[109] La sentenza lo dichiara «valde gravatum, ac vehementer indiciatum, et respective confessum ac convinctum de enormibus ac atrocibus delictis, criminibus, excessibus et peccatis, videlicet: 1.º quod nonnullis annis elapsis, cum Jo. Paulus Osius (suam tunc domum habitationis habentem Modoetiae prope monasterium monialium sanctae Margaritae dicti oppidi, ac ipsi monasterio coherente), amorem duceret cum sorore Virginia Maria Leva, moniali professa in dicto monasterio, et hunc amorem partecipasset praefato presbitero Paulo secum deambulando in viridario dicti Osii, contiguo praefato monasterio, ex quo dictus Osius videbat praefatam monialem Leva, ac amorem fruebat, et peteret ab eo auxilium pro obtinenda gratia praedictae monialis; idem presbiter Paulus, ad effectum praefatum, quamplures litteras amatorias scripserit propria manu antedictae moniali Virginiae Mariae pro praefato Osio, asserendo precipue in illis respective licere se invicem deosculari absque peccato, adducendo falso auctoritatem divi Augustini, ac minime incurri in excomunicationem ingrediendo septa monasterii monialium; et ad id ei persuadendum, ac eandem monialem decipiendam, trasmissus fuerit ad ipsam liber casuum conscientiae legendus, (ipso presbitero Paulo consultore); 2.º quod, ad effectum de quo supra, dictus presbiter Paulus baptizaverit calamitas, easque tradiderit praefato Jo. Paulo Osio, qui accedendo ad parlatorium dicti monasterii noctu (eodem presbitero Paulo conscio et concomitante, sed remanente extra parlatorium pro custodia) eamdem calamitam, prius ab ipsomet Osio deosculata ac linita, tradidit praefatae sorori Virginiae similiter deosculandam ac lambendam.... 4.º principaliter, quod dictus presbiter Paulus eamdem sororem Virginiam Mariam Leva tum litteris et carminibus ad eam datis, cum et sermonibus viva voce cum ea factis accedendo ad parlatorium, tentaverit habere amasia ac sibi eius amorem conciliare procuraverit». Nè qui si arrestano le scelleraggini di questo perverso; ma fortunatamente non è involta in esse la disgraziata Signora, che pur troppo ebbe la sventura di trovarselo al fianco, consigliere e istigatore alla colpa. È la più losca figura del processo; più losca dello stesso Osio. E pure, di tutti i colpevoli, fu quello che ebbe minore il castigo! Venne condannato a remare per due anni sulle galere e, scontata la pena, al bando perpetuo da Monza e quindici miglia in giro, con minaccia della degradazione dagli ordini sacri, della perdita de' benefizi di curato e d'altri tre anni di galera se ardisse trasgredire questo bando. La sentenza è del 24 gennaio 1609. Gli fu letta il giorno 27, e prese a gridare: «io non accetto niente di questa sentenza, come ingiusta ed iniqua; anzi me ne appello al Papa, perchè mi trovo aggravatissimo, essendo io inconscio di aver commesso tali delitti, che son tutte imposture fabbricatemi da nemici». Cfr. Dandolo T., La Signora di Manza e le Streghe del Tirolo, processi famosi, Milano, 1855; pp. 110-116.

[110] Prima scrisse: occuperà tutto il resto del capitolo. Da principio infatti questa discussione formò il capitolo IX, che era intitolato: Digressione; avendo poi il Manzoni stabilito di rinnovare la numerazione de' capitoli in ogni tomo, divenne il capitolo I del tomo II, con l'intestatura: DigressioneLa Signora. (Ed.)

[111] L'addio de' due promessi sposi, nella prima minuta, era questo: «Qui Fermo avrebbe dovuto sostare almeno tutta la giornata, ma Agnese e Lucia lo persuasero a partire, ed egli parti, tristo, incerto dell'avvenire, ma certo almeno che un cuore rispondeva al suo e viveva delle sue stesse speranze». Ecco il racconto di questo addio nella seconda minuta: «Renzo avrebbe voluto fermarsi quivi almeno tutto quel giorno, veder le donne allogate, render loro i primi servigi; ma il Padre aveva raccomandato a queste di farlo continuar tosto il viaggio. Allegarono quindi esse e quegli ordini e cento altre ragioni: che la gente ciarlerebbe, che la separazione più ritardata sarebbe più dolorosa, che egli potrebbe venir presto a dare e ad intendere novelle; tanto che il giovane si risolvè di partire. Furono presi più partitamente i concerti; Lucia non nascose le lagrime, Renzo rattenne a stento le sue, e stringendo fortissimamente la mano ad Agnese, disse con voce soffocata: A rivederci, e partì».

La copia per la censura ha una sola variante: invece di farlo continuar tosto il viaggio, legge: di mandarlo tosto per la sua strada. (Ed.)

[112] Prima scrisse: freddi. (Ed.)

[113] Un giovane Gesuita prese a dimostrare in un discorso, detto pubblicamente, che Racine non era nè cristiano, nè poeta. I Gesuiti biasimarono quella insolenza e per mezzo di Boileau fecero sapere a Racine che avrebbe soddisfazione. Ecco un passo della risposta di Racine: «Vous pouvez assurer le Père Bonhours, que, bien loin d'être fâché contre le régent qui a tant déclamé contro mes pièces de théâtre, peu sen faut que je ne le remercie d'avoir prêché une si bonne morale dans leur collège». [Nota del Manzoni].

[114] Prima questo periodo finiva così: non ne uscirebbe un costrutto più strano.... (Ed.)

[115] Il Bonghi dette un cenno di questa discussione, fatta dal Manzoni tra sè stesso e un personaggio immaginario, e ne riportò alcuni de' tratti più caratteristici; e quell'accenno e que' tratti dettero origine e formarono il soggetto di due scritti notevoli del senatore Antonio Fogazzaro e del prof. Damiano Avancini. Cfr. Bonghi R. Alessandro Manzoni, discorso; in Inaugurazione della Sala Manzoniana nella Biblioteca Nazionale Braidense alla presenta delle LL. MM. il Re e la Regina e di S. A. R. il Principe di Napoli—5 novembre MDCCCLXXXVI, Milano, tip. Bernardoni di C. Rebeschini e C., 1886; pp. 19-21.—Fogazzaro A. Un'opinione di Alessandro Manzoni [discorso letto al Circolo filologico di Firenze il 28 marzo 1887]; in Discorsi, Milano, tip. editrice di L. F. Cogliati, 1898; pp. 3-29. Avancini D. L'amore nei «Promessi SposiLa Monaca di Monza, saggio critico, Milano, Albrighi, Segati e C. editori, 1898; in-16º di pp. 72.

[116] Prima aveva scritto: una barba. (Ed.)

[117] Prima: ha trovato non tutto quello che cercava, ma qualche; poi: come chi crede. (Ed.)