— Trovare chi supplisse alla mancanza.

— E.... all'occorrenza cambiare.

— Ma certo.

— Mie buone amiche, voi sapete ch'io portai in dote al signor Di Cartella tutti i debiti di mia madre, e mia madre tutt'ora non cessa ogni mese di scrivergli lettere zeppe di amari rimproveri per sottrargli del denaro.

Mi occupai di lavori femminili, fui presidente di tutti gli istituti di beneficenza della capitale, fondai la società per l'emancipazione della donna. Le mie giornate si seguirono piene di lavoro e d'interesse, e la mia esistenza non fu per questo infelice. C'è però, signor Perelà, una cosa che tanto mi turba, e tanto mi fa star male. Il signor Di Cartella, a certi periodi.... quasi direi a scadenza.... sul mutare delle stagioni.... circa ogni due mesi.... egli.... si sente.... crede.... di potere ritentare un'altra volta la dura prova. Sono oramai venticinque anni, io so punto per punto tutto quello che accadrà, ma debbo compiacerlo. Egli si crede.... si illude.... tentando nuovi slanci.... cercando nuove maniere.... si illude ancora.... soffre.... Oh! signor Perelà, che pena.... che pena....


La Contessa Carmen Ilario Denza.

Io ebbi, signor Perelà, un'adolescenza molto precoce, fino dai dodici anni presi un'imponentissima aria maschia, e la mia figura si delineò in ogni suo dettaglio virile. Poco è in me di quella grazia che avvolge le mie buone amiche.

Quando a quindici anni lasciai il monastero sentivo già addosso, pure ignorando ogni informazione su tale proposito, sentivo già un bisogno spingente terribile di avvicinarmi ad un uomo. Il caso mi fu sempre avverso. Mentre in me cresceva questa terribile smania io non avevo ancora trovato un giovane che mi si fosse avvicinato guardandomi con intenzione.

Al mio orizzonte non vedeva una promessa, una speranza di finire questo martirio.