—E chi è Vossignoria? replicò l'altro, con tuono più amichevole, ma non meno risoluto.

—Sono il signor Don Rodrigo...

—Bene; ma sappia che su per quell'erta non camminano altri armati che quelli del signor Conte; e s'ella vuole riverirlo, potrà venir solo a fare una passeggiata con me.

Don Rodrigo intese che bisognava anche scendere da cavallo, e ricordandosi di quel proverbio: si Romae fueris, romano vivito more, non si fece pregare, e disse: avrò molto piacere di far questi pochi passi a piede; e voi intanto, disse rivolto alla sua scorta, starete qui aspettandomi a refiziarvi e a godere della compagnia di questa brava gente. Mentre quivi si parlamentava, scendevano per l'erta a varie distanze uomini del Conte, che dall'altura avevan veduti armati a fermarsi; ma colui, che s'era offerto di accompagnare Don Rodrigo, accennò loro che erano amici, e quegli ritornarono. Don Rodrigo sceso, e date le briglie in mano al Griso, cominciò a salire con la sua guida[189]; la quale, non volendo forse avere offeso un uomo che poteva esser più amico del Conte che non si sapesse, fece una qualche scusa a Don Rodrigo di averlo fatto scendere. Se il signor Conte, disse colui, fosse stato avvertito della sua visita, avrebbe dato ordine perch'ella fosse accolta con le debite cerimonie: perchè ella deve sapere quanto il mio padrone sia cortese coi gentiluomini che sanno il vivere del mondo, ma vossignoria non è aspettata, e noi abbiamo dovuto fare il nostro dovere, che è di non lasciar passare a cavallo che gli amici vecchi del signor Conte.

—Certo, certo, rispose Don Rodrigo, io sono buon servitore del signor Conte, e non pretendo che egli abbia a far complimenti con me.

Questi è un signore davvero, pensava tra sè, continuando la sua salita, Don Rodrigo. Vedete un po' come sa farsi rispettare, ed esser padrone in casa sua. S'io volessi fare una legge simile, non so se vi potrei riuscire: ma è poi anche vero che fa una vita da romito. A voler godere un po' il mondo, non bisogna star tanto in sulle sue, nè metter tanta carne a fuoco. Così Don Rodrigo si racconsolava della sua inferiorità; e nel resto del cammino andava rimasticando i discorsi ch'egli aveva preparati pel Conte.

Giunti al castello, la guida v'entrò con Don Rodrigo, e lo fece aspettare in una sala, dove stavano sempre servi armati, pronti agli ordini del Conte. Dopo pochi momenti la guida tornò, invitando Don Rodrigo ad entrare dal padrone, e di sala in sala, sempre incontrando scherani, lo condusse a quella dove stava il Conte del Sagrato.

Don Rodrigo s'inchinò profondamente, con quell'aria equivoca che può egualmente parere bassezza o affettazione, e il Conte, che in mezzo a tanti affari non aveva potuto conservare le abitudini cerimoniose di quel tempo, gli corrispose con una leggiera e rapida inclinazione del capo, e gli fece segno di sedersi sur una seggiola, la quale era posta in luogo che dall'altra stanza si potesse scorgere ogni moto di colui che vi era seduto. Dopo molte cerimonie, alle quali il Conte badò poco, Don Rodrigo sedette e il Conte pure a qualche distanza.

Era il Conte del Sagrato un uomo di cinquant'anni, alto, gagliardo, calvo, con una faccia adusta e rugosa. Si sforzava fino ad un certo segno d'esser garbato, ma da quegli stessi sforzi traspariva una rusticità feroce e indisciplinata.

—Dovrei scusarmi, cominciò Don Rodrigo, di venir così a dare infado a Vossignoria Illustrissima.