Alla nuova generazione si offrono insegnamenti di opportunismo machiavellico e di servilità. Ma essa sente d'essere chiamata a una funzione ben diversa. I grandi passaggi nella storia non avvennero mai che attraverso gli urti e le lotte. Negli ambienti ammuffiti le energie giovanili si sfibrano; altro è il loro campo di azione: il campo aperto, libere esse e svincolate dai ceppi del passato. I Futuristi, giovani non ancora trentenni, si fanno interpreti del sentimento della età propria, lo spingono fino all'acutezza, all'iperbole, scagliando dietro le spalle il dardo della protesta e dell'invettiva. È lo sforzo per lo sgombro del terreno, per la rincorsa necessaria.

Con pari ardore, se non nella stessa forma, la giovane generazione dell'inizio del secolo scorso assalì il vecchio classicismo, di cui erano stati luminari un Alfieri, un Monti, un Foscolo. I giovani d'allora avevano sentito il bisogno di ringagliardire la letteratura nel contatto popolare, considerando le lettere mezzo di rigenerazione civile.

L'albore del romanticismo fu rivoluzionario. Classicisti erano i gazzettieri venduti al governo austriaco a Milano. Gli scrittori romantici del «Conciliatore» conobbero lo Spielberg e l'esilio. Se il primo nucleo di giovani romantici si fosse presentato in un teatro, non sarebbe stato diverso il contegno del pubblico d'allora da quello di oggi verso il nucleo futurista: simpatia nei giovani, scherno nei vecchi.

Alle fiamme le biblioteche e i musei: ecco l'iperbole.

Non alle fiamme; ma nemmeno i giovani si chiudano nel culto dello stantìo, docili ai vecchi, obliando la missione dell'età propria.

I periodi rivoluzionari e riformistici, d'azione e di riposo (cioè di studi storici, di commemorazioni) si avvicendano. L'Italia moderna ha bisogno di spingersi innanzi; dopo quarant'anni di raccoglimento, alla generazione nuova incombe l'obbligo di rinnovellare la vita nazionale interna ed esterna: in fonderle lo spirito di iniziativa, scuoterla e chiamarla all'alta sua missione tra i popoli.

I vecchi sorridono perchè non capiscono: hanno l'anima gelida.

Distruggere le biblioteche? No! Trarne anzi gli ammaestramenti delle attività delle generazioni che s'affacciarono con idee nuove, e lottarono e si sacrificarono e vinsero. Ma non incartapecorirsi fra i testi antichi, mentre la squilla invita la gioventù a' cimenti generosi!

Il futurismo ha le sue iperboli, ma ha un fondo di verità e di sincerità.

Il passato non va distrutto: le generazioni non vivono a sè e per se: l'umanità è continuità: la somma del sapere accumulato e conquistato finora è proprietà nostra e dell'avvenire. Ma non nel passato dobbiamo vivere: è questa la parola di verità, purgata dalle esagerazioni rettoriche, del Futurismo. E questa la fede dei giovani, cantata da Goffredo Mameli, dal poeta morto giovane con la spada in pugno, sugli spalti di Roma, per un'Idea che non ha visto ancora sorgere la sua alba: