Don Rodrigo conosceva il Conte non solo di fama (chi non lo conosceva di fama?) ma di persona, per essersi talvolta avvenuto in lui[186]. In tutti questi incontri Don Rodrigo, sentendo la sua inferiorità, aveva deposto ogni orgoglio e aveva cercato con molte espressioni di rispetto di porsi in grazia al Conte; non ch'egli pensasse allora che un giorno avrebbe cercato il suo ajuto, ma soltanto per non farsi un tale nemico.

Confermato nel suo perverso proposito di attingere la innocente Lucia, e convinto che le sue mani non erano abbastanza lunghe, si risolvette Don Rodrigo di andare in cerca di chi volesse prestargli le sue; e fatta questa risoluzione, non v'era da titubare sulla scelta del personaggio, perchè il Conte era appunto per lui quel che il diavolo fece[187].

Il mattino seguente, senza por tempo in mezzo, Don Rodrigo a cavallo, in abito da caccia, col fedel Griso, che camminava a fianco del palafreno, e con una quadriglia di bravi, si mosse verso il castello del Conte, come altre volte Giunone verso la caverna di Eolo; se non che la dea pagava in Ninfe l'opera buona del re dei venti, e Don Rodrigo sapeva bene che avrebbe dovuto recarla a Doppie. La via era di cinque miglia all'incirca; e Don Rodrigo la faceva lentamente, e per dare agio alla scorta pedestre di seguirlo, e perchè il cammino, quasi tutto montuoso, e disuguale e sassoso anche dove era piano, obbligava il ronzino ad andare di passo e a cercare il luogo dove posare la zampa con sicurezza.

I villani, che si abbattevano su quella via, al vedere spuntare il convoglio, si ritiravano dall'un canto verso il muro, e per dare a Don Rodrigo il comodo d'un libero passaggio; e quando erano giunti al medesimo punto della strada, si ristringevano ancor più al muro, con aria quasi di chiedere scusa a Don Rodrigo d'essersi trovati sul suo cammino.

Don Rodrigo, che già cominciava a godere nella sua mente una anticipazione della potenza che gli avrebbe data l'alleanza che andava a contrarre, guarda con un volto fosco e sprezzante, come se dicesse: vi siete rallegrati troppo presto a mie spese: lo so; ma vedrete chi sono.

Giunto dinanzi al convento, che si trovava su la sua strada, Don Rodrigo rallentò ancor più il passo, e si rivolse tutto a sinistra, guardando fieramente se mai il Padre Cristoforo girasse fuori dal nido: ma non v'era nessuno: la porta della chiesa era aperta, e si sentivano i frati cantare l'uficio in coro. In mezzo alla sua ira, Don Rodrigo si risovvenne delle promesse del Conte Attilio, e dei disegni che questi gli aveva comunicati sul modo di liberarlo da quel frate: pensò che in quel momento forse la trappola era già tesa; e passando dalla collera alla compiacenza, fece un sogghigno[188] accompagnato da un ah! ah! il cui senso non fu chiaramente compreso che dal fidato Griso, il quale, per mostrare la sua sagacità e per far vedere ai compagni ch'egli era molto internato nei segreti del padrone, si volse a questo, pur sogghignando, e facendo col volto un cenno che voleva dire: a quest'ora il frate sarà servito.

Pochi passi dopo il convento, giunse la brigata ad uno di quei tanti torrenti che si gettano nel lago dai monti che lo ricingono. Questo si chiamava e si chiama tuttavia il Bione, nome che non si troverà in alcun dizionario geografico: e a dir vero colui che lo porta non merita per nessun verso di esser memorato.

Scappa fuori da un monte che è quasi poggiato nel lago, e per un brevissimo e larghissimo letto manda per lo più qualche filo d'acqua, e dopo le grandi pioggie, e allo scioglimento delle nevi, mena un largo fiume d'acqua, che in un momento si perde, e un flagello di ciottoloni, che rimangono. In quel momento non vi scorrevano che due o tre rigagnoli, sparsi in un deserto di sassi: noi avremmo voluto che la nostra storia registrasse a questo passaggio qualche incontro, qualche avvenimento inaspettato, per poterne illustrare quel torrente e togliere il suo nome dalla oscurità, ma la storia non ne registra; e noi, solleciti della verità più che d'ogni altra cosa, non possiamo dire altro se non che il cavallo di Don Rodrigo attraversò il letto in retta linea, tenuto pel freno dal Griso, il quale dovette porre i piedi nel guazzo, scontando così, come era giusto, un poco l'onore di star vicino al signore; mentre gli altri bravi passarono un po' più in giù, sur un ponticello stretto, a piedi asciutti.

Varcato il Bione, andarono per un miglio circa sulla via pubblica, che conduce al luogo dove allora era il confine dello Stato Veneto; e quindi presero un viottolo ripido a sinistra, che conduceva al castello del Conte.

Appiedi della ultima salita, che dava al castello, v'era una rozza e picciola taverna; e sulla porta della taverna un impiccatello, di forse dodici anni, il quale, a veder gente armata, entrò tosto a darne avviso; ed ecco uscirne tre scheranacci, nerboruti ed arcigni, i quali, deposte sul tavolo le carte sudicie e ravvolte come tegole, con le quali stavano giuocando], stettero a guardare con sospetto chi veniva. Don Rodrigo aveva già tirata la briglia del suo ronzino per rivolgerlo sulla salita, quando uno dei tre, facendogli cenno di ristare, gli chiese molto famigliarmente: dove si va, signor mio, con questa bella compagnia? In altro luogo ed in altra occasione Don Rodrigo, che aveva la superiorità del numero, e che non era avvezzo a sentirsi così interrogare da paltonieri, avrebbe risposto chi sa come; ma egli sapeva di essere negli stati del Conte, e s'avvedeva che parlava con dipendenti da quello, onde, fingendo di non trovar nulla di strano in quel modo, rispose umanamente: vado ad inchinare il signor Conte.