Se natura paga la vita in un solo pezzo dà a colui che lo dovrà spendere tutta la necessaria avvedutezza per spenderlo nel momento migliore. Se glie la paga in tanti centesimini spiccioli fornisce quell'essere di tutta la pazienza che occorre per spenderla uno alla volta. Quelli che si uccisero ebbero, è vero, una vita di scarto, ma glie la dette come una cambiale in bianco, ed ebbero facoltà di firmarne la scadenza quando più loro piacque. Coloro che vennero uccisi non avevano avuta una vita ma erano gli aggregati di una vita. Allorchè natura crea, ad esempio, un imperatore, aggrega alla sua vita migliaia e migliaia di altre vite, ma non come vite ben inteso, come cose indispensabili a quella vita.
Questo per dimostrarvi che essendo la vita uguale per tutti, non dovete considerare un gobbo un uomo infelice perchè è gobbo, un essere triste e avvilito, ma un essere come tutti gli altri, e anzi, dei più lieti. — Giacomo Leopardi! — Io vi sento esclamare. Ebbene, amici miei, quel dabbenuomo, assicuratevi, non fu così infelice per la gobba che portava sopra la schiena, ma per quella più grossa assai che portava dentro la sua grande anima di poeta. Che s'egli avesse avuta una gobba sola sulla schiena, ve lo sareste visto pirular puntuto davanti e arzillo, pieno di astuzia, con un tagliente risolino ironico fra le labbra, e poco vi sareste azzardati a ridervi di lui e della sua gobba, nè ad appressarvici troppo per trarne fortuna, nè ora il mondo si occuperebbe più tanto di essa.
Un gobbo dunque si ride della gente diritta più che questa non si rida di lui, della gente diritta intendiamoci bene, perchè un gobbo non ride mai d'un altro gobbo.
Ecco il problema: quando due di questi esseri si trovano uno di fronte all'altro. Conservano essi il loro umore faceto e pungente? No. Una famiglia che fosse in possesso di due gobbi dovrebbe risolvere il difficile compito del quieto vivere. Voi non invitereste certo a pranzo due gobbi in una volta nè li porreste l'uno in faccia all'altro nè a lato. E non avrete mai veduto per le vie due gobbi andarsene amichevolmente a diporto.
Vantare un gobbo assiduo del proprio salotto è cosa veramente deliziosa e di buon gusto; in ogni tempo, lo fu. Papi, Imperatori, e grandi dame se ne tennero uno carissimo per tutta la vita. Un gobbo in una comitiva è il sorriso, la gioia, il buon augurio, la felicità. E tutti se lo accarezzano, non colle mani ben inteso, se lo rubano, se lo giuocano, mah!... è un giuoco d'azzardo, che v'impone di misurare bene ogni mossa. Ve ne furono, di queste piccole creature, dotate di tale scaltrezza da comprendere, parlando, che il loro interlocutore era tutto preoccupato od assorto nella loro gobba pure senza guardarla, anzi, facendo ogni sforzo per distrarne lo sguardo. E fecero impallidire o arrossire più d'un povero di spirito. Il gobbo è una persona di spirito.
Ed ora, finite queste considerazioni, diciamo così, di razza, occupiamoci del nostro gobbo.
Viveva in una piccola città della Toscana, si chiamava Mecheri, «il gobbo Mecheri» o soltanto «il Mecheri». Era l'uomo più noto di quella provincia. Le sue gesta correvano su tutte le bocche e si posavano qua e là a colmare propriamente le molte ore d'ozio che sono la prerogativa delle città provinciali.
Pare che con questo Mecheri natura, forse sbadatamente, avesse un po' abbondato di quella presa che sembra sale, e ch'egli avesse avuto compenso ad usura della sua disgrazia. Quando egli rideva, rideva tutto, e la sua altissima gobba palpitava gioiosamente alla serenità del suo riso. Alto un metro giusto, non era reale, ma bene dritto davanti, snello, e dietro, dalla vita in su, gli s'inarcava una gobba così alta e così puntita che guardandolo bisognava domandarsi come spina dorsale avesse potuto seguire una curva così acuta senza rompersi. Una faccettina rotonda, rossa, sbarbata, rosso di capello e ricciuto, sempre con una bombetta nera in testa, e vestito con un tait verdognolo la cui falda gli scendeva giù a venti buoni centimetri distante dalla persona. Era sua indispensabile compagna una giannetta fine, che completava meravigliosamente la sua figura nel camminare agile ballettato. Non poteva pesare più di una ventina di chilogrammi: un gioiello insomma, la perfezione della specie. Celibe, viveva di una piccola rendita lasciatagli da una zia. Questo stato di agiatezza gli permetteva di esercitare comodamente ed esclusivamente il suo mestiere di gobbo. Girare tutto il santo giorno pei luoghi meno deserti della città, fermarsi ad ogni passo, sedere al caffè ore ore ore, ridere e far ridere.
Tutti avevano finito per scrollare; prima o dopo, le spalle dinanzi a lui, nessuno era stato capace di serbargli profondamente rancore, nemmeno quando lo scaltro faceto avea passato la pelle colle sue punture. Ed era in questo modo rubato da tutti: nei negozi se lo tiravano dentro, dal farmacista, dal tabaccaio, dal parrucchiere, avvenivano ovunque interminabili sedute: ognuno che entrava rimaneva un po' a dissetarsi a quella limpida sorgente di giocondità. Era uno dei rari uomini amati sinceramente, non invidiati da nessuno e cercati sempre. Ogni giorno saltava fuori con nuove storielle, facezie, qualche sortita spontanea, le donne erano la sua più grande palestra, esse scrollavano più o meno bonariamente le spalle e si prendevano tutto in santissima pace.