— Già. Rosina viene dopo, a buio, quando ha finito di far le faccende. Quella povera diavola è sola come un cane.
— Ah! Poveretta!
— È giusta che finisca così, senza che nessuno pensi al suo cadavere, nulla, una santa creatura come quella?
— Ancora giovane!
— Oh per questo, felice lei, ha finito di tribolare!
— Oh! Ma lei ha ragione. Ma signora, signora, com'è buona, com'è caritatevole, — e strascicava quell'«o» il poeta. — Avrei potuto accompagnarla io, tenerle compagnia, avremmo vegliato assieme.
— Troppo, troppo buono, mi raccomando la casa, la prego, so che non c'è pericolo, conosco con chi ho da fare, in ogni modo mi raccomando. Alle otto tornerà anche il signor maggiore, glie lo dica lei che siamo andate via, lui lo sa già che è morta. Domattina saremo qui presto, Rosina lascia tutto preparato.
Verso le sette, tutta vestita di nero, con una sciarpa nera in testa anche Rosina lasciò la casa.
— Signorino mi raccomando, io vado via. — Il poeta si fece alla porta. — Domattina vengo per la colazione e per i panni, è per non farla star là sola tutta la notte poverina, ha capito? io volevo che mandasse me, non ha voluto. Si è strapazzata tanto in questi giorni. Arrivederlo signorino.
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