XXVII. — Flaminio, che grandemente pativa del ritardo, prevedendone tristissime conseguenze, e non voleva nell'ozio illanguidire, o nelle risse corrompere il valore della sua gente, fece vela, e andò oltre ad aspettare nel porto di Malta; dove il Medinaceli aveva a tutti assegnato il convegno, prima di lanciarsi quando che fosse in Barberia. L'isola di Malta in poche parole vuolsi dire uno scoglio calcare di figura bassa ed ellittica col diametro maggiore di trenta chilometri disteso per lo stesso verso della costa d'Italia, da maestro a scirocco; come pur corrono il Gozzo, il Comino e le minori isolette che l'avvicinano alla Sicilia. La capitale, o Città Vecchia, detta dagli isolani Medina, ed oggidì la Notabile, sorge sul colle più elevato e centrale dell'isola lungi dal mare; e perciò tenuta in minor conto dai Cavalieri, tutti intesi com'erano alla navigazione ed al corso. Da ogni parte avete colà porti naturali, ampî, sicuri, e profondi; specialmente due bellissimi dalla banda di grecale, quasi nel mezzo della sua lunghezza: porti capaci di qualunque armata, e così vicini tra loro che non altro li divide se non il monte Sceberràs, sul quale edificossi dappoi la città Valletta, moderna capitale della colonia. Ma all'arrivo del nostro Flaminio, nel dicembre del cinquantanove, lo Sceberràs era aperto ai pascoli e alla minuta coltura, non essendovi altro edifizio che un castelletto, chiamato Santelmo, alla estrema punta sulla riva del mare; messovi a guardare le bocche vicine dell'uno e dell'altro porto. Ad ostro il Grande, a borea il Marsamuscetto, e di mezzo Santelmo: piccolo fortino a stella di quattro punte, un mastio quadrato nel centro, e un rivellino a puntone innanzi alla porta. Così trovò Flaminio, prima che le ali del rivellino, allungate infino al corpo della piazza, pigliassero sulla fronte del mare la figura del tridente; e prima che, convertite le altre due punte in mezzi bastioni, dessero alla faccia opposta la forma di tanaglia. Sul lato sinistro il porto Grande, formato dalla natura, entra come canale tra le terre, e incontra di traverso cinque penisole, quasi direi simili alle dita della mano aperta verso di lui. Fra le cinque sporgenze trovate altri quattro porti meno estesi, ma più sicuri. Sul colmo del pollice non ancora dominavano i baluardi del forte Ricasoli, nè alla radice dell'indice le grandiose fortificazioni del Maculano; ma per tutta la lunghezza del dito medio stendevasi la città, che ora dicesi Vittoriosa, e allora chiamavasi il Borgo. Quivi la residenza magistrale, il convento dei cavalieri, gli alberghi delle nazioni, le case dei popolani, gli arsenali e i magazzini della marina: quivi il centro del governo, e le maggiori difese alla testa ed alla coda della penisola. Sul mare il medievale forte Santangelo, ancora conservato nelle antiche forme bizzarre, a scaglioni più e più rientranti, come si solleva sul dorso della rupe; e verso la campagna il Sammichele, costruito dai Cavalieri al principio del loro dominio, e protratto infino alla penisola seguente, dove il grammaestro della Sengle aveva cominciato poc'anzi la città del suo nome, ora appellata Cospicua. Tutta la difesa poggiava allora sopra tre punti: sul Santelmo per guardare i porti, e sui due cardini della piazza il Santangelo e il Sammichele[552].

Con questi tre soli sostegni i Cavalieri di san Giovanni stancarono la potenza ottomana, e finalmente soccorsi cacciarono i Turchi dall'isola[553]. Nella quale insigne vittoria, celebrata pur dai trionfi delle belle arti col pennello e col bulino[554], avvegnachè non abbia preso parte la nostra marineria, non per questo di minor merito si hanno a credere quei prodi romani che vi si adoperarono volontarî, cominciando da Pompèo Colonna e venendo giù infino a Titta Scarpetta, soldato nella compagnia del capitano Pompilio Savelli. Il fatto sublime di questo valoroso trasteverino, il cui nome sta ancora segnato sul chiassetto di Piscinula, può senza fallo essere comparato al tanto notissimo del minatore Pietro Micca[555]. Pari in ambedue l'eroismo, e maggiore negli effetti il merito del romano: chè non tra le intestine discordie una sola città, ma dalla barbarica invasione dei Turchi Malta, Roma, l'Italia, e con esse le arti, le scienze, la religione ebbe difeso al prezzo della sua vita, come più d'ogni altro con somme lodi celebra il Bosio[556]. Dopo quel tempo, edificata la nuova capitale, messe le terre a coltura, cresciuto il popolo da dieci a cencinquanta mila, come adesso sono, con tutti i conforti della vita, cresconle delizia il luogo ameno, i bellissimi prospetti del mare, e le ammirabili opere concatenate a difesa dal Laparelli, dal Floriani, dal Maculano e dal Valperga.

XXVIII.

[Gennajo 1560.]

