E fu precisamente alla corte di Caudiria che una delle più pure e soavi principesse della terra gli venne destinata.
I giorni che precederono le fauste nozze tutto il popolo andò sottosopra per l'avvenimento, ognuno coltivò fiori nel campo e nel giardino, nell'orto, sopra il balcone, e in un testo, nell'angolo del più umile davanzale fiorì una rosa per quel giorno e fu la Birònia un solo giardino.
Il Re di Caudiria conduceva di sua mano la graziosa principessa fino alla soglia della Reggia di Ludovico XIII dove l'altare era inalzato, ai piedi del quale ei l'avrebbe impalmata dinanzi al popolo.
Come egli fu bello quella mattina benedetta dal più smagliante azzurro del cielo, dal sole più fulgido, si sarebbe lasciato uccidere ogni cittadino per un suo bacio.
Escono maestosamente dalla porta della reggia le guardie reali, e dipoi i componenti il corpo diplomatico e corpi religiosi, i grandi dignitari della Corte, le dame, i cavalieri, gli ufficiali, squillano alto nel cielo le trombe d'argento e il tutto s'apre in due bande, appare alla soglia il Re coronato, fermo, alto, superbo, lanciando con divina semplicità tali sguardi fieri sulle plebi in ginocchio ammonticchiate, nella polvere.... tali sguardi che ognuno implora dal cielo gli sia messo quel piede sopra le spalle per sentirsene schiacciato e posseduto.
Altre trombe d'argento rispondono come coro di angeli dal fondo del viale, una berlina come cigno d'oro si muove e al volo s'avanza. Il Re di Caudiria conduce di sua mano la sposa, e appena la berlina giunge e si ferma ne discende essa e il padre l'accompagna ai piedi dell'altare dove Ludovico XIII con un sorriso sovrumano, alzando il braccio verso di lei, intreccia la sua in quella mano, e insieme sul broccato d'argento s'inginocchiano.
Nel silenzio della piazza e degli attigui viali, scoppiano e sussultano i singhiozzi di tutto un popolo, nessuno ha saputo contenere il pianto.
E quante volte volle poi quel popolo che i graziosi sovrani venissero al balcone della Reggia, mai dissetandosi di quella religiosa ammirazione, nessuno poteva mai sentirsene satollo. E quel popolo che aveva trascorsa la notte intera sul piazzale, che nemmeno la fame sarebbe stata capace di allontanare, avendoci portate le provvigioni, incominciò i bivacchi, furono accesi i fuochi dell'accampamento, in attesa del dì seguente, per l'incoronazione del Sovrano e della sua sposa.
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Congedati i grandi dignitari della Corte, quelli delle cariche, i gentiluomini, i cavalieri, le dame, gli ufficiali, tutto quanto il corpo diplomatico e corpi religiosi, i giovani sposi vennero alfine lasciati soli. Ultimo a congedarsi fu il vecchio conte Ercole Pagano Silf, che, fattosi presso al Sovrano, balbettò qualche parola sommessamente, guardingo, in aria sospetta, alla quale il Sovrano rispose con una mossa della più brusca e completa seccatura.