Le fanfare della stampa

Il Futurismo e i Futuristi difesi da:

Silvio Benco, Elda Gianelli, A, Bellotti Paolo Arcari, A. Scocchi, V. Cuttin, Augusto Datta G. Giacomelli, A. Tamanini, ecc.

TRIESTE ELETTRIZZATA.

SILVIO BENCO

presenta i futuristi nel “Piccolo„.

Serata di poesia futurista: la chiamano veramente i manifesti e gli striscioni apparsi in gran numero a tutte le cantonate della città. Infatti i sei giovani poeti che reciteranno mercoledì i loro versi al Politeama Rossetti hanno accettato come insegna del loro sodalizio il manifesto del futurismo lanciato l'anno scorso dal Marinetti: del quale manifesto molto si rise e molto si discusse, e si rise perchè veramente andava oltre a ogni seria intenzione di rinnovamento letterario; e si discusse perchè spalancava ambo le porte a un problema che è forse il supremo problema della letteratura: è fatale che l'arte si atteggi sempre conforme al passato, e si giudichi sempre con le opinioni che furono del passato? ovvero non deve trarre essa i suoi impulsi dalle concitazioni della vita moderna, e giudicarsi a norma delle aspirazioni che ciascuno di noi ha verso il futuro?

Il manifesto del futurismo premette dunque una contraddizione alla legge del perpetuo ritorno di ciò che fu; e se questa è una legge, esso contiene un'illusione o un inganno, se no è una legge, esso contiene, in forme brutali, un'enunciazione di verità. Il che non può decidersi dopo un anno dall'apparizione del manifesto, e mentre il mosto fermenta e non si è fatto vino. Non giudichiamo dunque il futurismo che allo stato di ebollizione; limitiamoci a presentare i futuristi che sono allo stato solido di personalità: uno di essi, e il loro capo, F. T. Marinetti, non ha più nemmeno bisogno di presentazione; poichè già lo conosce il nostro pubblico come un poeta d'impulso e di fervida fantasia: all'opera sua nell'ultimo anno non aggiunse che un dramma, Les poupées électriques, inventato molto ingegnosamente sul tema delle segrete affinità delle anime che sì sostituiscono inconsce l'una all'altra, dapprima nell'indeterminatezza delle commozioni psichiche, poi nella concretezza delle sensazioni. Non è necessario nemmeno presentare il giovane siciliano Federico De Maria, che fu l'anno scorso fra i lettori dell'Università del popolo: il suo libro La leggenda della vita, scritto quasi tutto in versi liberi, ma con rime e assonanze e ricchezza di melodia, lo rivelò come uno dei poeti che meglio fanno suonare il lor pensiero nella armoniosità della lingua nostra.

Una sorpresa per il pubblico potrebbe essere Paolo Buzzi, il più complicato temperamento del gruppo. Vasto intelletto; volontà ambiziosa e tenace che lo disciplina a una costanza di lavoro quasi sovrumana; gusto non ancora purificato, non ancora naturalmente sensibile alle proporzioni di ogni opera d'arte, qualunque essa sia. È milanese. Sorse anni or sono, vincitore di un concorso letterario della rivista Poesia, con un romanzo, L'esilio, dove aveva cercato di mettere tutta la sua mente: e poichè la mente era vasta, il romanzo uscì in tre volumi. Troppo; non tutto aveva lo stesso valore; ma c'erano capitoli mirabili per verità e ricchezza di colore, per lucida esposizione di idee, per trascrizioni d'una vorticosa vita fantastica. La stessa impressione d'un uomo che ha molte cose da dire si riceve dal suo volume di versi Aeroplani. Il contenuto ne è più denso, più vario che nei consueti libri di versi; la vita delle città vi è vissuta con una anima complessa d'uomo che sente dentro di sè una folla; la natura vi è descritta con colori che paiono e sono nuovi soltanto perchè sono più esatti. Ma anche qui regna talvolta il disordine, la febbre dell'improvvisare, l'irriflessione, la mancanza di associazione delle idee e di continuità delle forme; è un vigoroso e penetrante ingegno non ancora tanto padrone della sua vita strabocchevole da placarla in un'opera d'arte.

Enrico Cavacchioli invece, è un artista: cesella le strofe, e le fonde nello stampo del bronzo; scrive di rado in versi liberi come i suoi compagni, e non sono i suoi versi migliori. La sua originalità è fatta di precisione: precise le visioni, per quanto strane, morbose e macabre; preciso il vocabolo; preciso e ben ponderato il suono. Se qualche suo componimento ha la forza dell'allucinazione, la ricava dalla saldezza, dall'incisività di ogni segno tracciato dal suo stile acuto ed acre.