— Oh! Ma non è per te sì crudele la sorte, tu, rifatta dallo stupore, abituata a rivestire l'inganno atroce che ci avvince e nel quale siamo insieme rinchiusi come in una botte di ferro, potrai ugualmente essere felice, non disperare. — Si volse a guardarla ancora nella primitiva posizione piangendo silenziosamente pure senza capire, piangendo per il disagio di quel momento senza scorgere più in là, senza rendersi ragione nemmeno un poco di quelle parole, di quel contegno così inaspettato, sentendo che qualche cosa di ignoto e di orribile era su lei.
— Vieni, vieni, guarda, disse ora il Re nella persuasione ch'ella avesse seguito e compreso il suo discorso, le andò ancora vicino e la prese per la mano dolcemente come si fa con un fanciullo al quale si voglia ristagnare il pianto conducendolo finalmente alla cosa desiderata, una chicca o un balocco, la portò presso la finestra e le cinse il collo affettuosamente e se la strinse al petto — guarda guarda cara, là, in fondo allo scalone, vedi quello lì, la guardia, la guardia, vedi? Guarda come è bello nell'uniforme di gala, come è fiero, alta la testa, avrà.... poco più di vent'anni, come noi, è uno dei giovani più belli del Regno, dei più forti, è perfetto come un cavallo di sangue, sono le nostre guardie d'onore quelle, le tue, guardie fedeli come i cani, dove tu sei vigilano su te, sul tuo respiro, guarda come i calzoni gli serrano bene le gambe robuste, guarda, su, alla coscia, guarda, sembrano nude, lo vedi? e le mani forti stringono la sciabola, con quanta vigoria, e quanta grazia! Oh! s'egli potesse imaginare che in questo istante noi lo guardiamo avvinti dalla sua bellezza! Pensa quale languore deve dare la sua stretta, pensa, nell'oscurità della notte sentirlo arrivare clandestino dentro la tua stanza furente di desiderio, pazzo di voglia, prenderti e stringerti, possederti tutta, e abbandonarti svenuta fra le sue braccia dopo di averlo atteso, atteso, ed ogni istante esser sembrato un anno! Pensa! Guardalo, com'è bello! Appena ha ombrato il labbro superiore; guarda la sua bocca fieramente chiusa eppure dolce, pensa immergere le tue in quelle labbra, perdertici dentro, ah! che morsi deve dare quel boia! Guardalo, ce ne sono tanti sai alla corte, ci sono i bruni, come lui, hanno degli occhi che ti spogliano se ti guardano e ti frugano e ti arrivano fino in fondo dove più non è vergogna e ragione, non è pudore, hanno delle grandi sopracciglia folte, e ci sono i biondi, belli quanto gli altri, e sono cose tue, tu, spiando dalla finestra, puoi scegliere quello che il tuo capriccio il tuo desiderio vorranno, e con un solo cenno, senza parola, la donna che ti è stata destinata te lo farà la notte giungere fra le braccia, anche stanotte istessa se vorrai, e potrai chiamarlo ancora e sempre, quando vorrai, ed essere felice, e se ne vorrai un altro, potrai averlo, e un altro ancora, tutto potrai, tu sei la Regina, padrona di lui, puoi farlo uccidere se vuoi.... e puoi essere la sua schiava. Tu.... tu sei felice.... ma io.... io.... — lasciando la spalla rattrappita della donna Ludovico XIII si portò una mano alla testa arruffandone i magnifici capelli in atto di disperazione — io.... no! Nulla è per me, il deserto è nel mio cuore, la tortura più infame è nei miei sensi, io sono il Re, intendi? — A questa frase ch'egli pronunziò imperiosamente alzando terribile l'indice al cielo e lo sguardo fisso, dilatato, la giovane Regina alzò la testa e lo guardò con tale faccia trasognata e rasciugata, spalancando gli occhi, scostandosi poco a poco da lui, indietreggiando cauta inorridita, assalita da un tremito di paura orrenda. Era un pazzo dunque quello che le si era destinato per marito, un folle orribile, questo solo comprese finalmente, nulla avendo potuto afferrare del resto. Era la follìa, e tentava ora istintivamente di fuggire a quelle unghie atroci che già si sentiva affondare nel collo.
Rise, rise, Ludovico XIII comprendendo il suo terrore. — Ma che! ma che! grulla! ah! che grulla! ma che! stupida! Non ci credi? Vedrai, vedrai, poi, ti farò vedere. Ora quando ci spogliamo, vedrai, vedi, se mi tolgo questa corazza che mi serra sono come te, ce l'ho anch'io il seno, guarda, come il tuo, tutto come te, sì, le poppe, come te, più belle delle tue, vedrai, grulla!
Ma ella sempre più rattrappita rientrava in se stessa colla gola serrata indietreggiava verso la porta chiusa nella certezza di non potere più sfuggire alle grinfie orrende del mentecatto, come avesse voluto scomparire sotto il pavimento. E Ludovico XIII lasciandosi tutto andare sopra una di quelle ampissime e morbide poltrone rideva, rideva. — Ah! Ah! Ah! Ah!
***
E nell'ora dell'incoronazione la mattina seguente, e al pranzo di Corte poi, fu Ludovico XIII di una grazia e di una gaiezza divine. Pareva sprigionargli dagli occhi una felicità non più terrena.
La Regina gli sedeva accanto colla faccia cerea, un poco contratta e sofferente di chi non abbia potuto dormire per una notte intera. Ma di lui solo s'occupavano tutti, affascinati dalla sua prodigiosa e pur delicata figura che tutto illuminava e riscaldava.
— Come gli è bello!
— E come è felice accanto alla sua sposa che pare una tortorella spaventata.
— Dopo tanto trambusto di emozioni....