Essa era una padrona un po' dispotica, ma i dozzinanti vi si trovavano bene, come nella loro famiglia. Le camere erano tenute con tale meticolosa proprietà, con tale nettezza, che nulla avevano di comune coi soliti dubbî letti di dozzina. Era scrupolosa fino all'eccesso, esigeva il massimo riguardo per la mobilia, la biancheria, le tappezzerie, e sopratutto bisognava tenere un contegno da gentiluomini perfetti. La sua camera, quella di Rosina, perchè questo angelo in veste di serva era voluta andare per forza nello stanzino accanto alla cucina, era proprio davanti alla porta d'ingresso, e sentiva tutti ritornare la sera, il suo uscio rimaneva socchiuso, e quando un dozzinante era novizio, ella dava due buoni colpetti di tosse le prime sere, perchè capisse bene che non era possibile non rispettare la legge, e di passarla liscia in caso contrario. Da quando era entrato il primo ospite, la casa non era stata lasciata un solo minuto; il portinaio, il padrone, gl'inquilini, tutti avevano rispetto e lode per la loro inquilina, si sapeva per tutto il vicinato che il suo quartiere era un santuario, che con quei principî si potevano affittare quante camere si voleva e rimanere vere signore da doversi fare tanto di cappello. Tutti le mostravano una grande deferenza; questa simpatica donna piena di energia, onesta fino all'esagerazione, che aveva saputo risolvere un così difficile problema con tanta dignità, meritava veramente il plauso e la simpatia ch'ella riscuoteva da tutti.

Le sue camere furono ricercatissime. Il comm. Tabacchini, consigliere di corte d'Appello, vecchio scapolo, vi morì dopo 17 anni che vi abitava, era divenuto come persona della famiglia, la signora Costanza lo aveva assistito fino all'ultimo momento proprio in quella camera dove aveva assistito un tempo il suo indimenticato Anselmo. E anche questo vecchio spirò nelle sue braccia benedicendo la sua assistenza cristiana di vera sorella, e le lasciò in ricordo oggetti di molto valore.

Sempre tutto affittato, anche il salottino da lavoro che era riuscito un gioiello di camerina; e gl'introiti erano via via aumentati, e per quanto il padrone di casa avesse poco alla volta portata la pigione fino a ottocento lire, la signora Costanza col suo lavoro era riuscita negli ultimi anni più che a raddoppiarla. Rosina fu l'angelo custode. Non si stancava mai di lavorare, pulire, lustrare, curare la biancheria, gli abiti, le scarpe dei dozzinanti, ella amava tutto ciò che era lì dentro, tutto le era caro quando si trovava fra quelle mura; le sue dodici lire ci furono sempre, le portava di sei in sei mesi alla Cassa di Risparmio felice di accumulare dei soldi che potevano un giorno venire a bisogno alla sua signora. Oh! come sarebbe stata felice di fare quel sacrifizio, e rendere tutto quello che le era stato dato. Ma non c'erano di questi bisogni, la barca andava a vele gonfie, le due donne vivevano comodamente pure lavorando dalla mattina alla sera e non uscendo che per le spese e le faccende indispensabili e la domenica, una alla volta, per la messa. La mattina c'era da preparare la colazione per tutti, il caffè nero, o caffè e latte, a seconda, e anche quelli erano piccoli guadagni per la padrona, e Rosina a fine mese riscuoteva le sue mance, che giungevano qualche volta a otto e a dieci lire, e andavano ad accrescere il suo patrimonio.

Insomma la tranquillità si era poco alla volta ristabilita in quella casa dopo una bufera di quel genere.

