Aveva proprio bisogno di essere lasciato solo Ludovico XIII, anelava un'ora di tranquillità e di riposo dopo la scena snervante del suo matrimonio, il ricevimento ufficiale.... e il resto, non ne poteva più.
Ora andava di finestra in finestra per il salone che era quello delle conversazioni e precedeva le stanze private del Re e della Regina. Guardava assorto i bei colli della Birònia seminati di ville e di villaggi, alzava di tanto in tanto la testa al cielo come per trarre un più lungo respiro, torcendosi un po' nei regali indumenti quasi vi si fosse sentito troppo stretto, ed avesse una grande voglia di sciogliersi.
Nemmeno degnando di uno sguardo la tenera sposa che rimasta ferma presso un tavolo gelido di musaici, colla mano appoggiatavi appena come sul ghiaccio, tremante quale colomba attendeva senza il coraggio di alzare il capo d'oro, un po' stopposo, sul suo Re, sullo sposo suo, sul giovane bellissimo dal quale attendeva vacillante e ignara una prima stretta.
Fece ancora alcuni passi dall'una all'altra finestra, Ludovico XIII, e poi, come avesse dato corso ad ogni suo pensiero, e si sentisse stanco e seccato si lasciò andare sopra una di quelle ampissime poltrone ad occhi semichiusi.
Fu dopo alcuni minuti di questa posizione, che scossosi e riaperti gli occhi, come sovvenendosi che un'altra persona era lì con lui nella stanza, e che forse aspettava proprio una sua parola, un gesto, qualche cosa da lui, la sua sposa, ancora in piedi, colla fronte a terra, avvolta ancora nei veli candidi....
— Uhm.... — Sorrise Ludovico XIII scorgendola in quella posizione. — Uhm.... siediti cara, siediti pure, sciogliti, mettiti pure in libertà, fai il tuo comodo sai, anche te poverina devi essere stanca e stonata quanto me, levati, levati pure, io sono addirittura smembrato, mi sento la testa come un tamburo. Dio mio, che corvè! Uhm.... — la considerò bruscamente, immobile — che faccia da stupida che c'hai — pensava. — Oh! ma non ne hai mica colpa te, te l'hanno fatta così.
Si alzò, andò ancora verso una finestra, ma il suo pensiero era ora vicino, lì in quella sala dalle grandi cornici che si attorcevano dappertutto come serpenti d'oro, dove lui era colla giovine donna quasi rattrappita dal suo contegno stranamente indifferente.
— Già.... — prese poi a dire come chi non sappia incominciare un discorso difficile — già.... eh!... povera piccina.... Eh! sei venuta qua.... anzi, ti hanno portata qua, te ci sei venuta.... come un salame, non è vero? Povera creaturina! Sposa al più bel Re del più beato regno della terra....
Andò ancora per la sala, imbarazzato dalla difficoltà delle proprie parole, e per nulla aiutato dal contegno passivo di lei, ma poi, avvicinandosi dolorosamente, accigliato: — che dici, che pensi di me, che da un'ora sono qui e non ti abbraccio, non corro a ricuoprirti di baci e di carezze, ora che sei mia, e non ci avvinghiamo insieme immemori di tutto colla forza dei venti anni nostri?... Povera piccola mia, sai? — e più le si avvicinava pietosamente carezzevole, con una grande amarezza nelle parole; ella non sapeva più dove nascondere lo sguardo per la soggezione, la gola le si era serrata, gli occhi le si velavano, credendo che il momento ignoto fosse giunto, tremava sentendosi così vicina la bella persona profumata, ancora stretta nell'uniforme sfolgorante. — Un orribile inganno pesa su te, su me, un orribile inganno, un destino perverso ci tiene nel suo pugno e ghigna e ride in quest'istante della nostra sciagura. Guardami, guardami, alza la faccia, alza la faccia sopra di me, guardami, ma guardami per Dio! — Alzò la testa spaventata la Regina, e parve che gli occhi arginassero un rivo di pianto che fosse per isgorgarvi, guardami cara, la mia pelle, la mia bocca, il mio sguardo, i capelli, le mani, ma guardami per Dio, non ti accorgi, di nulla ti accorgi? Non senti?... Che senti vicino a me?... — Due grosse lacrime riuscirono a sgorgare ed irrigarono le guance rosee della fanciulla che guardava il Re senza nulla vedere, nulla comprendere, colla confusione di un bambino che si senta rimproverare da una persona della quale abbia la più grande soggezione. — Guardami.... ti sembra davvero che io sia il tuo Re? Lo sposo tuo? Che senti vicino a me? Non ti agghiaccia un poco — le prese la mano fra le sue — la stretta della mia mano troppo morbida, e troppo bianca? Ti pare, dimmi, che con questi occhi possa io impossessarmi della tua piccola anima intera, di te? Povera piccina mia, sai, non sono un Re, non sono il tuo Re, il tuo sposo, trascino da venti anni sopra la terra la più ridicola menzogna, ed ho giurato a mio padre, al suo letto di morte di trascinarla sempre, sono dannato a questa pena, questo solo tu dividerai meco, questa ridicola e infame menzogna, questo solo ci unisce. Sei stata trascinata con me in un gorgo infernale, questo solo ci unirà. — Vagò ancora per la stanza scuotendo dolorosamente la testa, guardando coi grandi occhi perduti nel vuoto dinanzi. — Sei venuta sposa.... al più bel Re del più beato regno della terra — rise ghignando amaramente scandendo una ad una le parole — bello come quello delle favole, non è vero? — Rise ancora torcendo la bella bocca. — Non sono il tuo Re mia cara, no, no, eccoci qui, siamo due regine.... — spalancò le braccia — proprio così — e le lasciò andare giù morte lungo la persona.
Andò ancora Ludovico XIII verso la finestra che guardava i colli verdeggianti della Birònia inondati dal sole.