Il gobbetto, con la sua aria estremamente presuntuosa e spavalda era proprio venuto a dividere il nostro gruppo, senza mostrare affatto di accorgersi che vi era in esso alcuno che molto gli rassomigliava, ma non vi fu appena in mezzo che le risate scoppiarono, squillarono per l'aria come un esplosione di fuochi d'artifizio. Mecheri rideva rideva, rideva additando il gobbo a tutto il mondo presente: oh! come rideva questa volta, egli non aveva mai riso così; il riso si propagava rapidamente scoppiettante, acuto, urlante, volante, e il gobbo sembrava doversi liquefare tutto nel calore della sua gioia. Il gobbo sconosciuto era passato senza punto curarsi del lazzo che lasciava dietro di sè, ma non appena venti metri distante dalla gaia combriccola, si fermò, corse rapido con la mano alla sua gobba sotto il tait, ne trasse prestamente un grosso fardello di stracci che dopo avere agitati in aria con grande abilità gittò lungi da sè in un'aiuola, voltosi quindi al suo canzonatore e fattogli un profondo inchino, con gesto elegante della mano parve invitarlo a fare altrettanto. Dando quindi sui tacchi se ne andò tutto impettito, omarino sì, ma diritto come un fuso.
La gioia a bollore del gobbo Mecheri ebbe come una congelazione fulminea, egli tentò di ridere ancora, ma il colpo era stato visibile a tutti. Quattro grandi risate gracchiarono nell'aria, e Mecheri volgendosi scòrse quattro gobbi che lo circondavano in quadrato. Il nemico era chiuso, prigioniero. I quattro gobbi ridevano velenosamente, vomitando l'amaro livore ingoiato per tanti anni. Mecheri nel mezzo, fra tutta la gente che lo circondava, tentò di ridere ancora, di riattaccare la vena del suo magnifico riso, ma non vi riuscì, si sforzò, ma tremava, barcollava, assalito da un tremito convulso. Qualcosa si era fermato, schiantato dentro di lui: la molla della gioia nel congegno della sua anima.
La burla corse in men d'un'ora su tutte le bocche, e fece poi le spese delle molte ore d'ozio della città provinciale.
Tutti attendevano ansiosamente ciò che avrebbe fatto il Mecheri, come si sarebbe rifatto, come si sarebbe comportato dopo che la guerra era stata dichiarata tra i gobbi.
Il Mecheri tentò di sostenersi, di riprendersi, non vi riuscì, era divenuto torvo, guardingo, e non fu più buono, per quanti sforzi facesse, a ridere come una volta.
Non si sentiva più tranquillo che nella sua casa, chiuso, cominciò a non uscire più tanto spesso, poi a non uscire più di giorno.
Invece per le vie si vedeva circolare indisturbato il gobbo benestante, con aria assai grave andava e veniva per i fatti suoi. E si diceva già con certezza che il gobbo calzolaio avrebbe aperta al più presto una grande bottega sul Corso. Il gobbo custode ogni sera veniva in centro a prendere il tabacco e vi si intratteneva tranquillo a fare una buona pipata. Il giovane di studio era divenuto assiduo del caffè per la partita dello scopone. Chi non si vedeva più era il Mecheri. Tutti si domandavano come mai, che cosa gli era successo, come fosse avvenuto questo cataclisma nella stirpe dei gobbi, come un uomo di quello spirito avesse potuto impermalirsi di una burla, e cercavano altrove la ragione del suo allontanamento. Mecheri usciva di notte, strisciando i muri come una talpa, bagnando con amare lacrime di dolore quel terreno che aveva un tempo inondato di gioia. Teneva gli occhi socchiusi perchè temeva di scorgere nell'ombra la sua gobba mostruosa che ogni giorno cresceva cresceva sulle sue spalle fino a toccare le vette del firmamento. Poi non uscì più, non fu più visto da nessuno, e si seppe ch'era partito per sempre, senza sapere per dove, senza un perchè che gli altri capissero, ma che solamente un altro gobbo avrebbe potuto capire.
***
Una mattina, prima dell'alba, in una delle nostre massime città, gli spazzini che spazzavano le vie, alla luce dei primi grigi bagliori, scòrsero in un angolo del marciapiede un fardello di cenci. Uno d'essi si avvicinò, sembrava che sotto ai cenci, al suolo, vi fossero come dei tentacoli umani aderenti al lastricato, qualcosa che pareva una gigantesca chiocciola vestita, chiusa e attaccata alla terra con la sua grande casa sopra la schiena.
— Toh! È un gobbo!