Il Griso partì coi due compagni, spiò e raccolse che Lucia era nel monastero, sotto la protezione della Signora, che però la Signora l'aveva ricevuta per compiacere al Padre Guardiano, che nessuno pensava che altrimenti ella si sarebbe pigliata a petto questa faccenda, giacchè Lucia non le apparteneva per nulla, che Lucia abitava nel monastero, ma fuori del chiostro, che si lasciava poco vedere, e sempre di chiaro giorno: che la madre aveva disegnato di tornarsene a casa, lasciando Lucia così bene appoggiata. Tutte queste cose riferì il Griso a Don Rodrigo, il quale, lodatolo e ricompensatolo, si pose seriamente a pensare quale risoluzione fosse da prendersi.

Tentare un ratto a forza aperta, in Monza, su un terreno che egli non conosceva bene, in un monastero, a rischio di tirarsi addosso la Signora e tutto il suo parentado, del quale Don Rodrigo conosceva molto bene la potenza e la ferocia in sostenere le protezioni una volta abbracciate, era impresa da non porvi nemmeno il pensiero. Pure Lucia fra pochi giorni sarebbe rimasta sola senza la madre, e a chi avesse avuta pratica del paese, aderenze, notizie per conoscere le occasioni e per approfittarsene, per evitar i pericoli, l'impresa poteva forse essere agevole non che possibile. Bisognava dunque ricorrere ad un alleato potente e destro, ad un uomo avvezzo a condurre a termine spedizioni di questo genere, e Don Rodrigo si determinò in un pensiero che gli era passato più volte per la mente, che non aveva mai abbandonato, il pensiero di raccomandare i suoi affari al Conte del Sagrato.

Avremmo desiderato di poter dare il vero nome di costui, giacchè quello che abbiam trascritto era un soprannome, ma le nostre ricerche sono state infruttuose. Al prudentissimo nostro autore è sembrato di avere ecceduto in libertà e in coraggio col solo indicare con un soprannome quest'uomo. Due scrittori contemporanei e degnissimi di fede, il Rivola e il Ripamonti, biografi entrambi del cardinale Federigo Borromeo, fanno menzione di quel personaggio misterioso, ma lo dipingono succintamente come uno dei più sicuri e imperturbabili scellerati che la terra abbia portato, ma non ne danno il nome e nè meno il soprannome, che noi abbiamo ricavato dal nostro manoscritto, insieme con la narrazione del fatto che glielo fece acquistare, e che basterà a dare una idea del carattere di quest'uomo.

Abitava egli in un castello posto al confine degli Stati Veneti, sur un monte; e quivi menava una vita sciolta da ogni riguardo di legge, comandando a tutti gli abitatori del contorno, non riconoscendo superiore a sè, arbitro violento dei negozj altrui, come di quelli nei quali era parte, raccettatore di tutti i banditi, di tutti i fuggitivi per delitti, quando fossero abili a commetterne di nuovi, appaltatore di delitti per professione. La sua casa, per servirci della descrizione che ne fa il Ripamonti, era come una «officina di mandati d'uccisione: servi condannati nella testa e troncatori di teste; nè cuoco, nè guattero dispensati dall'omicidio; le mani dei valletti insanguinate».

E la confidenza di costui, nutrita dal sentimento della forza, e da una lunga esperienza d'impunità, era venuta a tanto, che dovendo egli un giorno passare vicino a Milano, vi entrò senza rispetto, benchè capitalmente bandito, cavalcò per la città coi suoi cani, e a suon di tromba, passò sulla porta del palazzo dove abitava il governatore, e lasciò alle guardie una imbasciata di villanie, da essergli riferita in suo nome.

