Era la fine di settembre, i coniugi lasciavano la campagna per tornarsene a Roma dove abitavano; quel giorno nella loro casa si concludeva solennemente un importantissimo affare: la proprietà di un certo Beppino di mesi ventinove passava a loro. Essi lo comperavano. Al tempo stesso firmavano in suo favore il loro testamento, lasciandolo erede di ogni loro bene. Pretendevano solamente, i nuovi genitori, che al nome di Beppino fosse anteposto quello di Cesare, nome troppo adorato e che custodivano intatto da quasi trent'anni.

I genitori di Beppino ebbero in compenso lire cinquemila. Fu sulle prime la moglie a volerle sborsare tutte lei, quasi riconoscesse, in quell'istante di felicità, tutto suo il torto nella infruttuosa unione e intendesse così pagarne la pena; e allora saltò fuori il marito che le voleva pagare tutte lui come convenendo allo stesso modo di essere lui solo il colpevole. Infine, dopo in lungo colloquio, decisero di mettere ognuno lire duemilacinquecento. Dovevano essere unite le due parti. — Così si fa, così debbono fare tutti, anche quelli che fanno i figli davvero.

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Beppi.... pardon, Cesare, fu portato a Roma e non tardò a familiarizzarsi ed affezionarsi ai nuovi genitori. Chi sa mai quello che sarà passato per la sua testolina ma le condizioni del baratto erano così favorevoli ch'egli si trovò magnificamente nella capitale d'Italia dove lo avevano chiamato a regnare.

E quei coniugi, quella gente misurata e metodica, era diventata altra gente, gente nuova; avevano mandate al diavolo le abitudini ed erano tornati fanciulli. Non si occupavano più che di giuochi, di piccoli indumenti, di belle passeggiate al sole, corse sui prati.... tutta una vita rimasta in loro latente, ora si sviluppava, così tardi.

Si passavano l'oracolo dall'uno all'altro, ridevano, gridavano, correvano, gioivano.... spudoratamente; e quando la sera il piccolo chinava la testina dopo aver bevuto tutto il suo latte, se lo portavano a letto, e uno da un lato, uno dall'altro cooperavano a spogliarlo così addormentato e a metterlo presto sotto le coperte, eppoi lo baciavano, zeffirandogli appena le guance perchè non si destasse, assaporando il suo alito candido di latte. E lo guardavano ancora, e si guardavano incontrandosi in una frase lampante sebbene non espressa: — Quelle gioie potevamo averle provate da quasi trent'anni! Di chi la colpa? — Passava velocemente quest'ultima nuberella fra i due — Però.... però.... — diceva un ultimo sguardo pacificatore: chi sa se loro sarebbero riusciti ad averne uno tanto bello.

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Prima che la vita di questi pseudo genitori fosse così totalmente cambiata, essi avevano a Roma due buoni, due cari amici, un'altra coppia di coniugi sulla cinquantina, come loro, come loro senza figli, non perchè gli fossero morti, ma perchè non erano mai riusciti ad averne, come loro: Pippo e Lavinia Tuzzo. I quattro si trovavano al pomeriggio per la passeggiata, alla sera per il caffè o il teatro, e in ogni luogo dove ci fosse da andare andavano insieme. Pagavano a metà la vettura, a metà il palchetto, pagavano a metà anche al caffè perchè le signore prendevano tutte e due il cappuccino, gli uomini tutti e due il caffè. Si facevano buona compagnia, si comprendevano a meraviglia, avevano le stesse abitudini, gli stessi gusti, i medesimi rimpianti. Andavano di sovente in quei giardini dove i bambini giuocano, e le mogli emettevano i medesimi sospiri, si lasciavano andare le stesse confidenze, le stesse piccole amarezze. I mariti dietro dietro, più severamente, facevano eco alle mogli. Quando si trovavano dinanzi ad una madre di numerosa prole, e magari orribilmente gonfia di un nuovo essere, le due donne guardavano la povera giovenca con grande ammirazione, la seguivano attonite. — In fondo era una donna in tutto e per tutto come loro, perchè doveva essere così beneficata? Che cosa aveva ella? Che cosa non avevano loro? — E quando i due mariti erano di fronte ad un mesto, preoccupatissimo padre di molti marmocchi, lo squadravano dalla cima dei capelli alle suola delle scarpe, quasi avessero voluto dire: — Che bel ragazzo! — Perchè ognuno di quei quattro riconosceva nel coniuge la colpa maggiore, ma in fondo erano tutti colpiti da quello del proprio sesso che si era così potentemente affermato. E questo sfregacciamento fra le due coppie serviva un po' a riscaldare la gelida tana delle loro unioni infruttuose.

Quando Lavinia e Pippo Tuzzo andarono alla stazione a salutare i loro amici di ritorno dalla campagna, non si potè dire che la sorpresa che gli avevano preparata li mettesse di buon umore. Credettero prima ad uno scherzo, poi, vedendo che quelli non avevano punto aria di scherzare e si portavano a casa con grande premura il fanciullo, rimasero fra loro pensierosi.

Una barriera insormontabile veniva a dividere i vecchi amici, il tran tran della stessa vita non era assolutamente possibile riprenderlo. Le antiche abitudini se ne andarono tutte a capo fitto. I due non uscivano più la sera perchè non avrebbero mai eppoi mai affidato il piccino nelle mani della donna di servizio, uscivano invece presto la mattina, perchè Cesare abituato alla campagna doveva rimaner fuori più che fosse possibile: andavano per i viali, per le ville, col piccolo che si trascinava dietro un carretto, o un treno, un cavallo, dei palloni variopinti, si camminava secondo il volere di Cesare, si andava dove e come piaceva a lui, tutto era cambiato dalle fondamenta, non c'era più che una parola che valesse al mondo, un'idea, un nome: Cesare.