—Lasci queste cerimoniacce spagnuole e mi dica in che posso servirla.
—Non so se il signor Conte si ricordi della mia persona; ma io ho presente di essere stato qualche volta fortunato...
—Mi ricordo benissimo e la prego di venire al fatto.
—A dir vero, riprese Don Rodrigo, io mi trovo impegnato in un affare d'onore, in un puntiglio, e sapendo quanto valga un parere di un uomo tanto esperimentato quanto illustre, come è il signor Conte, mi sono fatto animo a venire a chiederle consiglio, e per dir tutto anche a domandare il suo amparo.
—Al diavolo anche l'amparo, rispose con impazienza il Conte. Tenga queste parolaccie per adoperarle in Milano con quegli spadaccini imbalsamati di zibetto, e con quei parrucconi impostori, che non sapendo esser padroni in casa loro, si protestano servitore d'uno spagnuolo infingardo. E qui, avvedendosi che Don Rodrigo faceva un volto serio, tra l'offeso e lo spaventato, si raddolcì e continuò: intendiamoci fra noi da buoni patriotti, senza spagnolerie. Mi dica schiettamente in che posso servirla.
Don Rodrigo si fece da capo e raccontò a suo modo tutta la storia, e finì col dire che il suo onore era impegnato a fare stare quel villanzone e quel frate, e ch'egli voleva aver nelle mani Lucia; che se il signor Conte avesse voluto assumere questo impegno, egli non dubitava più dell'evento. Non intendo però, continuò titubando, che, oltre il disturbo, il signor Conte debba assoggettarsi a spese per favorirmi.... è troppo giusto.... e la prego di specificare....
—Patti chiari, rispose senza titubare il Conte, e proseguì, mormorando fra le labbra a guisa di chi leva un conto a memoria: venti miglia.... un borgo.... presso a Milano.... un monastero.... la Signora che spalleggia.... due cappuccini di mezzo.... signor mio, questa donna vale dugento doppie.
A queste parole succedette un istante di silenzio; rimanendosi l'uno e l'altro a parlare fra sè. Il Conte diceva nella sua mente: l'avresti avuta per centocinquanta se non parlavi d'infado e d'amparo; e Don Rodrigo intanto faceva egli pure mentalmente i suoi conti su le dugento doppie. Diavolo! questo capriccio mi vuol costare! Che ebreo! vediamo.... le ho: ma ho promesso al mercante... via lo farò tacere. Eh, ma con costui non si scherza: se prometto, bisognerà pagare. E pagherò: frate indiavolato, te le farò tornare in gola... Lucia la voglio... si è parlato troppo... non son chi sono... Fatta così la risoluzione, si rivolse al Conte e disse: Dugento doppie, signor Conte; l'accordo è fatto.
—Cinque e cinque, dieci, rispose il Conte. E questa, se mai per caso la nostra storia capitasse alle mani di un lettore ignaro del linguaggio milanese, è una formola comune che, accennando il numero delle dita di due mani congiunte, significava l'impalmarsi per conchiudere un accordo. E nell'atto di proferire la formola, il Conte stese la mano e Don Rodrigo la strinse.