Avvenne un giorno che a costui, come a protettore noto di tutte le cause spallate, si presentò un debitore svogliato di pagare, e si richiamò a lui della molestia che gli era recata dal suo creditore, raccontando il negozio a modo suo e protestando ch'egli non doveva nulla, e che non aveva al mondo altra speranza che nella protezione onnipotente del signor Conte. Il creditore, un benestante d'un paese vicino, non era sul calendario del Conte, perchè senza provocarlo giammai, nè usargli il menomo atto di disprezzo, pure mostrava di non volere stare come gli altri alla suggezione di lui, come chi vive pei fatti suoi e non ha bisogno, nè timore di prepotenti. Al Conte fu molto gradita l'opportunità di dare una scuola a questo signore: trovò irrepugnabili le ragioni del debitore, lo prese nella sua protezione, chiamò un servo, e gli disse: Accompagnerai questo poveruomo dal signor tale, a cui dirai, in mio nome, che non gli rechi più molestia alcuna per quel debito preteso, perchè io ho riconosciuto che costui non gli deve nulla; ascolterai la sua risposta: non replicherai nulla quale ch'ella sia, e quale ch'ella sia tornerai tosto a riferirmela. Il lupo e la volpe s'avviarono tosto dal creditore, al quale il lupo espresse la imbasciata, mentre la volpe stava tutta modesta a sentire. Il creditore avrebbe volentieri fatto senza un tale intromettitore; ma, punto dalla insolenza di quel procedere, animato dal sentimento della sua buona ragione, e atterrito dalla idea di comparire allora allora un vigliacco e di perdere per sempre ogni credito; rispose ch'egli non riconosceva il signor Conte per suo giudice. Il lupo e la volpe partirono senza nulla replicare, e la risposta fu tosto riferita al Conte, il quale, udendola, disse: benissimo. Il primo giorno di festa la chiesa del paese dove abitava il creditore era ancora tutta piena di popolo, che assisteva agli ufficj divini, che il Conte si trovava sul sagrato alla testa di una truppa di bravi. Terminati gli ufficj, i più vicini alla porta, uscendo i primi e guardando macchinalmente sul sagrato, videro quell'esercito e quel generale, e ognun d'essi spaventato, senza ben sapere che cagione di timore potesse avere, si rivolsero tutti dalla parte opposta, studiando il passo quanto si poteva, senza darla a gambe. Il Conte, al primo apparire di persone sulla porta, si era tolto dalla spalla l'archibugio, e lo teneva con le due mani in apparecchio di spianarlo. Al muro esteriore della chiesa stavano appoggiati in fila molti archibugj, secondo l'uso di quei tempi, nei quali gli uomini camminavano per lo più armati, ma non osavano entrar con armi nella chiesa, e le deponevano al di fuori, senza custodia, per ripigliarle all'uscita: tanta era la fede pubblica in quella antica semplicità! Ma i primi che uscirono non si curarono di pigliare le armi loro in presenza di quel drappello: anche i più risoluti svignavano dritto dritto dinanzi un pericolo oscuro, impreveduto, e che non avrebbe dato tempo a ripararsi e a porsi in difesa. I sopravvegnenti giungevano sbadatamente sulla soglia, e si rivolgevano ciascuno al lato che gli era più comodo per uscire, ma alla vista di quell'apparato tutti si volgevano dalla parte opposta, e la folla usciva come acqua da un vaso che altri tenga inclinato a sbieco che manda un filo solo da un canto dell'apertura. Si affacciò finalmente alla porta con gli altri il creditore aspettato, e il Conte al vederlo gli spianò lo schioppo addosso, accennando nello stesso punto col movimento del capo agli altri di far largo. Lo sventurato, colpito dallo spavento, si pose a fuggire dall'altro lato, e la folla non meno, ma l'archibugio del Conte lo seguiva, cercando di coglierlo separato[185]. Quegli che gli erano più lontani s'avvidero che quell'infelice era il segno, e il suo nome fu proferito in un punto da cento bocche. Allora nacque al momento una gara fra quel misero e la turba, tutta compresa da quell'amore della vita, da quell'orrore di un pericolo impensato, che occupando alla sprovveduta gli animi, non lascia luogo ad alcun altro più degno pensiero. Cercava egli di ficcarsi e di perdersi nella folla, e la folla lo sfuggiva, pur troppo si allontanava da lui per ogni parte, tanto ch'egli scorrazzava solo di qua di là, in un picciolo spazio vuoto, cercando il nascondiglio il più vicino. Il Conte lo prese di mira in questo spazio, lo colse e lo stese a terra. Tutto questo fu l'affare di un momento. La folla continuò a sbandarsi, nessuno si fermò, e il Conte, senza scomporsi, ritornò per la sua via, col suo accompagnamento.

