—Dio sia lodato! sclamò il Cardinale, e ve ne rimeriti entrambi. E preso in disparte il Conte, mentre gli altri si ritiravano: Non siete più contento ora? gli chiese. Vedete, se Dio ancor sa che fare di voi? Quindi, per quella gentile e minuta sollecitudine ch'egli metteva anche nelle cose più gravi: voi dovete essere affaticato; disse al Conte: certo voi non mi abbandonerete oggi; e.... ma questa mattina voi non avete certo pensato a far colazione?

—No davvero, rispose il Conte.

—Bene, bene, rispose il Cardinale, io voglio cominciare a provare se posso farmi obbedire da voi, e traendolo per la mano si avvicinò al buon curato di Chiuso, che se ne stava cheto fra gli altri, e gli disse con aria sorridente:

—Signor curato, voi siete tanto umile, che sarebbe dabbenaggine il non far da padrone in casa vostra. Io invito il signor Conte a pranzare con noi.

Il curato, che non lasciava mai scappare l'occasione di rispondere con un testo della Bibbia, disse, levando le mani al cielo e poi stendendole amorevolmente verso il Conte: Benedictus qui venit in nomine Domini[235].

Don Abbondio, invitato anch'egli, si rifiutò, dicendo di non volere abbandonare per lungo tempo il suo ovile; uscì dalla casa del curato, entrò in quella dove era ricoverata Lucia, alla quale raccomandò ancora fortemente di non parlare di matrimonio col Cardinale, quindi se ne andò a casa.

Intanto la refezione fu pronta e il Cardinale si sedette a mensa, tenendosi presso, da un lato il curato, dall'altro il Conte e poscia gli altri ecclesiastici del suo seguito in un ordine consueto. La frugalità di Federigo era tanto al di qua della temperanza, che, virtù in lui, sarebbe divenuta indiscrezione se egli avesse voluto imporla agli altri: quindi nel suo palazzo la mensa dei famigliari non si misurava dalla sua, anzi in paragone di questa si poteva dir lauta. Quando poi, visitando la diocesi, egli era ospite dei parrochi, questi sapevano troppo bene che un trattamento fastoso non era il mezzo di entrare in grazia a quell'uomo e si regolavano in conseguenza. Il curato di Chiuso poi aveva un modo di pensare molto singolare. Egli riteneva che trattare sontuosamente un uomo il quale predicava a tutta possa la povertà e la modestia, sarebbe stato un dirgli coi fatti, se non in parole: io vi credo un ipocrita. Per altra parte, la borsa del curato era ordinariamente, e tanto più in quell'anno, fornita a un dipresso come quella d'un figlio scialacquatore che abbia il padre spilorcio: e l'aspetto poi della miseria universale era tanto terribile e tanto presente ad ogni momento, che un trattamento fastoso avrebbe fatto ribrezzo anche a chi non avesse avuta la carità delicata e profonda del cardinal Federigo e del curato di Chiuso. Da tutti questi fatti venne di conseguenza che la tavola di quel giorno somigliò molto più alla tavola ordinaria del Cardinale che a quella dei suoi famigliari.