La signora Costanza era divenuta intima di Amalia Polidori, la benedetta ispiratrice della salvezza; le aveva talvolta mandato dei buoni inquilini serî, sicuri, di quelli che aveva imparato a conoscere lei, ma non si sarebbe certo riguardata dal riderle sul muso se l'amica avesse osato proporgliene uno dei suoi. Amalia Polidori, veniva, da trenta anni, immancabilmente la domenica nel pomeriggio, e, con Rosina, parlavano delle loro faccende, sopratutto dei loro ospiti. Qualche volta si fermava anche l'uno o l'altro di essi a far due chiacchiere. Nella sua cameretta alla cui parete centrale in una grande cornice dorata pendeva l'ingrandimento fotografico del suo Anselmo, e sotto, su di una mensola in un vaso era perennemente qualche fiore, la signora Costanza presiedeva la conversazione non perdendo mai l'occasione di ribattere i suoi ottimi sistemi di ospitalità, specialmente con inquilini nuovi, studenti, ch'erano quelli che sorvegliava di più, e in faccia alla Polidori specialmente ch'ella riteneva troppo corriva: — Lei se ne viene qua poveretta, e là chi sa che diavolo le combinano i suoi studenti! Che disgrazia rimaner soli a questo mondo! — E così dicendo guardava Rosina che le rendeva uno sguardo pieno d'amore. — Sicuro, io che ho gente mille volte più seria della sua non lascerei la casa mezzo minuto secondo.... mah! questione d'idee! E anche star sempre sola come un cane? Eppoi chi le compra quel boccone da mangiare? Ha ragione, è in condizioni peggiori delle mie, la compatisco, ma io voglio dire che una vera signora può dar via alcune stanze della propria casa rimanendo sempre una vera signora. Nessuno le potrà mai dare dell'affittacamere! — Ecco la parola che le stava sopra la testa come il nembo, oh! se mai uno al mondo glie l'avesse detta! Sarebbe divenuta feroce! Avrebbe fatta una pazzìa; povera donna, era il suo prestigio, la sua giusta dignità la respingeva, era con tutta la forza della sua vita che aveva lottato per tenerla lontana da sè quella rovente parola, per esserne immune! E immune se ne sentiva, pure vivendo in sospetto, come chi in tempo di epidemia si guarda per il corpo spasmodicamente col terrore di vederne comparire il primo segnale.

— Vi sono persone che non affittano e le loro case non sono per questo delle case perbene. Questione di persone.

E talora narrava la sua storia, i suoi begli anni felici, la sua giovinezza, l'amore del vecchio giudice per lei, e levando la testa al quadro come al cielo, l'amore del caro sposo, il rovescio di fortuna, la sua disperazione, e si penetrava nel racconto, riviveva tutta la sua vita, l'uditore doveva forzatamente dare segni di gioia prima, di cordoglio poi, e di plauso infine. Rosina ad un lato della tavola, ascoltava in silenzio, curva sul suo lavoro di calza o di rammendo, e quando la signora raccontava nei minimi particolari la sua sciagura, due grosse lacrime solcavano le guance della vecchia fedele compagna.

***

Invecchiando però la signora Costanza, bisogna dirlo, era divenuta un po' brontolona, anche coi dozzinanti più provati, troppo sofistica, troppo spedita nell'osservare, nel riprendere. Rosina se ne accorgeva, ma non avrebbe certo osato trovare un torto addosso alla sua padrona, cercava di essere ancora più buona e premurosa, raddoppiava lei in dolcezza cogli inquilini. Specialmente aveva preso un po' la fissazione di vantare la specchiabilità della sua casa, i suoi sistemi di rigore, severi, espliciti; quando i dozzinanti rientravano la sera, forse per l'insonnia senile, faceva sempre a tutti quei colpettini di tosse che erano divenuti un po' ironici ormai, pareva quasi ci si divertisse. Lo avevano capito a sazietà che lì non si scherzava, che non era possibile ritornarsene in nessuna compagnia, non importava continuasse a logorarsi i polmoni di più. L'uscio era socchiuso, poteva ascoltare in silenzio. Quella tossettina pareva proprio dire: — Voi non me la fate, sono io che la faccio a voi! — Inoltre, ultimamente, era stata poco cortese con qualche amico venuto a visitare uno dei suoi ospiti. Che pure avendola riverita com'era d'obbligo e d'uso, era stato ricevuto bruscamente. Si seccava ad aprire troppo di sovente la porta. Pretendeva sapere vita morte miracoli dei visitatori, pretendeva sentire quello che dicevano, quando se ne andavano dovevano passare sotto il suo sguardo investigatore e diffidente.

— Questa è diventata la casa di Nazareth! Io non faccio il portiere! Questi cialtroni non si puliscono mai le scarpe, vengono su dalla strada ricoperti di pillacchere e mi portano il fango in casa; mi sporcano tutto! Questo ha una faccia poco rassicurante! Quello non si degna nemmen di salutare! Cosa sono io, la sua serva? L'altro ha sgocciolato l'ombrello nell'ingresso! — Si sa, era la vecchiaia, aveva ormai varcata la settantina, e le persone più care e più buone a quell'epoca prendono dei difetti anche se non li ebbero mai.