Se quel fatto crescesse in tutto il contorno il terrore che già ognuno aveva del Conte, non è da domandare; e l'impressione comune di stupore e di sgomento fu tale, che nessuno poteva pensare al Conte senza che il fatto non gli ricorresse al pensiero; e così fu associata al nome quell'idea che tutti avevano associata alla persona. Il Conte sapeva che lo disegnavano con questo soprannome, ma lo sofferiva tranquillamente, non gli spiacendo che ognuno, avendo a parlare di lui, si ricordasse di quello ch'egli poteva fare; o forse che avendo in qualche romanzo di quei tempi veduto qualche menzione di Scipione l'Africano, o di Metello il Numidico, amasse di aver com'essi il nome dal luogo illustrato da una grande impresa.

Teneva egli dispersi o appostati assai bravi nello Stato Milanese e nel Veneto, e dal suo castello, posto a cavaliere ai due confini, dirigeva gli uni e gli altri, facendo ajutare o perseguitare quegli che si rifuggivano da uno Stato nell'altro, secondo l'occorrenza tramutandone alcuno talvolta, quando qualche operazione lo domandasse, o anche quando alcuno avesse in uno Stato commessa qualche iniquità tanto clamorosa, che la giustizia per averlo nelle mani facesse sforzi straordinarj, che esigessero sforzi straordinarj per difenderlo. Allora la fuga del reo era una buona scusa ai ministri della giustizia del non far nulla contra di lui, e la cosa finiva quietamente, tanto che dopo qualche tempo non se ne parlava più, nè meno sommessamente, e il reo ricompariva con faccia più tosta che mai. Questo maneggio serviva non poco ad agevolare tutte le operazioni del Conte, perchè le si compivano tutte senza molto impaccio dei ministri della giustizia, i quali potevano sempre allegare l'impossibilità di porvi un riparo. Quanto alle operazioni che il Conte eseguiva di propria mano, la giustizia non se ne mostrava accorta; ed era regola ricevuta di prudenza, che erano di quelle cose in cui ogni dimostrazione avrebbe prodotti più inconvenienti che non il dissimularle.

Le sue corrispondenze erano varie, estese, sempre crescenti. Pochi erano i tiranni della città e di una gran parte dello Stato che non avessero qualche volta fatto capo a lui per condurre a termine qualche vendetta, o qualche soperchieria rematica, massimamente se la persona da colpirsi, o il fatto da eseguirsi, era nelle sue vicinanze. E non basta; fino alcuni principi stranieri tenevano comunicazione con lui, e a lui avevano ricorso tal volta per qualche uccisione d'importanza, e quando il caso lo richiedesse gli mandavano rinforzi; fatto attestato dal Ripamonti, e strano certamente per chi misura la probabilità degli avvenimenti e dei costumi dalla sola esperienza dei suoi tempi; ma fatto che cammina benissimo con tutto l'andamento di quel secolo.

Nella sua professione d'intraprenditore di scelleratezze, era egli pieno di affabilità nel contrattare, e nel l'eseguire metteva ed esigeva una somma puntualità. Accoglieva con molta riserva, certamente per non incorrere nel pericolo al quale era sempre esposto, ma con molta piacevolezza, quelli che venivano a domandare l'opera sua, deponeva con essi il sopracciglio, stipulava con parole spicce, ma pacate, non andava in furia contra chi non avesse voluto stare alle sue condizioni, ma rompeva pacificamente il trattato, non volendo, nè disgustare alcuno senza utilità, nè atterrire coloro i quali avevano per la scelleraggine più inclinazione nella volontà che determinazione di coraggio. Ma stretti i patti, colui che non gli avesse ben fedelmente serbati con lui, doveva esser bene in alto per tenersi sicuro della sua vendetta.