Ma quella compagnia, resa così singolare dalla presenza del Conte, fu gioconda. Il Cardinale, benchè atterrato dalle fatiche e angustiato dalle cure continue e dalla vista continua dei mali, pure aveva sentita in quel giorno una consolazione, che traspariva nella sua faccia e si diffondeva nei suoi discorsi e passava nei suoi commensali. Il Conte stesso, quantunque la sua vita intera pesasse in quel giorno su la sua memoria, quantunque tanti fatti si presentassero alla sua mente spogliati di quella maschera con cui gli aveva veduti nel momento della esecuzione, e lasciassero ora vedere la loro forma vera e spaventosa, pure sentiva una certa pace in quel nuovo consorzio fra quelle idee che gli facevano intravedere una nuova vita di mente, un nuovo interesse, una serie di pensieri coi quali si potesse vivere. Dopo la mensa usava il Cardinale nelle sue visite di prendere un breve riposo e poi di continuare le faccende pastorali per le quali era venuto. Ma in quel giorno non v'era riposo per lui che nello stare più che poteva unito all'animo del Conte per uniformarlo al suo; e la vigna di quel buon prete Morazzone era tanto ben coltivata, che aveva poco bisogno della ispezione di Federico. Si levò egli dunque, e preso per mano il Conte, che lo seguì volenteroso, si chiuse in una stanza con lui. Del colloquio ivi tenutosi non v'è traccia nel nostro manoscritto, nè, a dir vero, noi ne facciamo carico all'autore: maravigliati come siamo ch'egli abbia potuto pescar qualche cosa di quel primo abboccamento; quando il Ripamonti stesso, un famigliare del Cardinale e biografo di lui, protesta che delle cose passate tra questo e il Conte nel secondo colloquio nulla ha trapelato. Quel poco però che il Ripamonti dice degli effetti di questo secondo colloquio serve molto a dare una idea della importanza della mutazione d'un uomo in quei tempi, e a dipinger meglio il Conte. Noi crediamo far cosa opportuna traducendo quel poco dal bel latino di quello scrittore poco conosciuto e che meriterebbe certamente di esserlo più di tanti altri, e perchè in tanta perversità di idee, di cognizioni, di giudizj e di stile, egli (checchè ne dica molto leggiermente il Tiraboschi) fu uno di quelli che più si avvicinarono a quella castigatezza e a quella semplicità che da sè stessa si attacca alle parole dove è espresso il vero; e perchè in qualche parte delle sue storie, e principalmente nella vita del cardinal Borromeo e nella descrizione della peste di Milano, si trovano osservazioni e pitture di costume, che invano si cercherebbero altrove, e che possono arricchire la storia tanto scarsa dell'animo umano. Ecco il passo del Ripamonti: «Che sia stato detto in quel colloquio, non è a nostra notizia; perchè nè fra noi v'era chi fosse ardito d'inchiederne il Cardinale, nè mai quell'altro ne fece motto con chicchessia. Certo, dopo il colloquio, tanta e sì repentina fu la mutazione d'animo e di costumi di quell'uomo, che nessuno dubitò di attribuire il prodigio alla efficacia di quel colloquio, e tutta quella famiglia di scherani vide in quel fatto la mano del Cardinale, e lo colse in odio come colui che le aveva tolto il suo guadagno. L'altra famiglia pure, che, sparsa ed appostata nei due Stati, viveva degli ordini sanguinolenti di costui, s'accorse, dal cessare delle orribili paghe, della nuova mansuetudine di lui. Ad un tempo, molti dei principali della città, uniti con lui in occulta società di atroci consiglj e di funeste faccende, poichè videro le operazioni già accordate e avviate rimanersi a mezzo, abbandonate da lui, supposero tosto ch'egli aveva cangiato vita, nè disconobbero l'autore d'un tanto cangiamento. E dovettero pure avvertirlo alcuni principi stranieri, che da lontano avevano adoperato quest'uomo a qualche grande uccisione e gli avevano più volte mandati ajuti e ministri; ma sospesi, andavano fantasticando la cagione del cangiamento, fin che fu loro manifestata dalla fama. Io, siccome non avrei voluto per ingrandire il fatto aggiungervi nulla del mio, così non debbo pure toglier fede a ciò che è toccato con mano. Vidi io stesso poco dopo quell'uomo ancora in salda e robusta vecchiezza; non gli restava più dell'antica ferocia che i vestigj e le marche con che la natura manifesta le inclinazioni e le pecche d'ognuno; ma queste marche stesse apparivano temperate e quasi velate dalla recente mansuetudine e indicavano una natura disciplinata e vinta come da una forza gagliarda».

Le notizie che si ricavano da questo passo, quantunque ravvolte in termini tanto generali, ci sono sembrate adattate a supplire, almeno in parte, alla scarsezza del nostro autore, il quale, dopo avere eccitata tanta curiosità su quel personaggio e sulla sua conversione, non ne accenna altro effetto che la liberazione di Lucia; forse perchè gli altri gli sono paruti estranei al suo racconto, o fors'anche perchè a parlarne, gli conveniva rimescolare più maneggj e toccare più persone che non comportasse la sua squisita prudenza.

Riferisce egli però compendiosamente le prime disposizioni che il Conte diede in quel giorno stesso al nuovo governo della sua famiglia; e noi le ripeteremo dietro la sua relazione.