Il signor ingegnere fu ricevuto con tutto il rispetto, la vedova capì subito che era una brava e buona creatura e gli prodigò le più cordiali accoglienze. La casa, per la sua ristrettezza, esigeva la massima familiarità fra quelle persone: tre stanze e la cucina. La stanza d'ingresso, discretamente arredata, e tenuta con proprietà, serviva da stanza da pranzo, da lavoro, da ricevimento. In fondo era la porta del dozzinante, a sinistra quella della camera delle due signore, quella della cucina, e un'altra porticina più piccina accanto, avete capito? Questa era la casa.
Quando l'ingegnere, dopo essere stato per la prima volta in un caffè pieno di luci e di splendori, la sera, alle dieci si ritirò, nella stanza d'ingresso, attorno alla tavola erano tre persone. La giovine seduta vicino ad un giovanotto bruno di ventiquattro o venticinque anni; la madre in fronte eseguiva un lavoro d'ago.
Superate le prime incertezze furono fatti i convenevoli, e il dozzinante venne dalla padrona di casa presentato con deferenza al futuro sposo di sua figlia Margherita.
Il nostro giovine però si trovò imbarazzato, non era punto avvezzo alla società, la stanza, la famiglia, tutto andava bene, ma dover passare per quel salotto dove quelle signore stavano tutto il santo giorno, e per di più la sera con quel terzo incomodo.... Quando glie l'avevano fatta vedere, la camera, non glie l'avevano mica detto che quella stanza d'ingresso lì, rappresentava un'infinità di altre stanze....
La sera dopo provò a rincasare più tardi, alle dieci e mezza. Quando fu sotto guardò prima, inutile, il salotto era illuminato, bisognava affrontare il saluto. Salì preparandosi ai convenevoli, cercò di aprire l'uscio ed entrare con disinvoltura: le tre persone erano lì come non si fossero mosse dalla sera avanti. Figlia, fidanzato, madre, tutti allo stesso posto. Sotto la luce verdastra nobilitata dalla gonnella d'un modesto lume a petrolio, se ne stavano in silenzio come spettri. Si alzarono tutti, salutarono, si risederono.
L'ingegnere rimase desto, potè constatare che il fidanzato non se ne andava che alle undici e mezza. Non c'era niente da fare, bisognava abituar la faccia a quel saluto, o cercarsi un'altra camera. Salutare tutte le sere, e anche tutti i giorni, insomma tutte le volte che fosse venuto a casa. — E se una sera dovessi andare un momento di là? — Pensava. Siccome però c'era in lui la stoffa dell'uomo che si abitua, c'era a pezze intere, a magazzini pieni, ci si abituò, e si abituò anche a fare ogni sera quattro chiacchiere, le solite, il tempo.... il comune... le sue fatiche.... le preghiere della vedova per qualunque cosa potesse occorrergli, che non facesse un complimento al mondo, che non si riguardasse di nulla e facesse conto d'essere in casa sua.
— Ma si accomodi....
— Grazie.
— Un momento.
— Grazie. — Il fidanzamento, a quando le nozze, i lavori che le signore avevano per mano, che erano naturalmente del corredo della figlia.