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Amalia Polidori, che aveva varcata la settantina da assai più tempo della signora Costanza, un bel giorno sentì una voce che la chiamava a sè e le pareva di seguirla come in un sogno. — Tu hai finito di fare l'affittacamere povera creatura, ora dormirai senza dover rifare più il tuo letto e quello degli altri.

Un inquilino della Polidori, una mattina venne ad avvisare la signora Costanza che la sua padrona stava male, e la buona amica corse ad assisterla, le prodigò cure e medicine, le fu vicina di notte e di giorno, e quando rimaneva a casa per riposarsi, andava Rosina presso l'inferma, anch'essa aveva fatte parecchie nottate. E dopo quindici giorni, pare che la buona vecchia cedesse all'insistenza dell'invito, e cedesse il suo vergine corpo alla terra, e la sua bell'anima (perchè no?) al cielo.

E siccome morì che Rosina in persona era a farle la nottata, all'alba spirò nelle candide braccia di quest'altra vergine ch'io non indugerei a chiamare santa.

La signora Costanza andò ad eseguire di sua mano ogni pietoso atto intorno alla salma dell'amica, e per la notte decise di fare lei la veglia funebre. Senonchè tornata a casa per mangiare un boccone espresse a Rosina un certo suo invincibile timore. Stare là sola, tutta la notte con la morta.... in quella casa dove non c'era nessuno.... non sapeva come mai.... le metteva un certo sgomento — Ci fossero almeno i dozzinanti. — Ma appena la padrona si era ammalata uno aveva battuto il trentuno, l'altro, uno studente, era andato a casa in vacanze. Rosina insistè per fare lei da sola la veglia, — ma le pare, ma le pare! — e l'avrebbe fatta con tutto il cuore e senza che la disturbasse nessun triste pensiero, ma la padrona dopo averci un po' pensato pronunziò l'ultima parola: — Andiamo tutte e due. — E la casa? — gridò Rosina ad una notizia così strabiliante. Quella casa che per trent'anni non era stata abbandonata un secondo, il cui onore era stato mantenuto alto nella luce del sole con questo mezzo infallibile, ora la si abbandonava per un'intiera notte.

— Stai sicura mia cara Rosina, la casa noi potremmo lasciarla d'ora in avanti tutte le sere. Quando si semina virtù non si raccoglie vizio. Eppoi non è che per una notte non c'è da dubitare. In trent'anni io ho saputo insegnare alla gente come ci si comporta quando non siamo in casa propria, e specialmente presso una signora a cui si deve tutto il rispetto.

E sicura del fatto suo, orgogliosa, gonfia di raccogliere il frutto di tanto virtuoso lavoro, decise di fare insieme con Rosina la veglia.

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Erano nella sua casa, in quel tempo, queste persone.

Un maggiore a riposo, gentiluomo verso i settanta, uomo spaventosamente metodico, molto galante, e molto ciarliero pure parlando con una lentezza ed una solennità imponentissime. Usava esso ogni riguardo alla padrona, per la quale aveva complimenti severi, e colla quale rimaneva, nei giorni di pioggia, in lunghi conversarî; facendo che, molto a fiotti, la sua non breve esistenza sgorgasse dalle labbra, e non sdegnando ascoltare con tutta gravità quella che torrenzialmente ruzzolava fuori per quelle della vedova.