli, la squadra in punto: chè nel settembre sarebbe l'attacco, ed all'entrante di ottobre il ritorno, prima che la stagione rompesse al sinistro.

La città di Tripoli era stimata delle principali sulla costa di Barberia, e di molta importanza nelle cose del mare: grande, ricca, popolosa, buon porto, ampia rada, un castello quadrato alla riva meridionale, e una cinta intorno di muraglie all'antica[550]. Sul principio del secolo decimosesto Ferdinando di Aragona l'aveva fatta occupare dal conte Pietro Navarro per mantenersi tranquillo nei nuovi possedimenti delle Sicilie; e nel terzo decennale Carlo d'Austria erasi liberato dal peso di mantenerla imponendone la difesa ai Cavalieri gerosolimitani in quella che loro concedeva l'isola di Malta. I Cavalieri vi stettero di guardia per anni ventuno, finchè Dragut non li cacciò coll'armata di Solimano nel 1551 per vendetta della perdita di Afrodisio, e restovvi insediato col titolo di Sangiacco, come è detto addietro.

Costui ben provvisto ed avvisato da' suoi spioni conosceva tutti i disegni del Medinaceli, le forze, le condizioni, gli umori. Bisognava aspettarsi da lui nuovi e maravigliosi tratti di guerra difensiva. Taluno sarebbe corso in Tripoli per difendere ostinatamente la piazza, non Dragut, che ne conosceva la debolezza. Altri sarebbesi vòlto a invadere il paese dell'invasore, non Dragut, consapevole di non avere tanta forza. Dunque egli prese diverso partito a suo gran vantaggio: volle impedire la partenza degli avversarî, tirarli a dilungo, ridurli all'inverno, annojarli, ammorbarli, indispettirli, confonderli. A tal fine raunò tutti i suoi legni, e lo sciame dei seguaci, e ottenne da Solimano qualche numero di galèe, tanto che alla testa di una cinquantina di bastimenti da remo spigliati e risoluti si pose nel golfo sotto le fortezze della Vallona, luogo sicurissimo per lui, a cavaliere dell'Adriatico, dello Jonio e del Tirreno; donde ogni tanto minacciava attacchi, e non feriva mai in parte niuna, tenendo tutte le riviere della Puglia, della Calabria e della Sicilia in lunga perplessità. I governatori e i popoli di queste provincie, in vece di dare, chiedevano soccorso; e niuno voleva più rimettere soldati, provvisioni, o danaro in Messina. Il Medinaceli restavasi impotente a sciogliere, gli ausiliarî perduti ad aspettare, i soldati delle diverse nazioni rotti a contendere: disordine, carestia, mortalità. E durando per tutto l'autunno lo stratagemma, tanto andò negli indugi e nelle riprese, che passò l'anno, finì il conclave, venne eletto la vigilia di Natale a nuovo pontefice Pio IV, e la spedizione non era ancor mossa di un punto[551].

XXVII.

[Dicembre 1559.]