La signora Costanza era una donna di quarant'anni, grossa, di media statura, non bella, ma con una facciona sanguigna di donna franca e sincera che subito le conciliava la simpatia. Aveva occhi grandi, neri, vivaci, e capelli neri ancora completamente.

Rosina era secca, lunga, senza nessun garbo femminile nella persona, un po' ricurva dalla vita alle spalle; con una faccia stretta, rettangolare, dei lunghissimi denti da cavalla, e degli occhi gialli inespressivi. Cogli scarsi capelli, di nessun colore, tirati sopra la testa e alle tempie che le formavano dietro un miserabile tortellino.

A vederla così, di primo colpo, con l'ampia sottana di percalle a gala in fondo, un giacchetto fuori di moda, con una lunga fila di bottoni davanti, le si potevano dare fino a cinquant'anni ma non ne aveva che trenta. Uno di quei poveri esseri che non furono mai giovani, uno di quei corpi che passarono inosservati dinanzi a tutti, come se natura li avesse abilmente fatti per celarvi il tesoro di un'anima splendente di divina bellezza.

Quel nome di Rosina era così poco adatto a lei, le sue carni terrastre, cosparse di lentiggini, come potevano ricordare le morbide voluttuose sfumature di quel fiore? E nella figura non c'è davvero fiore al mondo che le potesse rassomigliare; essa poteva tutt'al più somigliare ad un asparagio.

Tremava dinanzi alla sua povera padrona, avrebbe voluto dire tante cose, oh! il suo cuore era colmo di tenerezza, ma non sapeva che piangere. — Un po' di brodo — Voleva dire — Sono due giorni che non ha mangiato, che non ha voluto prendere nulla.... Anzi, si poteva dire che i giorni fossero otto addirittura. — Si era tante volte provata ad esortarla, questa volta aveva portato direttamente il brodo, sperando, senza parlare, ch'ella avrebbe accettato di buttarlo giù.

Dalla scodella, posata sulla punta del tavolinetto da lavoro, le spire calde salivano su su, e Rosina le guardava attraverso le belle lacrime trasparenti. Ma la signora Costanza continuava i suoi singhiozzi senza nulla vedere nulla guardare.

Poche ore prima le avevano portato via per sempre il suo Anselmo; bravo, caro uomo, esemplare marito, a soli quarantasei anni, per una violenta infiammazione di petto, in otto giorni era già al cimitero.

La signora Costanza, dopo la perdita di chi era tutto per la sua vita, rimaneva desolatamente sola, e da uno stato di agiatezza piombava in serissimi imbarazzi finanziarî.

Il signor Anselmo morendo non lasciava che un sincero rimpianto dietro di sè, un disperato dolore, ma nessun diritto, per la vedova, del suo buon impiego governativo che solamente da diciotto anni esercitava.

Erano stati sposi diciotto anni prima, erano venuti in quella casa felici, vi avevano vissuto nel più perfetto accordo una vita serena e tranquilla. Dopo tre anni la signora Costanza aveva preso seco Rosina, una bambinetta di quindici anni, di Calamecca, su, sulle montagne del Pistoiese; l'aveva scovata un anno che era andata lassù a passare un mese dell'estate col marito. E come aveva saputo indovinare nella scelta; fosse intuizione di quella brava donna, o fosse il fortunato caso, ella aveva inciampato in un tesoro ma aveva saputo gelosamente custodirlo. La piccola montanara, dalla sua alpestre miseria, si era assuefatta al nuovo stato che le era sembrato fin dal principio di signora addirittura. Tutto le era sempre parso troppo, e i due coniugi l'amavano come la terza persona della loro famiglia. Raramente la lasciavano in casa sola, se la portavano quasi sempre con loro, a fare scampagnate, e qualche volta, in carnevale, anche al teatro.