Filtrava per la mia bocca il liquido gelido, e s'insinuava veloce per tutte le vene.
Quando io distaccai le labbra dallo specchio ed aprii gli occhi, egli aveva ancora socchiusi i suoi, gli aprì lesto, scosso, come per avere tardato un istante a riflettere.
Quel giovine era venuto ad abitare, con sua madre, una villa a poca distanza dalla mia, e da quella sera, tutte le sere e' incontrammo.
Signor Perelà, io avevo finalmente trovato il mio amore!
Ma.... ahimè.... il fanciullo che moriva, che sapeva morire con me, ogni sera mi appariva più bianco, gli occhi sempre più neri e che venivano fuori sempre da più in fondo, attorniati da due corone nere che dilagavano ogni dì maggiormente.
Una sera egli mi disse: andiamo laggiù.... c'è la luna....
Quale desiderio io non avrei appagato al mio fanciullo?
Passammo i campi e riuscimmo proprio sotto il cimitero, là dove il muro è basso, egli m'invitò a scalarlo e scendemmo giù fra i morti. E lui mi spinse, mi spinse fra quelle tombe, scansando le croci, passando fra i piccoli cancelli, i lumi, i pilastri, i cespugli di fiori sopra i morti, e in un punto si fermò, si distese, io lo seguii, e fummo quella sera due morti che il becchino si era dimenticato di seppellire.
Tante tante sere ancora ritornammo, e ci indugiammo là sino a notte tarda.
Io sentivo, signor Perelà, che una vita si era oramai tutta versata nella mia, e ne contavo i sorsi allibendo al pensiero che ognuno fosse l'ultimo.