Il Conte accompagnò queste parole con una faccia convulsa, e con gesti da spiritato[226], ma Federigo, con una calma solenne, che comandava il silenzio e l'attenzione, replicò: Che può far Dio di voi? Quello che d'altri non farebbe. Cavarne da voi una gloria che altri non gli potrebbe dare. Fare di voi un gran testimonio della sua forza.... e della sua bontà. Poichè finalmente, che vi accusino coloro ai quali siete oggetto di terrore, è cosa naturale; è il terrore che parla e si lamenta, è un giudizio facile, poichè è sopra altrui, fors'anche in taluno sarà invidia, forse v'ha chi vi maledice, perchè vorrebbe far terrore anch'egli: ma quando voi accuserete voi stesso, quando il giudizio sarà una confessione, allora Dio sarà glorificato. Questo può far Dio di voi—e salvarvi.

—No: Dio non vuol salvarmi, replicò il Conte, con un dolore disperato.

Non vuole? disse il Cardinale. Io che sono un uomo miserabile, mi struggo dal desiderio della vostra salute; voi non ne avete dubbio; sento per voi una carità che mi divora; è Dio che me la ispira; quel Dio che ci ha redento non sarà grande abbastanza per amarvi più ch'io non vi ami?

La faccia del Conte[227], fino allora stravolta dall'angoscia e dalla disperazione, si ricompose, si atteggiò al dolore; e i suoi occhi, che dall'infanzia non conoscevan le lagrime, si gonfiarono, e il Conte pianse dirottamente.

—Dio grande e buono! sclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: che ho mai fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perchè tu mi facessi degno di assistere ad un sì giocondo prodigio? Così dicendo egli stese la mano per prendere quella del Conte.—No, gridò questi, no: lontano, lontano da me voi: non lordate quella mano innocente e benefica. Non sapete quanto sangue è stato lavato da quella che volete stringere?

—Lasciate, disse Federigo, afferrandogli la mano con amorevole violenza, lasciate ch'io stringa con tenerezza—e con rispetto—questa mano, che riparerà tanti torti, che spargerà tante beneficenze, che solleverà tanti poverelli, che si stenderà umile, disarmata, pacifica, a tanti nemici.

—È troppo, disse il Conte singhiozzando. Lasciatemi, Monsignore.... buon Federigo; un popolo affollato vi aspetta.... tanti innocenti, tante anime buone... tanti venuti da lontano per vedervi, per udirvi; e voi vi trattenete.... con chi!

—Lasciamo le novantanove pecorelle, rispose Federigo amorevolmente; sono in sicuro, sono sul monte: io voglio ora stare con quella che era smarrita. Quella buona gente sarà ora forse più contenta che se avesse tosto veduto il suo vescovo. Chi sa che Dio, il quale ha operato in voi il prodigio della misericordia, non diffonda ora nei cuori loro una gioja di cui non conoscono ancora la cagione? Son forse uniti a noi senza saperlo; forse lo Spirito pone nei loro cuori un ardore indistinto di carità, una preghiera ch'egli esaudisce per voi, un rendimento di grazie, di cui voi siete l'oggetto non ancor conosciuto.

Al fine di queste parole, stese egli le braccia al collo del Conte, il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, dopo aver resistito un momento, cedette come strascinato da quell'impeto di carità, abbracciò egli pure il Cardinale, e abbandonò il suo terribile volto su le spalle di lui. Le lagrime ardenti del pentito cadevano sulla porpora immacolata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo cingevano quelle membra, premevano quelle vesti su cui da gran tempo non avevano posato che le armi della violenza e del tradimento.

Sciolti da quell'abbraccio, il Cardinale disse con un affetto ansioso al Conte: parlate[228], parlate: apritemi il vostro cuore: ditemi i pensieri che più vi tormentano; quello che hanno di più amaro si sperderà passando su le vostre labbra; il dolore che vi resterà sarà misto di giocondità, sarà una giocondità esso medesimo; non vi lasceranno altra puntura buona che il desiderio di riparare al già fatto. Dite: forse v'è qualche cosa a cui si può riparare ancora.