Staccatosi dal Cardinale, egli si avviò solo, a piede e disarmato com'era, al castello, e fece la strada e l'entrata con quella sicurezza e fortezza d'animo che non aveva avuta nella spedizione del mattino: perchè egli non aveva ora una innocente da mettere in salvo: i pericoli, se ve n'aveva, erano tutti per lui; e il disprezzo dei pericoli, fatto già in lui un sentimento abituale, acquistava allora una nuova forza, una nuova ragione dai suoi nuovi pensieri. La sua condotta di tanti anni lo aveva posto in una situazione tale che per assicurare la sua vita, egli aveva mestieri di molto più mezzi e riguardi che non abbisognassero al comune degli uomini; e una delle prime riflessioni che gli erano occorse dopo il suo proposito di nuova condotta si era che una gran parte di questi mezzi non poteva più conciliarsi con questa sua nuova condotta. Ma egli aveva sentito con persuasione, (e probabilmente fu questo uno dei capi ch'egli discusse in quel colloquio col Cardinale), aveva sentito che le ingiustizie passate non potevano rendergli necessarie nuove ingiustizie, che egli doveva assicurare la propria vita solo perchè questo era un dovere, e che era un dovere soltanto fin dove per adempirlo non si dovesse ricorrere a mezzi illeciti; che i pericoli che potevano nascere per lui nel suo nuovo genere di vita inoffensiva ed espiatoria, erano una conseguenza del male da lui fatto a man salva per sì lungo tempo, una punizione ch'egli doveva subire. Quindi tutta la vigorìa d'animo ch'egli impiegava altre volte nell'offendere, s'era ora trasformata in una vigorosa disposizione a tollerare: era un dissimile, ma eguale, anzi più forte coraggio: e continuò a produrre l'effetto solito di questo dono, quello di far rispettare colui che ne è fornito.

Entrato il Conte nel castello, comandò che si ragunassero tutti i suoi...... non sapeva trovare un nome che tutti gli abbracciasse...... Tutti gli uomini, disse, dopo d'avere esitato un momento. L'apparizione misteriosa del mattino, la ripartita e l'assenza avevano destato una grande curiosità: erano già corse fino al castello romori che annunziavano la conversione del Conte e il tripudio di tutti gli abitanti del vicinato e di quelli che erano concorsi in quel giorno all'arrivo del Cardinale: tutti i bravi, che si trovavano al castello, o nei primi dintorni, vennero alla chiamata con molta ansietà. Congregati che furono, il Conte, con viso fermo, con voce risoluta e senza tergiversare, dichiarò a tutti ch'egli aveva proposto di mutar vita, che si doleva e si vergognava della passata, che a tutti chiedeva perdono degli orribili esempj e degli incitamenti che aveva loro dati a mal fare, che quanto era in lui egli gli avrebbe tutti ajutati con un nuovo esempio e coi mezzi ch'erano in sua facoltà ad operare diversamente: che quelli i quali fossero del suo parere, rimanendo con lui, potevano esser certi ch'egli avrebbe avvisato tosto al modo d'impiegare la loro opera in un modo utile ed onesto, e ad ogni modo avrebbe diviso con essi fino all'ultimo tozzo di pane: ma che protezione per ribalderie non ne avrebbe più data ad alcuno: e che finalmente quelli ai quali non piacesse di sottoporsi a questa nuova regola, dovessero partirsi dal suo servizio, ch'egli era dolente di perdergli, ma risoluto.

La più studiata orazione di Demostene non produsse mai tanto varie e forti impressioni nel popolo d'Atene, quanto il breve discorso del Conte in quel picciolo popolo selvaggio. Ma per quanto diversi fossero i pensieri che sorbollivano in quei cervelli ad un tale annunzio, l'effetto esterno fu un solo: un cupo silenzio. Molti di quei ragunati erano contadini del Conte, stabiliti sui suoi poderi, avvezzi dall'infanzia ad obbedirgli, e taluni fra di essi erano divenuti scellerati per obbedienza, tutti questi non vedevano un avvenire un po' sicuro che rimanendo con lui, e questi risolvettero di sottomettersi alle nuove condizioni e di rassegnarsi a divenire galantuomini. Altri, fuorusciti di mestiere, venuti da altri paesi, senza famiglia, nè avviamento, bestemmiavano in cuor loro la risoluzione del padrone, tanto era il predominio che il carattere di lui aveva preso sull'animo loro, che non ardivano fare un motto di lamento. Questa idea di conversione era confusa nei loro cervellacci, e non potevano nemmeno immaginarsi che in un uomo come il Conte potesse produrre l'effetto di fargli sopportare una risposta arrogante: pensavano che l'effetto d'una temerità usatagli produrrebbe il solito effetto, con la sola differenza che il temerario morrebbe ora per le mani d'un santo. Così, incerti l'uno dell'altro, nessuno osava fiatare il primo; e la sommissione dei primi, che si manifestava più sui loro volti e nel contegno, toglieva ancor più a quei secondi l'animo di poter dire o far nulla che potesse spiacere al Conte. Quel tripudio poi, quel rincoramento che s'era manifestato nella popolazione gli rendeva ancor più irresoluti; avrebbero potuto ridersi di questa gioja impotente finchè avevano il Conte per loro, alla lor testa, ma quando la folla era con lui, e sarebbe stata contra loro, si trovavano come smarriti.

Dopo quel breve silenzio, il Conte si rivolse a quello che più gli era vicino, e gli chiese risolutamente quale fosse il partito ch'egli sceglieva, e così di mano in mano con tutti. Dava lodi e promesse a quelli che chiedevano di rimanere, ammoniva gli altri, e quando ripetevano di voler partire, chiedeva loro quanta parte di salario fosse loro dovuta; vi aggiungeva una gratificazione, scriveva la somma sur una cartolina, che teneva nella mano sinistra, la dava a colui che voleva partire, gli comandava di andare dall'intendente a farsi pagare e di uscir tosto dal castello. Tutti pigliavano la carta, e se ne andavano senza far motto. In tutti questi parlamenti il carattere del Conte aveva fatto naturalmente, e senza che il Conte lo sapesse bene, ciò che fatto a disegno sarebbe stato un miracolo di presenza di spirito e di artificiosa prudenza, e forse non avrebbe potuto così bene riuscire. Nelle ammonizioni ch'egli dava a coloro, nelle esortazioni a meglio riflettere, nelle preghiere stesse, fino nelle scuse non v'era mai un momento in cui il suo interlocutore potesse sentire una superiorità, intravedere in lui una punta di debolezza, d'irresoluzione, di abbassamento, che invitasse nemmeno uno di quegli animi ad elevarsi e a cadergli addosso.

Quale divenisse il castello dopo la partenza di quei più facinorosi, il manoscritto non lo dice, nè ci è venuto fatto di trovarne notizia altrove. Il nostro autore dice che il Conte andò ogni giorno ad abboccarsi col Cardinale finchè durò la visita di esso in quei contorni: di un solo di questi abboccamenti egli riferisce le particolarità; e il nome del Conte del Sagrato non ricompare poi più nel manoscritto[236].


XI.

Lucia a Chiuso.