XXVIII. — Intanto tragittavasi tra Malta e Messina andando e venendo un nuovo personaggio, che dovrà spesso comparire nelle marittime faccende del tempo seguente, come erede e successore delle arti e delle grandezze di Andrea Doria. Andrea, oramai decrepito, erasi tenuto nelle sue case di Fassuolo in Genova, ed aveva mandato le galèe consuete al soldo di Spagna sotto il comando di Giovanni Andrea, che noi speditamente diciamo Giannandrea. Il nipote simile allo zio per tradizione di famiglia, e per arte di marineria; ma tanto diverso di persona, quanto un giovane di vent'anni può essere da un vecchio di novantaquattro. Ripeto un'altra volta quanto ho detto altrove[557]; e confermo che nè vita particolare è stata mai pubblicata di lui, nè in alcun dizionario biografico s'incontra articolo intestato al suo nome, salvo la breve memoria del Brantôme[558]. Potrei quasi dire che abbia egli stesso preveduto la sua disdetta; e che non isperando dall'altrui penna la narrazione della sua vita siasi messo a scriverne da sè in un libretto, che fino a trenta anni fa custodivasi a Genova nel palazzo de' suoi discendenti, dove lo vide il dotto archeologo della marina francese, e rispettabile mio amico e collega A. Jal[559]. Ma ora dopo il trasporto dell'archivio da Genova a Roma, non si sa più dove sia ricaduto, come mi ha avvisato di là il cavaliere L. T. Belgrano, secretario di quella società di Storia patria; e più volte mi ha detto di qua il degnissimo archivista Giambattista Carinci, troppo presto rapito agli affetti ed alla stima de' suoi amici. Inutili le pratiche di rispettabili personaggi presso l'egregio Principe possessore: la cui saviezza, nella nobile risposta per altrui intramessa inviatami, così altrove ho registrata, che ora mi scusa l'obbligo di tanto ripeterla, quanto sempre la commendo e rammento[560].

Nondimeno cercando per entro alle storie di questi tempi, e tra le biografie dello zio, e per le memorie della famiglia, possiamo accertare la nascita di Giannandrea, figlio di Giannettino, nel 1539; l'adozione nel 1547, quando restò orfano per la congiura del Fiesco; il primo tirocinio nel 1548, quando navigò da paggio col principe don Filippo di Spagna infino a Genova; e il primo comando in quest'anno per la impresa di Tripoli, sotto la direzione e il consiglio di Plinio Tomacelli bolognese, che era stato maestro e istitutore della sua fanciullezza[561]. Giannandrea adunque sollecitava con tutto il suo potere alla partenza il Medinaceli, ma inutilmente. Lo stratagemma di Dragut produceva effetti inesorabili: confusione, tardanza, carestia. Mancava il danaro, i soldati nuovi fuggivano, i vecchi ricalcitravano, gli ufficiali perdevansi in chiamate e in congedi, secondo che appariva più vicina o più lontana la partenza o la fermata. Tra questi stenti, epidemia e mortalità, come sempre in casi simili. Se erano pronte le galèe, mancavano le navi; se in ordine le fanterie, non correvano i soldi; se imbarcate le artiglierie, non bastavano le munizioni; se ordinavasi la partenza, saltava il vento al contrario[562]. Cinque volte partiti e ritornati, tra Messina, Siracusa, capo Pàssero, il Gozzo e Malta. Finalmente alli dieci di febbrajo l'armata fece rotta per l'Africa: e cogli altri Flaminio al primo posto d'onore sulla destra della Reale; mancando dalla sinistra i Fiorentini, che erano restati indietro per competenza coi Maltesi, e sotto pretesto di fornirsi meglio di ciò che loro bisognava. Stranezza d'impresa, preparata d'agosto, sospesa per tutto l'anno, e mossa l'inverno seguente di febbrajo!

XXIX.

[14 febbraio 1560.]

XXIX. — Toccarono alla Lampedusa e alle Cherchene, e la mattina del quattordici di febbrajo dieron fondo nelle acque delle Gerbe, rimpetto alla cala della Cantèra, a levante dell'isola, cento e trenta miglia lungi da Tripoli pel rombo di scirocco. Durante il viaggio dei cinque giorni, cadde infermo di flusso Giannandrea, e maggiormente di animo il Medinaceli, che soleva con lui solo assettar ogni cosa, non lasciando agli altri niuna autorità. Dunque poco consiglio proprio di quel giorno, dal quale aveva a dipendere la sorte della campagna.

Erano alla vista nel canale della Cantèra, tra la terraferma e l'isola, poche germe di mercadanti, e quel che più monta due galeotte di pirati. Sarebbe stato dovere preciso del Medinaceli subito subito chiudere il passo, pigliarle, cavarne notizie, impedire che non ne portassero altrove. Così per fermo avrebbe saputo che Dragut in persona stava quivi nell'isola, tanto vicino e disperato, che non poteva fuggirgli di mano; perchè chiuso dal mare, sostenuto da pochi Turchi, e odiato da tutti i Mori. Ma colui poco curando lo stare sulle intese, lasciò correre alla ventura, e dètte tempo al padrone delle galeotte di rinforzarsi sulla migliore, e di fuggirsene di volo a Costantinopoli, portandovi il primo grido dell'arme, e la piena notizia di ciò che aveva veduto cogli occhi proprî: il numero e la qualità dei legni, il disordine del governo, la facilità di conquidere a un tratto tutta l'armata cristiana[563]. Crescono i nostri pericoli: alla strategia di Dragut arrogi la solerzia di Luccialì.