Non riuscivo più a soffocare in me il male, soffrivo, soffrivo, passavo le intere notti a dibattermi sul pavimento, mi comprimevo, mi pestavo, martirizzavo le mie carni ribelli, mi facevo male, ma nulla, nulla, nulla.

La mia faccia si faceva di un orribile colore rosso vinastro e delle chiose vi rimanevano sempre qua e là. Questo faceva sì che gli uomini si occupassero ancora meno di me. Ero pura ed innocente e volevo mantenermi tale, ma erano le vene che non potevano contenere il sangue, ed io me le sentivo accese di dentro, e circolarvi come piombo strutto infuocato, e trasformarvisi in dinamite per scoppiare nel cuore orribilmente in un'enorme pozzanghera di tutta la mia infelice robustezza.

Forse, io pensava, cento volte passai per la via dove abitava l'uomo che avrebbe potuto, vedendomi, innamorarsi di me. Bisognava però passare cinque minuti prima, o cinque minuti dopo. Forse noi camminammo nello stesso senso, invece che nel senso inverso, e non ci potemmo incontrare.

Nella mia famiglia vi furono in quegli anni tre o quattro lutti strettissimi e così tutta vestita di nero io appariva, più che una fanciulla, una grossa vedova.

Avevo oramai venticinque anni e non il primo uomo si era avvicinato a me, ed avrei accettato l'ultimo degli uomini oramai.

La mia sensibilità si era talmente acuita ch'io sentiva a distanza l'odore acre del maschio, come una bestia, e seguiva per le vie questi sfilacciamenti di profumi selvaggi, che mi facevano poi delirare e fantasticare atrocemente chiusa nella mia stanza, mi facevano divenir folle, mi davano i più atroci martirii.

Una notte fuggii scendendo dalla mia finestra giù sul balcone del giardino, uscii risoluta di stendermi col primo uomo che fosse passato. Andai per le vie deserte, andai là sotto le caserme, dove tanti uomini giacevano. Certo ognuno si sarebbe svegliato felice di avermi fra le braccia, e io intanto morivo di desiderio, e non comprendevo più, e mi sarei perduta per sempre. Dopo, ritrovai un po' la coscienza, e mi sentii avvinta dall'orrore di essere scoperta, portata chi sa dove.... forse dai miei genitori.... Corsi a casa, pensando che avrei potuto trovare ugualmente, avrei fatto salire un uomo dalla finestra, avrei introdotto nella mia stanza un domestico, ma essere sorpresa lì, no no no, Dio! Che orrore! Fuggii, e salii su dal balcone, riuscii a scavalcare la finestra della mia stanza.

Pochi giorni dopo, fu da mio padre un amico, egli veniva mandato dal conte Ilario Denza.

Non ci eravamo mai veduti, ci incontrammo, e in poche settimane il mio matrimonio fu celebrato.

Nei giorni che lo precederono, io notai una certa quiete che incominciava a germogliare nel mio spirito, come una frescura nel sangue, come se vi fossero state iniettate fiale di un balsamo ristoratore.