Quando la signora Costanza pigiò la chiave dentro la serratura le parve di cascare addosso alla porta che si apriva, tanto aveva sonno, tanto era stanca, tanto le sue vecchie ossa erano intirizzite. Anelava il momento di potersi sdraiare sul suo buon letto.

Aprendo intravide della luce venir fuori dalla camera del poeta presso la sua, un lume vi era acceso, la porta spalancata. Si udiva l'orchestra di vicine e lontane respirazioni pesanti nel sonno. Fece un passo, urtò in una sedia rovesciata, presso alla quale raccolse una giacca da uomo, inciampò ancora in qualcosa che rotolò: una bottiglia.

Dall'orchestra di quelle respirazioni si alzò uno sbadiglio acuto, poi alcune parole:

— C'è gente! Ehi! L'avevo detto io! Ci siamo addormentati! Ehi! Fufi! Fufi! Sei morto? È giorno! Ah! Ah! Ah! La vecchia!

Battè forte gli occhi, fu desta d'un colpo. Una donna seminuda, con la sola camicia e la sottana le fu davanti sulla soglia, nella penombra, pareva sorridesse, dalla faccia trasognata, sembrò intravedere un uomo rovesciato che dormiva attraverso un letto. Dalla porta vicina fuggì come uno spettro un'ombra bianca ed entrò nell'uscio di fronte. Un'altra ombra si fece alla porta ma non ne apparvero che due grandi occhi ebeti esterrefatti.

Ombre, ombre, non più figure; grida sconnesse non più parole, singulti, non più oscurità e grigio dinanzi agli occhi, ma tutti i colori dello spettro ballanti una ridda spaventosa, penetrando nelle pupille lame colorate acutissime accecatrici, raggi fusori nelle molecole del cervello....

La vecchia corse due volte su e giù sobbalzando pesantemente per il corridoio, afferrò la maniglia di una porta, sbatacchiandola, sussultoriamente, entrò ballonzolando sulle gambe irrigidite come su dei trampoli. Fu nel mezzo della camera, nell'aria calda e pregna di fumo, dinanzi ad una poltrona dove un vecchio era sconciamente disteso, seminudo, ravvolto in uno scialle, addormentato profondamente. Ella pareva fare un gesto disperato per svegliarlo, pareva volesse emettere un grido, ma le sue mani, come grinfie spiegate in alto, parevano arranfare il cielo, e la sua bocca rimaneva aperta paurosamente spalancata vuota e nera. Sobbalzò ancora tutta la persona in un tremito sussultorio, orribile tarantella di morte, mentre alla soglia apparivano e sparivano, si stringevano e si dilatavano occhi grandi spauriti trasognati. I suoi immensi occhi neri come due altre bocche parevano volere inghiottire quel vecchio che continuava il suo sonno. Dalla gola le salì uno strappo come la corda di un violino troppo tesa che si schianta, e cadde giù pesantemente nel mezzo della stanza producendo un cupo rimbombo per tutta la casa.


La prima edizione del più pettegolo dei giornali portava questo stelloncino di cronaca:

«Stamani alle ore sette nella Via*** N.*** l'affittacamere Costanza Chiodaroli veniva colpita da apoplessia rimanendo all'istante cadavere. Essa veniva prontamente soccorsa dai suoi numerosi inquilini, e da alcune.... signorine certa Nella B*** certa Olghina le quali, non si sa come, si trovavano precisamente nella sua casa. Dette signorine per lo spavento provato si sono date a gridare dalle finestre e per le scale, mettendo sottosopra tutto il vicinato, e facendo accorrere gente anche dalla via. La scena era delle più interessanti. Le brave ragazze appena riavutesi dallo spavento subito si sono date, nel loro costume ridotto ai minimi termini, a vegliare religiosamente la salma della povera e compiacente padrona di casa. Non occorre aggiungere trattarsi di una casa.... da thè. Il bello poi è questo, che il contado raccapricciato dallo scandalo è indignatissimo contro la defunta che si era fatta abilmente ritenere da tutti come una donna delle più scrupolose e costumate. Nel suo genere ben inteso».