— Ah! questo è certo.

— Coraggio, ricordate il giuramento a vostro padre, egli vede e benedice la vostra meravigliosa fermezza dal cielo.

— Benedice.... benedice.... e che cosa me ne importa a me se benedice, e io sono così? Che colpa ne ho io? Che feci mai? All'ultima delle dodici sorelle dovevano capitare tutte queste sciagure. Le mie sorelle sono felici, sparse per tutte le corti del mondo, vivono e godono, amano e sono riamate, possono partorire finchè vogliono circondate di carezze e di affetto, io.... eccomi qui, non sono nè maschio nè femmina, non lo so più neppure io che cosa sono....

— Coraggio, coraggio Maestà, ricordate la promessa a vostro padre, i suoi occhi come vi fissarono in quell'istante supremo.

***

Era la festa dello Stato. Il quattrocentesimo anniversario della costituzione del regno di Birònia. Per quanto i festeggiamenti, che avrebbero dovuto avvenire strepitosi, fossero stati rimandati per la malattia del Re, i cittadini tutti fino dai grigiori dell'alba si aggiravano cupamente sopra la piazza dei Settantasette che avrebbe dovuto essere una giostra di colori, un vulcano di gioia e di felicità, ed era invece grigia e muta in quell'alba, non uno spiraglio di finestra vi era aperto in segno di lutto, cupamente si aggiravano i cittadini dinanzi alla Reggia, sull'ampio piazzale, nei parchi adiacenti, per i viali, a capo chino e scoperto.

La festa rimaneva serrata dentro i cuori, gelosamente custodita e il gaudio vi si raccoglieva in un'invocazione al Signore perchè presto facesse risanare il Sovrano adorato.

E in quell'alba istessa, il conte Ercole Pagano Silf Gran Maresciallo di Birònia, veniva d'urgenza chiamato al letto del Re sofferente.

— Ohi! Ohi! Maresciallo, ci siamo, lo fo! Proprio oggi, sembra fatto apposta.

Corse il vecchio Maresciallo a chiamare il chirurgo di Corte che di lì a poco giunse con un'infermiera, e insieme si chiusero nella camera regale.