Si aggiunge che nel separarsi, i tre gobbi, si fossero guardati amorosamente, e dipoi serrati al seno l'uno dell'altro.
La voce circolò e circolando fu man mano sformata e da tutti creduta una nuova burletta del gobbo Mecheri.
Era il venti settembre, la città tutta imbandierata e intrecciata da festoni di lauri, di quercia, di allori, tutte le finestre pendevano come frutti i lampioncini veneziani tricolori pronti già per la luminaria della sera. La banda cittadina eppoi la militare dovevano suonare tutto il pomeriggio nei giardini pubblici, tre bande venute dalle vicinanze avrebbero suonato in altre ore in punti varî della città.
Una magnifica giornata di fine estate, tutti erano fuori in grande uniforme a far bella mostra di sè. Per le vie lunghe fila di banchi coi dolci delle fiere, giocattoli, chincaglierie, stoffe, cappelli, frutta, ovunque la gente si accalcava. I contadini dei dintorni cogli occhi imbambolati dal movimento, intontiti dai rumori, ciondolavano distratti fra il pulviscolo della festa.
Il nostro Mecheri dalle otto della mattina percorreva le vie principali in lungo e in largo, tutti si fermavano con lui, lo salutavano, lo interrogavano, come fosse stato un'autorità. Indossava il tait buono che ancora non aveva cominciato a buttare il verde, la bombetta nuova, una bella catenona d'oro all'orologio, col corno di corallo, che sembrava, perchè addosso a lui, mastodontica, e un'ampia cravatta di raso bianco coi fiorellini verdi e rossi.
La gente si rimescolava sempre con crescente difficoltà per le vie e le piazze che si gremivano a dismisura. Era un pomeriggio limpido, fresco, e tutti ora si dirigevano verso i giardini pubblici dove le bande dovevano eseguire il loro concerto.
La Marcia Reale fu salutata al suo termine da un enorme scroscio d'applausi. Fu poi intonato l'inno di Garibaldi accolto pure freneticamente da quel popolo; quindi ebbe principio il concerto con un pezzo dell'opera «Norma». Il bravo Mecheri in un gruppetto di cittadini parlava concitatamente, teneva cattedra di musica antica e moderna, narrava di rappresentazioni celebri, di grandi cantanti, ballerine, e fatti riguardanti il teatro.
Era il primo intervallo. Ecco giungere dal viale di mezzo e dirigersi proprio verso il gruppo dove si trovava il Mecheri, a passettini precipitosi un omettino alto non molto più di un metro, vestito con certa presunzione, di un tait nero e un cappellino di paglia dal nastro marrone. Già da lontano, non era facile sbagliare, si capiva trattarsi di un gobbo e di che gobbo! Come il Mecheri, con una sola gobba dietro, ma così acuta che la punta gli giungeva all'altezza degli orecchi. Un Mecheri venti centimetri più alto.
Un gobbo nuovo? Venuto di fuori? Per la festa? — È il famoso gobbo pisano — pensò subito Mecheri mentre l'uomo si avvicinava. — Sicuro, il gobbo pisano che veniva a fare una gita, ne aveva sentito parlare mille volte, era proprio così, era lui, bisognava rimandarlo a Pisa a raccontare qualche cosa della sua visita.